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La terra promessa
"La terra è di chi la lavora", gridavano i guerriglieri che avevano preso il potere con le armi
Internazionale 753, 17 luglio 2008
La prima legge della rivoluzione cubana, 137 giorni dopo il suo trionfo, fu la riforma agraria. Era una delle conquiste fondamentali annunciate all'inizio della rivoluzione, quando un gruppo di giovani assaltò una delle fortezze militari della dittatura promettendo di trasformare Cuba nel paese che tutti sognavano.
"La terra è di chi la lavora", gridavano i guerriglieri che avevano preso il potere con le armi. Tutti i cubani che credevano in quel futuro idilliaco hanno atteso impazienti ma fiduciosi, come chi aspetta la manna dal cielo e la moltiplicazione dei frutti. Il tempo, però, è passato.
Cinquant'anni dopo, Raúl Castro, uno dei protagonisti della rivoluzione del 1959 e oggi presidente del paese, ha ammesso che le terre improduttive sono aumentate. Parlando della crisi alimentare che ha colpito il pianeta, ha annunciato che gli ettari di terra che il monopolio statale non ha reso produttivi saranno consegnati a chiunque sarà disposto a lavorarli.
Nell'intervallo di tempo trascorso tra la proposta iniziale e il suo frustrante risultato è fallito il cosiddetto esperimento socialista. Adesso il presidente settantenne, senza fare nessuna autocritica, senza ammettere che il sistema non funziona e senza neanche chiedere scusa, si comporta come se non avesse nessuna responsabilità nell'accaduto. Anzi, dà la sensazione che siano in corso dei cambiamenti strutturali.
L'aspetto più triste è che probabilmente il danno sociale provocato dall'esperimento socialista impedirà che la terra, ora promessa, trovi le braccia disposte a renderla produttiva. Manca un impegno politico, l'ammissione pubblica degli errori commessi, la garanzia che il sudore speso su quei campi si trasformi in una ricchezza che nessuno criticherà e, soprattutto, che nessuno confischerà più.
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