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La newsletter di Internazionale presenta in modo semplice e veloce i titoli di apertura dei
principali quotidiani stranieri
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Cartoline
Di che parlano i giornali di tutto il mondo: Globalizzazione |
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Globalizzazione
La battaglia di Cancún
Mancano pochi giorni al vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che si svolgerà a Cancún, in Messico, dal 10 al 14 settembre. L’atmosfera è di attesa: l’incontro sarà decisivo per capire se la globalizzazione può avere conseguenze positive per i paesi in via di sviluppo, e per definire il ruolo della Wto.
Due sono le domande all’ordine del giorno. Innanzitutto bisogna capire se il sistema di regole per il commercio, incarnato dalla Wto, può sopravvivere. Poi se un sistema così strutturato può ridurre il divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Il fallimento di Cancún potrebbe avere sulla Wto lo stesso effetto che la guerra in Iraq ha avuto sulle Nazioni Unite: spingere nell’angolo l’organizzazione e lasciare spazio ai più forti, gli Stati Uniti, che regoleranno i loro affari attraverso patti bilaterali con i paesi interessati.
E saranno liberi di agire più ancora di quanto accade adesso, visto che Washington ha un ruolo comunque dominante nella Wto. Le regole dell’organizzazione sono disegnate per favorire i più forti. Ma abolire la Wto, o emarginarla, non è un’opzione praticabile. La stampa ne parla ancora poco ma a Cancún si prepara una battaglia importante con conseguenze decisive per tutti.
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Globalizzazione
Battesimo imperiale
Quando, in futuro, ci volgeremo indietro e guarderemo agli anni che stiamo vivendo, sapremo individuare senza difficoltà il giorno del battesimo dell’impero americano: l’11 settembre 2001. Anzi, nota Thomas de Zengotita su Harper’s, non c’è bisogno di aspettare chissà quale futuro: “L’11 settembre sembra già una data lontana. Possiamo valutarlo da una distanza che sembra storica”.
Il nuovo ordine mondiale si stava facendo strada già “nell’era di Bill il Benevolo, quando la forza imperiale poteva camuffarsi da processo naturale, una tappa evolutiva chiamata ‘globalizzazione’”. Ma è solo con “il regno di Bush il Grossolano” che l’opera è stata portata a compimento. George W. Bush è ignorante e ne fa quasi un punto d’onore. Il suo elettorato lo ammira per questo e si fa trascinare in “un’orgia di autocompiacimento che fa impallidire il narcisismo dei bobo, i bourgeois-bohémiens”.
Il presidente, ostile a tutto ciò che suona troppo intellettuale, incarna la supremazia dell’uomo pratico sull’uomo speculativo, una supremazia sancita, a partire dall’11 settembre, dal culto dei poliziotti e dei pompieri eroici. “Il coraggio fisico, la forza e l’abilità, nient’altro aveva importanza. Noi altri potevamo solo testimoniare e portare ciambelle”.
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Globalizzazione
La crisi mette radici
La globalizzazione non avanza in modo lineare, ma a fasi alterne, nota il supplemento mensile del quotidiano Les Echos. “In questo momento il rallentamento della crescita combinato all’aumento dei rischi internazionali, ha dato un serio colpo di freno al movimento. Terrorismo, crisi irachena, pericolo nord-coreano all’orizzonte: tutti i ‘suk’ del pianeta sono in ebollizione da diciotto mesi, dopo un decennio di calma piatta seguito alla caduta del muro di Berlino.
Infine, la Sars ha brutalmente tagliato gli scambi e i viaggi nell’ultima zona di forte crescita, l’Asia. Questo brusco risveglio ci fa prendere coscienza che, contrariamente a quanto frettolosamente annunciato dopo la fine della guerra fredda, il nostro mondo unipolare non è più armonioso del precedente: la violenza è più difficile da tenere sotto controllo ed è più difficile imporre le regole, come dimostra la crisi dell’Onu e la lentezza dei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.
L’Europa, troppo divisa, non riesce a fare da contrappeso agli Stati Uniti. A meno che, come in passato, non trovi nella sua attuale crisi l’energia per compiere il balzo che la farà tornare agli avamposti della globalizzazione”.
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