Internazionale verde
Dai nostri inviati in Niger. Settimo giorno
- 7 settembre 2010
- 19.20
Cara redazione,
al risveglio la strada asfaltata, a un centinaio di metri dalla casa che ci ospita, è parzialmente occupata da un camion che all’alba ha sbandato uscendo di strada. L’autista ha infranto il parabrezza, ma pare non si sia gravemente ferito, il camion invece è messo piuttosto male, anche perché nel tentativo di rimetterlo in carreggiata hanno finito di scassarlo e ora ci sono due semiassi con tanto di ruote ai lati a fare da collegamento tra triangolo d’emergenza e resto del mezzo.
Il cielo è nuvoloso, ma non plumbeo, anche se per oggi ci si aspetta la pioggia. Abbiamo in programma la visita al villaggio di Coulombou, poco distante da dove dormiamo. È la prima realtà che visitiamo non raggiunta da progetti di “modernizzazione”, quello che uno spirito da turista coloniale definirebbe un villaggio “autentico”, rappresentativo della iconografia africana che spesso riceviamo in Italia.
Andiamo a visitare una nuova piantagione gestita dallo chef du village. Anche qui si tratta soprattutto della realizzazione di siepi vive con arbusti spinosi per circondare i campi coltivati e impedire al bestiame di arrecare danni. Il capo del villaggio ci accoglie circondato da alcune donne e vari bambini.
Raymond ha portato con sé una confezione di pillole vitaminiche e con l’accordo del capo ne distribuisce alcune a donne e bambini accertandosi bene che ne capiscano le modalità di assunzione. Ci avviamo al campo fuori dal villaggio, una passeggiata piacevole tra piante di miglio, arbusti spontanei e alberi ad alto fusto, uno dei quali, ci dice il capo villaggio, antecedente all’insediamento del villaggio, che data due secoli e mezzo fa.
Delle mille e più piante messe a dimora per realizzare il perimetro, solo due sono morte. È merito del capo villaggio nonché titolare del campo: ha fatto tutto lui da solo, interessandosi al progetto, aderendovi, andando a prendere le piantine con la carretta a traino animale che gli è stata prestata dagli uomini di Tree Nation; ha scavato le centinaia di buche per alloggiare le piantine e le ha istallate. Lui ha 85 anni ed è bisnonno di diverse decine di bambini che ora l’aiutano un po’ nel diserbare i campi.
L’età dell’uomo ci sorprende per il vigore che ha mostrato. Parlandone, scopriamo che il padre di Djadje, il responsabile tecnico di Tree Nation in Niger che ci accompagna nelle visite, a sua volta e a suo tempo lui stesso capo villaggio, è morto due anni fa all’età di 107 anni, avendo solo nei suoi ultimi mesi accusato affaticamento e una parziale perdita di lucidità.
Difficile farsene una ragione in un paese che l’Onu inserisce nella lista degli stati meno sviluppati, una cinquantina al mondo, e dove le difficoltà materiali sono numerose. Difficile anche da mettere in relazione con l’età media della popolazione riportata dalle statistiche ufficiali: poco più di 14 anni, con più del 50% della popolazione con meno di 15 anni. Dati che si spiegano meglio quando si guarda al tasso di natalità stimato in circa 7 bambini per donna.
Terminiamo la visita al campo e ci riavviamo verso il villaggio cercando di reggere il passo bersagliere del “vecchio” capo villaggio. Passo dopo passo cresce il brusio tra le capanne; a un certo punto si affaccia un bambino lungo il sentiero che rapido torna indietro. Il brusio aumenta. Svoltato l’angolo del sentiero, entrando nel villaggio, si presenta a noi uno spettacolo di decine di donne e molti più bimbi che ci aspettano alla macchina e aspettano di godere della distribuzione delle vitamine di Raymond, che recupera la confezione e si fa placidamente circondare cercando di soddisfare tutte le richieste. La scena forse richiama troppo certi atteggiamenti caritatevoli e discutibili, ma vivendola da dentro diventa più difficile giudicare.
Nel pomeriggio visitiamo un altro mercato locale, dove Valentina tiene fede al suo proposito ispirato dall’acquisto di ieri di Djaje e, tra lo stupore degli adulti e le risate dei bambini, compra una capra. Per l’esorbitante cifra di 6.500 Cfa, circa dieci euro, ci carichiamo quindi Valentino, un capretto marrone chiaro che bela come un dannato e non si lascia portare da nessuna parte se non trascinandolo a forza. Il piano è lasciarlo alla piantagione in regalo ai contadini che la curano, con la speranza che si opccupino anche di lui, ma con la quasi certezza che invece lo sacrificherranno per la fine di Ramadan, con la benedizione (concessa non senza disappunto) della proprietaria, che si è già affezionata all’omonimo.
Torniamo quindi a Dosso, dove Luca ritira la sua “divisa” nigerina fornita dall’Inran – uno spettacolare abito locale realizzato con un tessuto che sponsorizza l’istituto di ricerca – e dove ci organizziamo per l’ultima serata in brousse. Domattina torniamo a Niamey per le ultime commissioni e poi la sera ci attende il volo di rientro. La possibilità di dover trascinare Valentina sull’aereo si fa ad ogni ora più concreta, ma per stasera non ci pensiamo, ci godiamo ancora una serata in compagnia dei nostri amici.
A presto,
Valentina e Luca
Internazionale ha mandato due abbonati in Niger a vedere cosa succede nella piantagione di alberi che stiamo facendo nascere a Dosso. II progetto, in collaborazione con l’ong Tree Nation, serve a combattere il riscaldamento globale. I due lettori sono Valentina Valle Baroz, appassionata di Africa, e l’agronomo Luca Colombo. Ci racconteranno la loro esperienza a Ferrara, durante il festival di Internazionale. Questo è il loro diario.
