Karim Metref
Con la valigia pronta
- 25 agosto 2010
- 08.33
Vesna è montenegrina. Vive in Italia da una ventina d’anni. È sposata e ha una figlia. Suad è somala. Anche lei è da molto tempo in Italia. Anche lei è sposata e ha cinque figli. Suad e Vesna, inseparabili, si definiscono animatrici culturali: fanno teatro, organizzano eventi e laboratori.
Tutte e due hanno la cittadinanza italiana, ma più che altro si considerano cittadine della loro città, Torino. Partecipano alla vita politica nel loro quartiere, San Salvario, e Suad è stata perfino eletta in circoscrizione alle ultime elezioni. Oggi, però, pensano di trasferirsi in paesi dove gli ammortizzatori sociali sono migliori.
Patrick, congolese, mi parla di amici che stanno vendendo le loro case a prezzi stracciati pur di estinguere il mutuo e andarsene con qualche soldo in tasca. I figli di Marco, peruviano, sono cresciuti qui e stanno per laurearsi, ma non vedono l’ora di tagliare la corda.
In città si parla di molte partenze. Da una parte ci sono quelli che tornano nei paesi d’origine in attesa di tempi migliori. Ma c’è anche chi va verso paesi più ricchi: Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada. In genere si tratta di persone arrivate in Italia con le prime ondate migratorie. La crisi non è l’unica colpevole. Sulla decisione di andarsene pesa anche il clima di xenofobia diffusa.
Spariti i “vecchi immigrati” culturalmente e socialmente ben inseriti, sarebbe come tornare agli anni novanta, ma con leggi più repressive. Solo immigrati che conoscono poco la lingua e il paese, e che hanno pochi diritti. Un vivaio di manodopera a basso costo, indifesa e da sfruttare a volontà.
