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Sperare per forza
Il compito degli scrittori è farci guardare nell'abisso dell'orrore. Ma anche offrire una via di fuga da una noia insopportabile
Internazionale 709, 6 settembre 2007
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I libri del mese
Comprati
• Skellig, David Almond
• Clay, David Almond
• Il giardino di mezzanotte, Philippa Pearce
• Queuing for beginners, Joe Moran
• La strada, Cormac McCarthy
• Salvo complicazioni, Atul Gawande
• Come un romanzo, Daniel Pennac
Letti
• Skellig, David Almond
• Clay, David Almond
• La strada, Cormac McCarthy
• The Brambles, Eliza Minot
• Queuing for beginners, Joe Moran
• American born Chinese, Gene Luen Yang
***
Avevo in mente un attacco davvero intelligente per la mia rubrica di questo mese, un incipit che avrebbe provocato, ispirato e forse anche divertito i due o tre di voi più di buon umore. Leggendo il romanzo di Eliza Minot avevo elaborato alcune osservazioni sulle gioie dell'imitazione realistica.
Leggendo quelli di David Almond volevo dirvi di lasciar perdere la letteratura per i grandi e di passare ai libri per bambini e ragazzi. Poi ho letto Cormac McCarthy e mi è sembrato tutto inadeguato, un po' come cercare di raccontare i fatti miei ai newyorchesi l'11 settembre 2001.
La strada può tranquillamente essere considerato il libro più disperato che sia mai stato scritto. Come probabilmente saprete, parla della fine del mondo. Due sopravvissuti all'apocalisse, un uomo e suo figlio, vagano attraverso la più grigia devastazione alla ricerca di cibo.
Per gran parte del libro l'uomo si chiede se sparare al figlio e risparmiargli così ulteriori sofferenze. A volte trovano inattese riserve di cibo e di acqua, altre crani umani o i resti di un neonato su un barbecue. Ci sono momenti in cui supplichereste l'uomo di sparare a voi invece che al ragazzino. Siete voi che state soffrendo sul serio.
Leggere La strada è come trovarsi al funerale di una persona morta giovane a cui volevate bene. Da una parte siete felici perché la cerimonia è commovente e sapete che la ricorderete per tutta la vita, dall'altra essere lì è l'ultima cosa al mondo che avreste voluto.
A cosa si pensa leggendo un romanzo così doloroso? Mia moglie, che l'ha letto prima di me, ha giurato a se stessa di diventare più pratica in vista della fine del mondo: la sua scarsa immaginazione culinaria davanti a qualche interiora di animale avvizzite e a un paio di vecchi pezzi di motore l'ha lasciata con la sensazione che, se le cose dovessero volgere al peggio, si rivelerebbe probabilmente una madre inadeguata.
A me invece sono venuti in mente quegli articoli sulla morte del romanzo che ogni tanto spuntano fuori: non troverete da nessuna parte un saggio così inquietante e provocatorio.
Per la maggior parte del tempo, comunque, si prova una terribile empatia, forse soprattutto se si hanno dei figli. E alla fine ci si rende conto che l'unica cosa che possiamo fare è portarcela dietro per giorni. "Il romanzo è anche un monito", dice una delle recensioni citate sulla quarta di copertina della mia edizione tascabile.
Be', dopo averlo letto starò attento a non premere il bottone dell'olocausto globale. E se mai dovessi incontrare qualcuno deciso a farlo, farò del mio meglio per parlare con lui (sarà sicuramente un maschio) e convincerlo a cambiare idea.
È importante ricordare che La strada è il prodotto dell'immaginazione di un uomo: il mondo letterario spesso tende a credere che la visione del mondo meno consolatoria possibile sia la Verità. Quante volte avete letto l'aggettivo "deciso" usato per descrivere un romanzo in senso positivo? Cosa c'è di male a essere un po' indecisi ogni tanto?
McCarthy è fedele alla sua visione, ed è questo che dà al romanzo la sua formidabile forza. Ma forse, quando arriverà il giorno del giudizio, ci sorprenderemo a dividerci i panini e a cantare Bridge over troubled water, invece di mangiare il cervello dei nostri figli col cucchiaino.
Certo, è compito degli artisti costringerci a guardare nell'abisso dell'orrore. Ma è compito loro anche offrire calore, speranza e forse una via di fuga da una vita che a volte può sembrarci insopportabilmente noiosa. Non vorrei dover scegliere tra una cosa e l'altra: mi sembrano entrambe importanti.
Ed è più che legittimo non aver voglia di leggere La strada. Alcune scene del libro sono rimaste annidate nella mia memoria anche se non volevo. Non permettete a nessuno di dirvi che dovete leggerlo.
Ed ecco finalmente il mio attacco sull'arte dell'imitazione. Non sono bravo a fare le imitazioni. Ne faccio solo una in modo passabile: Mick Jagger. Ma solo come appare in quell'episodio dei Simpson in cui Homer va al parco tematico del rock and roll. Non è gran che, lo ammetto, ma è mia e quando la faccio i miei figli ridono.
Probabilmente è solo perché somiglia molto all'originale e non perché sia particolarmente divertente (non faccio mai cose divertenti). Uno dei lati più piacevoli di The Brambles di Eliza Minot è l'invidiabile abilità con cui l'autrice riesce a rendere i dettagli della vita familiare, al punto che, be'… se alla fine non vi viene da ridere è solo perché The Brambles parla di come tre fratelli adulti affrontano la morte del padre. Eppure c'è qualcosa nella felice scorrevolezza del libro che genera una specie di euforia infantile: "Come fai? Fallo di nuovo!".
C'è un dialogo, in particolare, in cui una mamma tenta di spiegare il mistero della morte ai suoi bambini. Minot descrive il casino in cui ci si ficca in queste situazioni in un modo così affettuoso e autentico che si finisce per detestare il mucchio di robaccia finta e pretenziosa che consumiamo nella nostra vita di lettori.
The Brambles, però, non è perfetto: c'è una svolta nella trama che sovraccarica la narrazione senza aggiungere molto alla storia. Ma è chiaro che Eliza Minot è pronta per creare qualcosa di davvero speciale.
È stato un mese di letture davvero significative, ora che ci penso. Ho letto un classico moderno che mi ha tolto qualsiasi voglia di vivere, ho scoperto un paio di giovani scrittori e poi mi sono imbattuto in un genere che conosco molto poco ma che potrebbe essere determinante per il mio futuro di lettore e di scrittore.
Ho concluso da poco il mio primo romanzo per ragazzi (o forse solo su di loro) e il mio editore americano mi ha chiesto di andare a Washington a fare una presentazione.
Uno degli scrittori che partecipavano all'incontro insieme a me era un certo David Almond, che non avevo mai letto. Un paio di giorni prima il suo romanzo Skellig era stato votato come il terzo libro per ragazzi più importante degli ultimi settant'anni (il primo è Luci del Nord di Philip Pullman, il secondo Il giardino di mezzanotte di Philippa Pearce).
Ho letto Skellig in aereo e, a prescindere dalle classifiche, posso dirvi che è uno dei più bei romanzi pubblicati negli ultimi dieci anni. E non ne avevo mai sentito parlare. Voi sì?
Skellig è la storia, meravigliosamente semplice ma anche terribilmente complicata, di un ragazzo, Michael, che trova un angelo malato nel suo garage. Una creatura puzzolente e brontolona che va pazza per il takeaway cinese e la birra scura. Nel frattempo la sorellina di Michael giace in condizioni disperate in ospedale, sospesa tra la vita e la morte.
E più o meno la storia finisce qui: Skellig non è un libro lungo e l'unico inconveniente di leggerlo da grandi è che finisce subito: un dodicenne riuscirebbe a farlo durare, rimanendo un po' di più nel mondo esaltato e triste creato da Almond. Skellig è un libro per ragazzi perché è facile da leggere e perché i protagonisti sono dei bambini.
Ma credetemi, è un libro per tutti e l'autore lo sa bene. In un punto del racconto, Mina, un'amichetta di Michael che invece di andare a scuola studia a casa, prende un libro di Michael e lo sfoglia.
"Sì, sembra bello", disse. "Ma che significa l'adesivo rosso?".
"È per lettori esperti", risposi. "Indica l'età giusta per leggerlo".
"E se altri lettori volessero leggerlo? E William Blake dove lo metterebbero? ‘Tigre! Tigre! Fiamma accesa/ nelle foreste della notte'. È per i lettori migliori o per i peggiori? A che età lo dovresti leggere? E se fosse per i lettori peggiori, i lettori migliori dovrebbero evitarlo perché è troppo stupido per loro?".
Le osservazioni di Mina riassumono quello che ho cercato di dire in questa rubrica fin dall'inizio.
Per la prima volta negli ultimi tre o quattro anni ho letto due libri di fila di uno stesso autore e, anche se Clay non è elegante come Skellig, è comunque straordinario: un mito precristiano ambientato nel nordest dell'Inghilterra alla fine degli anni sessanta.
All'improvviso mi rendo conto che potrebbero esserci decine di scrittori come David Almond, gente che produce capolavori che io ignoro perché sono più vecchio dei lettori a cui sono destinati.
Nel frattempo però i bei libri continuano ad arrivare. American born Chinese di Gene Luen Yang è una graphic novel intelligente e ben disegnata sull'imbarazzo di avere radici incerte. Sharp teeth di Toby Barlow è un romanzo sui lupi mannari a Los Angeles. È scritto in versi sciolti. Ed è eccezionale. Adesso non ricordo se ho già gridato al lupo in precedenza e ho raccomandato altri romanzi in versi sciolti.
Probabilmente sì. Dimenticateli, perché questo è quello giusto. Ne avevo ricevuto una bozza e avevo augurato all'autore ogni bene. Detto questo, però, confesso che non mi ci vedevo proprio a leggere un intero romanzo sui lupi mannari in versi sciolti.
Poi ho dato un'occhiata alla prima pagina, sono arrivato in fondo, ho girato, ho letto la seconda pagina e… insomma, avete capito. Non vi devo certo spiegare come si arriva alla fine di un romanzo. Ma la mia voglia di continuare a leggerlo fino in fondo mi ha stupito. Pensavo che non fosse una cosa seria: mi aspettavo, che so, una satira sull'industria cinematografica.
Ma il bello di questo libro è che è serissimo. Può essere violento da far rivoltare lo stomaco (i lupi mannari non se ne stanno certo con le mani in mano), ma anche tenero e piacevolmente complicato. C'è un intreccio parallelo che parla di gang rivali e dà al libro un bel tocco noir. I versi sciolti fanno esattamente quello che voleva Barlow: danno intensità al libro, senza essere una distrazione e senza rendere difficile la lettura.
Sharp teeth è ambizioso come qualunque altra opera letteraria, perché sotto tutto quel pelo di lupo si parla di identità, comunità, amore, morte e di tutte quelle cose che vorremmo trovare nei nostri libri.
Non so cosa farà Barlow dopo questo romanzo. Ma è probabile che Sharp teeth si insinuerà profondamente nell'immaginario collettivo dei giovani dark più incasinati.
mi sembra di essere immerso da anni nell'appassionante Queuing for beginners: the story of daily life from breakfast to bedtime di Joe Moran. In realtà è passato solo un mese, ma nel frattempo sono stato sottoposto a una specie di centrifuga mentale e la mia anima si sente cinquecento anni più vecchia.
Dopo McCarthy è difficile ricordare quei giorni spensierati in cui potevo perdermi in aneddoti sui semafori pedonali e in storielle sociali fatte di pendolari e di pause sigaretta (nel 1949 fumava l'89 per cento degli inglesi, ed eravamo ancora una vera potenza mondiale).
Suppongo che potrò recuperare lentamente un po' di speranza se mi metto a leggere P.G. Wodehouse e le biografie sportive. Ho quasi finito il libro di Joe Moran e mi piacerebbe leggere l'ultimo capitolo sulla buonanotte. Ma che senso ha, alla fine? Non ci saranno letti né trapunte in futuro e, se ci saranno, serviranno a coprire i resti in putrefazione delle nostre famiglie. Che fanno di bello in tv?
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