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Dubbia moralità
Nella guerra al terrorismo si usano due pesi e due misure. E metodi inquietanti
Internazionale 471, 16 gennaio 2003
Ho capito come stanno le cose, credo. la corea del Nord vìola tutti i suoi accordi con gli Stati Uniti sugli armamenti nucleari, mette alla porta gli ispettori delle Nazioni Unite, si prepara a produrre un ordigno all’anno, e il presidente George W. Bush dice che si tratta di “una questione diplomatica”. L’Iraq consegna un rapporto di dodicimila pagine sulla sua produzione di armamenti e permette agli ispettori dell’Onu di andarsene in giro per tutto il paese. Gli ispettori riferiscono che nelle loro 230 ispezioni non hanno trovato sostanze chimiche pericolose – neanche quanto basta per riempire un vasetto di marmellata – e il presidente Bush annuncia che l’Iraq è una minaccia per l’America, è ancora armato e forse bisognerà invaderlo. Così stanno le cose.
Ma come fa Bush a farla franca, mi scrivono i lettori? E Tony Blair come fa? Non molto tempo addietro, alla camera dei Comuni, il nostro caro primo ministro ha annunciato con il consueto tono da maestro di scuola – quello che si usa con gli alunni più distratti o somari – che le fabbriche di armi di distruzioni di massa di Saddam “ci sono (pausa) e funzionano (pausa) ora”. Ma anche il caro leader di Pyongyang ha le sue fabbriche che “ci sono (pausa) e funzionano (pausa) ora”. Però Tony Blair tace.
Perché lo tolleriamo? Perché lo tollerano gli americani? In questi ultimi giorni i mass media americani – i sostenitori più attivi e colpevoli della campagna di menzogne della Casa Bianca – hanno cominciato, anche se timidamente, a fare qualche domanda. Sono passati mesi da quando l’Independent, per primo, ha attirato l’attenzione dei suoi lettori sulle visite personali e più che amichevoli fatte da Donald Rumsfeld a Saddam Hussein a Baghdad nel 1983, nel periodo in cui l’Iraq usava gas tossici contro l’Iran. Ora anche il Washington Post si è finalmente deciso a spiegare ai suoi lettori che cosa sta capitando. La storia è questa: noi abbiamo creato il mostro, e anche il signor Rumsfeld ha fatto la sua parte.
Un buon esempio
Invece nessun giornale americano, e neanche britannico, ha osato indagare su un altro rapporto, pericoloso quasi quanto il primo: quello che l’attuale amministrazione statunitense sta stringendo alle nostre spalle con il regime algerino, notoriamente sostenuto dai militari. Da ormai dieci anni, in Algeria si combatte una delle guerre più sporche del mondo.
Una guerra che contrappone – così si vuol far credere – gli “islamisti” alle “forze di sicurezza”. Una guerra in cui sono state uccise quasi duecentomila persone, in maggioranza civili. Negli ultimi cinque anni si sono accumulati sospetti sul coinvolgimento di alcuni elementi di quelle stesse forze di sicurezza in alcuni dei massacri più sanguinosi, in cui sono stati persino sgozzati dei neonati. Nonostante questo, nel quadro della loro oscena “guerra al terrorismo”, gli Stati Uniti hanno fatto la corte al regime algerino, contribuendo a riarmare l’esercito di quel paese e promettendo altri aiuti. L’assistente del segretario di stato americano per il Medio Oriente, William Burns, ha persino dichiarato che Washington “ha molto da imparare dall’Algeria su come combattere il terrorismo”.
Naturalmente Burns ha ragione: le forze di sicurezza algerine possono insegnare benissimo come far credere a un prigioniero, uomo o donna che sia, che sta per morire soffocato. Il metodo è questo: si lega per bene la vittima e le si copre la bocca con uno straccio imbevuto di trielina, così il prigioniero soffoca lentamente. Ovviamente ci sono anche le solite unghie strappate e i cavi elettrici attaccati ai genitali. Tra i testimoni oculari di simili orrori ci sono stati alcuni agenti di polizia algerini, che hanno poi trovato asilo a Londra.
Il signor Burns ha ragione, l’America ha molto da imparare dagli algerini. E infatti il capo di stato maggiore dell’esercito algerino è già stato accolto calorosamente al quartier generale del comando sud della Nato, a Napoli.
Lezione imparata
E così, gli americani imparano. Il mese scorso un funzionario della sicurezza nazionale con un incarico nella Cia, parlando di prigionieri, ha detto: “Può capitare che i nostri ragazzi, con l’adrenalina che hanno in corpo quando li catturano, gli diano qualche calcio”. Un altro funzionario ha affermato che “nei pazienti che hanno subìto ferite, il controllo del dolore fisico è una cosa molto soggettiva”. Siamo giusti, però: sarà anche vero che tanta malvagità gli americani l’hanno imparata dagli algerini, ma avrebbero potuto benissimo impararla dai taliban.
Gli Stati Uniti hanno varato un programma da duecento milioni di dollari, chiamato Total Awareness (consapevolezza totale), che consentirà al governo di raccogliere informazioni sui movimenti di tutti i cittadini americani, monitorando la loro posta elettronica e i loro collegamenti alla rete. Inoltre chiedono insistentemente ai governi europei di avere accesso al contenuto dei file che riguardano i loro cittadini. La più recente, e la più inammissibile, di queste pretese è stata avanzata quando Washington ha chiesto di accedere alle registrazioni computerizzate di Air France, la compagnia aerea nazionale francese, in modo da tracciare il “profilo” di migliaia di passeggeri. Tutto questo va molto oltre i sogni più sfrenati sia di Saddam sia del caro leader Kim.
Nel frattempo, proprio a partire da queste premesse, si procede verso la guerra contro l’Iraq, che ha il petrolio, ma si evita la guerra contro la Corea, che il petrolio non ce l’ha. E i nostri governi la fanno franca. Così noi minacciamo degli innocenti, torturiamo dei prigionieri e “impariamo” da personaggi che dovrebbero trovarsi sul banco degli imputati per crimini di guerra.
Questo è il nostro vero omaggio alla memoria delle donne e degli uomini assassinati crudelmente nel crimine contro l’umanità compiuto l’11 settembre del 2001.
Traduzione di Marina Astrologo
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