paul kennedy
Perché la Corea del Sud non è la Svizzera
- 05 settembre 2010
- 10:00
Sono rientrato da poco dal mio abituale soggiorno estivo in Corea del Sud, dove insegno politica internazionale all’università Kyung Hee di Seoul.
Ogni volta che vado in quella penisola speciale, mi colpiscono due elementi in netto contrasto tra loro. Il primo è il benessere, unito alla forte spinta dei suoi cittadini a lavorare per una vita migliore. Il secondo è la sua insicurezza strategica e militare, il suo forte senso di precarietà, la sua quotidiana presa d’atto dell’importanza di avere una forza militare adeguata. E stavolta la contraddizione tra questi due aspetti si è imposta alla mia attenzione più che in precedenza.
Il benessere effettivamente balza all’occhio. Dalla pulizia immacolata dell’aeroporto internazionale Incheon al gusto ultraraffinato dei negozi del centro di Seoul, tutto suggerisce chiaramente che in Corea del Sud circolano un sacco di soldi. E questo anche se nelle periferie e nelle campagne una generazione più vecchia e senza laurea vive ancora in una malcelata povertà.
Gli abitanti della Corea del Sud sono molto orgogliosi di ospitare a novembre il vertice del G20. Grazie alla sua economia superproduttiva, il pil della Corea del Sud sta già superando quello di più di un paese europeo, e secondo alcuni pronostici entro il 2050 vanterà il secondo pil pro capite del mondo, superiore a quello della Germania, della Francia e del Giappone. Insomma, si sta avviando a diventare, per così dire, la Svizzera dell’Asia orientale.
Ma i paragoni si fermano qui. Sul piano geografico e geopolitico la Corea del Sud non può essere la Svizzera. Sulla carta geografica, infatti, ha come vicino uno dei regimi più folli e imprevedibili del mondo. E quando dico “vicino”, voglio dire che dalla cima di uno dei grattacieli del centro di Seoul, se è una bella giornata, si può vedere la zona smilitarizzata che divide le due Coree. Il che spiega il grande rilievo dato dalla stampa locale alla recente comparsa, nel porto di Busan, della portaerei americana George Washington in occasione delle manovre navali congiunte tra statunitensi e sudcoreani. Le manovre sono una rassicurazione per Seoul, ma anche un avvertimento alla Corea del Nord e un messaggio chiaro mandato alla Cina.
Come se il suo vicino inaffidabile non le desse già abbastanza problemi, la Corea del Sud è anche consapevole di trovarsi al centro degli interessi strategici di quattro potenze ben più grandi di lei: Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti. In questo momento nessuna di queste vuole modificare lo status quo, e forse paradossalmente è proprio la follia potenzialmente aggressiva della Corea del Nord, o la sua potenziale implosione, a indurle a proseguire il dialogo con decisione. Resta un dato di fatto innegabile: il futuro geopolitico, e quindi economico, della Corea del Sud dipende molto più dalle mosse di altre potenze che non dal suo impegno.
Finché regge l’armonia tra i “quattro grandi”, i sudcoreani saranno liberi di proseguire il loro cammino verso la ricchezza. Ma sono preoccupati per le conseguenze che potrà avere l’ascesa della Cina sulla regione. Non vogliono avvicinarsi troppo al Giappone e non considerano rilevante l’influenza della Russia nella regione. Infine temono l’eventualità che gli Stati Uniti decidano di ridimensionare la loro presenza in Asia orientale nei prossimi anni.
Queste considerazioni, fatte al mio ritorno da Seoul, mi spingono a una riflessione più ampia. Il nostro mondo è formato da 194 stati, abbastanza facili da suddividere in categorie: le vere grandi potenze, le medie potenze, i paesi ricchi ma sulla via dell’invecchiamento (come l’Italia), i paesi dilaniati dalle guerre e i paesi disperatamente poveri dell’Africa, infine, i paesi fortunati, come la Nuova Zelanda.
Ma a queste categorie dobbiamo forse aggiungerne un’altra: quella delle piccole ma ricche potenze commerciali che, come la Corea del Sud, hanno dei vicini più potenti e si trovano spesso in parti del mondo scosse da conflitti: penso al Kuwait, agli Emirati Arabi, a Singapore. Come garantire la loro sicurezza?
Per i padri fondatori delle Nazioni Unite la risposta a questo interrogativo era ovvia: la sicurezza sarebbe venuta da un sistema internazionale regolamentato, in cui le grandi potenze, in virtù del loro peso, avrebbero dovuto accettare le responsabilità più gravose. I paesi piccoli sono per loro natura dei “consumatori” di sicurezza perché, in un mondo di disuguaglianze come il nostro, non sono in grado di difendersi da soli, e quindi si affidano al sistema internazionale.
Dal 1945, però, è capitato raramente che le grandi potenze, riconoscendo le loro responsabilità collettive, abbiano assicurato ai paesi più piccoli il diritto di poter prosperare in pace. Le potenze del mondo (Russia, Cina, Stati Uniti) si comportano spesso da egoiste, e i paesi più piccoli giustamente si preoccupano.
Ecco perché la Corea del Sud, nonostante il benessere, prova nei confronti del ventunesimo secolo un misto di ottimismo economico e di angoscia esistenziale. E non è la sola.
I mercenari. The expendables Di e con Sylvester Stallone. Con Mickey Rourke, Jet Li, Eric Roberts. Stati Uniti 2010, 103’ Chi può resistere a un film d’azione con Sylvester Stallone, Mickey Rourke, Eric Roberts, Jason Statham, Jet Li e Dolph Lundgren? Be’, chi non riesce a resistere si prepari a soffrire. Il film è un incoerente, assurdo pasticcio di testosterone. L’equivalente maschile di Sex and the city 2. Anche qui la trama è un pretesto per mettere in scena vuoti e noiosi rituali. Qualcuno si chiederà se non sia poi così male. Per farsi un’idea è bene sapere che Steven Seagal e Jean-Claude Van Damme, che non sono esattamente attori schizzinosi, hanno rifiutato dopo aver letto la sceneggiatura. Gli autori (Stallone e Dave Callaham) non sono riusciti neanche a sfruttare il doppio cameo di Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger, che si guardano intorno come se stessero temporeggiando in attesa che arrivi qualcuno con una vera sceneggiatura e delle vere battute. Stallone, oltre ad aggirarsi come una specie di sonnambulo nel ruolo di protagonista, deve aver diretto il film con una benda sugli occhi e averlo montato con la ruota della fortuna. Sembra incredibile che questo film sia stato realizzato da qualcuno che è nel mondo del cinema da quarant’anni.-Lou Lumenick, New York Post
Amore a mille… miglia Di Nanette Burstein. Con Drew Barrymore, Justin Long. Stati Uniti 2010, 100’ La notizia è che non si scrivono più commedie romantiche. Ci si limita a compilarle, tagliando e incollando pezzi e idee di vecchie commedie di Nora Ephron e di Judd Apatow. Poi vengono aggiustate su misura per la star di turno. E ora è il turno di Drew Barrymore. L’attrice interpreta Erin, studentessa di giornalismo all’università di Stanford, in California, che durante una vacanza estiva a Manhattan si innamora di Garrett (Justin Long), talent scout per una casa discografica di New York. Ma per Erin arriva il momento di tornare in California. La loro separazione serve soprattutto per mettere in evidenza le qualità comiche degli attori non protagonisti, sia quelli “californiani” (Christina Applegate e Jim Gaffigan) sia quelli della squadra newyorchese (Charlie Day e Jason Sudeikis). Tutto è veramente banale. Long e Barrymore funzionano (anche grazie a un certo senso di autoironia), i dialoghi no. La loro storia potrebbe anche essere rappresentativa per molte coppie. Quasi tutti hanno provato le difficoltà delle relazioni a distanza. Ma in questo film la realtà non fa parte dell’equazione che si limita a usare il ristretto spettro di formule della commedia romantica contemporanea.-Sandra Hall, The Sydney Morning Herald
Karate kid Di Harald Zwart. Con Jaden Smith, Jackie Chan. Stati Uniti/ Cina 2010, 140’
