Il governo di Evo Morales sta per celebrare il suo primo anno di attività sommerso dalle polemiche. Cos'ha fatto finora il presidente boliviano? Sta rispondendo alle aspettative di un cambiamento radicale? La risposta del settimanale Pulso è senza appello: la Bolivia è rimasta lo stesso paese di ieri, caratterizzato da una forte instabilità e dilaniato da lotte intestine.
"Non c'è traccia di riforme strutturali, né del nuovo ciclo di sviluppo che tanti speravano", si legge nell'editoriale. "Negli ultimi tre mesi c'è stata un'escalation di violenza segnata da conflitti di ogni tipo e da un bilancio di almeno dieci omicidi politici". E il dito è puntato soprattutto sulla presunta incapacità di Morales di trasformare la sua esperienza di leader dell'opposizione radicale in un programma di governo serio. "Il presidente lancia messaggi sempre più duri ma non ha nessun controllo sul potere".
Lo proverebbero le crescenti rivendicazioni di settori prima vicini al presidente, ma anche il suo calo di popolarità, che dopo aver raggiunto l'80 per cento oggi è precipitata al 50 per cento. "Se Morales si mostrerà debole come i suoi predecessori", conclude Pulso, "il paese sarà sempre più preda d'interessi settoriali. L'abisso è dietro l'angolo".
Il presidente boliviano Evo Morales sta mettendo a rischio il suo capitale di consenso e di fiducia popolare. Il progetto di nazionalizzazione delle risorse energetiche del paese – la questione politica più scottante degli ultimi anni – sta andando più lentamente del previsto e ha costi economici preoccupanti.
Il settimanale Pulso, che aveva criticato la legge sugli idrocarburi, rivendica ora le sue ragioni: "All'inizio i fatti sembravano dare ragione a chi aveva scommesso sulla nazionalizzazione, ‘anche se zoppicante'. In effetti era stato estremamente facile forzare la mano agli investitori stranieri, ottenendo entrate straordinarie per lo stato. Ma il tempo ha chiarito le cose e oggi il nostro pronostico pessimista si sta realizzando.
L'impresa petrolifera statale Yacimientos petrolíferos fiscales bolivianos (Ypfb) doveva produrre, raffinare, trasportare e vendere gli idrocarburi, ma finora si è occupata solamente della loro commercializzazione. Le mancano denaro e personale per tutto il resto. Il sistema di raccolta delle nuove imposte straordinarie non è mai partito. Insomma, la nazionalizzazione è ancora lettera morta. E chi l'ha voluta rischia di pagarne le conseguenze", conclude il settimanale boliviano.
Sarà approvato entro la fine di aprile il decreto del governo boliviano per la nazionalizzazione delle risorse di gas di cui è ricco il paese. Una misura annunciata dal presidente Evo Morales e fortemente voluta dagli elettori, che nel 2004 erano stati chiamati a votare in un referendum sul gas naturale.
Ma il decreto preoccupa alcune imprese straniere, a cominciare dalla brasiliana Petrobras, che ha già investito ingenti somme nel paese andino. Prendendo esempio da quello che il Venezuela ha fatto con il petrolio, La Paz vuole declassare le imprese private a fornitori di servizi e imporre il controllo pubblico dei prezzi. "In Bolivia sfidare le multinazionali del petrolio è rischioso", avverte Carta Capital, riconoscendo però che "mettersi contro il popolo può essere anche peggio".
Il pensiero va all'eventuale opposizione degli investitori brasiliani alla decisione del governo boliviano. "Petrobras", scrive il settimanale, "ha molto da guadagnare fornendo assistenza tecnica ai boliviani e molto da perdere cucendosi addosso un'immagine di azienda imperialista". A rimetterci sarebbero anche i piani di cooperazione economica sostenuti da Brasile e Argentina, primo tra tutti il Mercosur.