Logo di Internazionale
Home Sommario Primo piano Cartoline Interblog Agenda Firme Shop Abbonati Internazionale a Ferrara
Paul Kennedy
Nato nel 1945 a Wallsend, in Gran Bretagna, è professore di storia alla Yale University.

Archivio
Tutti gli articoli di Paul Kennedy pubblicati da Internazionale

Bibliografia essenziale
Le Nazioni Unite e la ricerca di un governo mondiale
Garzanti 2007

Il mondo in una nuova era
Garzanti 2001

Ascesa e declino delle grandi potenze
Garzanti 1999


Firme | Paul Kennedy
| Solo testo |
I numeri contano

Ci sono alcuni articoli pieni di numeri che a mio avviso meritano un'attenta riflessione

Internazionale 707, 23 agosto 2007

La nostra epoca è sicuramente l'era dei fatti, delle statistiche e dei dati: in poche parole, l'era dei numeri. Negli Stati Uniti il deficit federale viene aggiornato ogni secondo su un tabellone elettronico di Times Square, a Manhattan.

Il Guinness dei primati deve il suo successo alla nostra insaziabile curiosità per le cifre: chi ha mangiato più salsicce in una volta sola? Chi ha percorso la distanza più lunga a nuoto? Chi è l'uomo più ricco del mondo? Per lo più sono sciocchezze innocue.

Inoltre, la maggior parte di noi si tiene giustamente lontana dalle cifre, tranne quando controlla il proprio conto in banca. I politici e i professori che buttano lì un mucchio di numeri durante un discorso dovrebbero sapere che il livello di attenzione del pubblico cala immediatamente. I dotti editoriali pieni di statistiche invitano anche il lettore più attento a girare pagina.

Ma ci sono alcuni articoli pieni di dati che a mio avviso meritano un'attenta riflessione. Vi esporrò quindi la mia reazione a un paio di questi testi che sono riusciti a turbarmi. Non riguardano l'alta politica, sono statistiche – cifre – relative a persone piuttosto comuni. Purtroppo in entrambi i casi l'impressione che se ne ricava è che alcuni aspetti del tessuto sociale del nostro pianeta siano in grande crisi.

Il primo articolo, scritto per il Financial Times da Gunnar Heinsohn, un professore dell'università tedesca di Brema, analizza i rapporti tra l'esplosione di violenza nella Striscia di Gaza e l'enorme aumento di giovani arrabbiati in quel territorio.

Molti di noi accennano al collegamento tra incremento demografico, frustrazione e violenza nelle strade, ma lo fanno ogni tanto e in modo quasi casuale. Heinsohn ha raccolto una serie di cifre reali su questo problema.

Tra il 1950 e il 2007 la popolazione di Gaza è passata da 240mila a quasi un milione e mezzo di abitanti, a causa dell'alto tasso di natalità delle famiglie palestinesi. Una delle osservazioni più sorprendenti di Heinsohn è che "se gli abitanti degli Stati Uniti si fossero moltiplicati allo stesso ritmo di quelli di Gaza, tra il 1957 e il 2007 il loro numero sarebbe passato da 152 a 945 milioni, vale a dire a più del triplo degli attuali 301 milioni".

Ma la conclusione dell'autore è ancora più interessante: ci sono molti più giovani arabi (frustrati, arrabbiati e disoccupati) che giovani israeliani, e il loro numero sta crescendo così rapidamente da renderli incontrollabili. Se questo è vero, allora tutte le missioni di pace degli Stati Uniti o dell'Unione europea potrebbero essere inutili. I numeri contano. E nei prossimi decenni nessuno se ne renderà conto più di Israele.

Il secondo articolo basato sulle cifre che ha catturato la mia attenzione è apparso sul numero di giugno-luglio del Catholic Worker, una rivista sconosciuta ma meravigliosa dei cattolici americani. L'articolo riguardava un tema che non compare mai sulle prime pagine dei giornali e non è considerato di moda negli Stati Uniti: quello del numero dei detenuti nelle carceri americane.

L'articolo di Jim Reagan è intitolato "2.193.798 e continuano ad aumentare". La cifra si riferisce al numero di detenuti degli Stati Uniti d'America nel 2005. Secondo i dati forniti dall'International centre for prison studies dell'università di Londra, siamo al primo posto nel mondo, battiamo di gran lunga la Cina (un milione e mezzo di detenuti) e la Russia del nostro buon amico Putin (870mila).

In proporzione, mettiamo in prigione una percentuale della nostra popolazione sette o otto volte superiore a quella della maggior parte dei nostri amici europei, e dall'inizio degli anni novanta il numero assoluto delle persone rinchiuse nelle nostre prigioni è raddoppiato.

Siamo particolarmente bravi nell'imprigionare i maschi di colore, di origine ispanica o appartenenti alle altre minoranze. Secondo Jim Reagan, nella più famosa prigione di New York, Rikers Island, "più del 90 per cento dei detenuti sono latinoamericani e neri".

Quando mi trovo di fronte a queste cifre da capogiro, resto confuso. Non riesco a immaginare quale sarà la popolazione giovanile della Striscia di Gaza nel 2020, né pensare come faranno gli Stati Uniti in quello stesso anno a gestire un sistema penitenziario che potrebbe contare fra i tre e i quattro milioni di detenuti, per la maggior parte neri e ispanici.

Devo ammettere che trovo anche difficile immaginare le possibili implicazioni dei tanti rapporti sul riscaldamento globale o di quelli sulla conquista della leadership economica del pianeta da parte dell'Asia entro la metà del secolo. Inoltre, diffido di chiunque sostenga di sapere esattamente cosa significano queste tendenze e queste proiezioni statistiche.

Comunque, sono sicuro che significano qualcosa. Ed è per questo che non possiamo girare pagina quando ci capita tra le mani un articolo che contiene un mucchio di statistiche, sia che riguardino la prigione virtuale di Gaza sia quelle reali americane. A volte i numeri contano.
| Solo testo |
InternazionaleChi siamoposta@internazionale.it