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Nick Hornby
È uno scrittore inglese nato nel 1957.

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Guanda 2005

Febbre a 90º
Guanda 2001

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Tea 2004

Alta fedeltà
Guanda 1999

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Guanda 1998

Firme | Nick Hornby
| Solo testo |
Sul mio comodino

Ogni mese Nick Hornby, autore di Febbre a 90 e Alta fedeltà, racconta i libri che ha appena comprato. E quelli che ha effettivamente letto. Ecco la sua prima lista, da Salinger a Pompei di Robert Harris

Internazionale 507, 25 settembre 2003



Libri comprati
Robert Lowell, Ian Hamilton
Collected poems, Robert Lowell
Against oblivion, Ian Hamilton
In cerca di Salinger, Ian Hamilton
Nove racconti, JD Salinger
Franny e Zooey, JD Salinger
Alzate l'architrave, carpentieri/Seymour. Introduzione, JD Salinger
The Ern Malley Affair, Michael Heyward
Qualcosa è accaduto, Joseph Heller
Penguin Modern Poets 5, Corso/Ferlinghetti/Ginsberg

Libri letti
• Tutto Salinger
In cerca di Salinger e Lowell
• Un po' di Against oblivion
Pompei di Robert Harris (non comprato)



Questa rubrica dovrebbe parlare del come, del quando, del perché e del che cosa uno legge; di come, se una lettura va bene, un libro tira l'altro, flusso cartaceo di temi e significati; e di come, se va male – quando i libri non ti convincono o non ti prendono, quando il tuo umore e quello del libro sono come cane e gatto – faresti qualsiasi altra cosa piuttosto che attaccare il paragrafo successivo o rileggere l'ultimo per la decima volta.

"Abbiamo parlato di libri", dice un personaggio dello splendido The feast of love di Charles Baxter, "di quanto erano noiosi da leggere e di quanto ti sono piaciuti comunque". Chi non ammette di aver provato qualcosa di simile non è sincero. Prima di cominciare, alcune regole di base.

1. Non voglio che nessuno scriva per farmi notare che spendo troppi soldi in libri, molti dei quali non leggerò mai. Lo so già. Ho sicuramente intenzione di leggerli tutti, più o meno. Le intenzioni sono buone. In ogni caso, sono soldi miei. E scommetto che lo fate anche voi.

2. Allo stesso modo, non voglio che nessuno mi faccia notare che alcuni dei libri di cui parlo in questa rubrica sono di amici – o, nel caso di Pompei, di cognati. Molti dei miei amici sono scrittori, quindi parte del tempo che dedico alla lettura è inevitabilmente destinato ai loro libri. Non tenterò di nascondere i legami, se questo fa star meglio qualcuno. Comunque sono cinque anni che mio cognato, l'autore di Fatherland e di Enigma, non pubblica un libro, quindi è probabile che sarò già stato licenziato da questa rivista prima che esca un altro suo romanzo.

3. E non sprecate il fiato cercando di dirmi che mi sto dando delle arie. Ok, forse stavolta me ne sto dando un po' (ma siete sicuri? Non dovrei aver letto alcuni di questi libri decenni fa? Franny e Zooey? Cristo! Forse sto facendo l'opposto: forse mi sto umiliando. E forse voi avete letto tutti questi libri e una marea d'altri negli ultimi quindici giorni. Non vi conosco. Qual è – ehm – la quantità normale di libri per uno che lavora, ha dei figli e guarda la tv?).

Ma il mese prossimo potrei occupare questo spazio cercando disperatamente di spiegare come mai in quattro settimane sono riuscito a leggere solo un fotoromanzo e le pagine sportive del Daily Mirror – nel qual caso, risparmiatevi di darmi del filisteo, del pigro o dello zotico. Questo mese ho letto parecchio a) perché è estate, ha fatto caldo, non lavoro molto e non c'è calcio in tv e b) perché mio figlio maggiore, per motivi che non sto qui a spiegare, ha trascorso ancora più tempo del solito chiuso in bagno, e io dovevo star seduto fuori su una sedia. È così che si leggono i libri.

Questo mese, è andata più o meno così: Against oblivion > Lowell > In cerca di Salinger > Nove racconti > Alzate l'architrave, carpentieri > (Pompei) > Seymour. Introduzione > Franny e Zooey

La fissa con Robert Lowell/Ian Hamilton è cominciata con una recensione paurosamente bella di Anthony Lane che commentava sul New Yorker una raccolta di poesie di Lowell: Lane accennava en passant che la biografia di Hamilton rimaneva ancora la migliore. Nonostante questo non mi ci sarei mai messo se non fosse stato per molti altri fattori, il più importante dei quali è che mi è appena nato un figlio e l'abbiamo chiamato Lowell.

Abbiamo scelto il nome in parte per via di vari musicisti – Lowell George e il cantante blues Lowell Fulson – e in parte per via di Robert Lowell, di cui non avevamo mai letto niente (a nostra discolpa c'è da dire che qui in Inghilterra non è più particolarmente famoso, e non viene insegnato a scuola). La sua esistenza ci aveva persuaso, nella nostra inaffidabile condizione ormonale, che il nome avesse una connotazione vagamente artistica.

Il nostro Lowell finirà quasi sicuramente col fare il direttore delle vendite in una ditta di articoli sportivi, e il suo unico legame con la letteratura sarà quando ascolterà gli audiolibri di Tom Clancy una volta all'anno in vacanza – non che ci sia nulla di male in questo. Avevo anche visto da poco un documentario della Bbc proprio su Ian Hamilton, che era un bravo poeta e un grande critico, e un mentore di Barnes, Amis, McEwan e tutta quella generazione di scrittori inglesi (per inciso c'è un nuovo canale via cavo della Bbc, Bbc4, veramente ottimo, che trasmette documentari altrettanto belli e poco noti).

L'avevo incontrato un paio di volte e mi era piaciuto molto, non ultimo perché aveva scritto un'entusiastica recensione del mio primo libro (ho già detto che era un grande critico?). È morto un paio di anni fa, e vorrei averlo conosciuto meglio.

Comunque non è detto che avrei scovato la biografia di Lowell se non avessi passato un weekend vicino a Hay-on-Wye. Hay è una strana cittadina sul confine tra Inghilterra e Galles, che consiste quasi esclusivamente di negozi di libri di seconda mano: ce ne sono una quarantina, a poca distanza l'uno dall'altro. Uno di questi, specializzato in poesia, è impeccabile.

È lì che ho trovato il libro di Hamilton, così come la raccolta Penguin Modern Poets, acquistata perché recentemente al matrimonio di un amico era stato letto il delizioso Matrimonio di Gregory Corso. Ho comperato il libro su Ern Malley (per una sterlina, della serie "forse un giorno", destinato all'oblio in cima allo scaffale) e una prima edizione di Qualcosa è accaduto (perché salta fuori nel film The stone reader) da un'altra parte, in città.

A Hay, in assenza di qualsiasi alternativa, si comprano libri. Nonostante tutti questi presagi, non avevo previsto di leggere ogni singola parola della biografia di Lowell. Ma Hamilton è uno scrittore così bravo, e la vita di Lowell così tumultuosa, che è volata in un paio di giorni, come un romanzo di Elmore Leonard.

Talvolta, nelle mani della persona giusta, le biografie di figure relativamente minori (e l'influenza di Lowell sembra si stia attenuando in fretta) diventano particolarmente avvincenti: sembra che queste vite riflettano i loro tempi e climi culturali come le personalità maggiori non riescono a fare. Così salta fuori che Lowell è il tipico tizio che nelle foto si scorge dietro a Zelig: ebbe uno scambio epistolare con Eliot, frequentò Jackie e Bobby K, e viaggiò con il senatore Eugene McCarthy nel '68. Picchiò il padre, ebbe continui e strani rapporti extraconiugali, probabilmente platonici, con innumerevoli giovani donne, e attraversò terribili periodi di psicosi, spesso accompagnati da preoccupanti farneticazioni su Hitler. In altre parole, questo è uno di quei libri che si impongono al proprio partner urlando increduli: "Ma… sono io!".

In più, come bonus, ho anche avuto l'impressione di aver imparato di più sull'atto creativo in poesia da questo singolo libro di quanto non abbia fatto in tutta la mia carriera scolastica (ecco una riga di una lettera che Lowell scrisse a Randall Jarrell che mi sforzerò di ricordare in futuro: "Nella prosa ti deve interessare quello che viene detto… per me è entusiasmante, come andare a pescare"). Alla fine, i periodi di psicosi rendono il ritmo del libro un po' faticoso, e forse la critica di Hamilton alle poesie tende a essere un po' troppo severa. I Collected poems contano milleduecento pagine, ma Hamilton sembra sostenere che camperemmo meglio se fossero millecentocinquanta in meno.

Ed è chiaramente un poeta che ama… È comunque una grande biografia, e dopo ero in pieno trip per Hamilton. Ho comperato Against oblivion, il suo libro di saggi brevi su tutti i maggiori poeti del ventesimo secolo tranne quattro, Eliot, Auden, Hardy e Yeats, assenti perché la loro opera, secondo il critico, sopravviverà sicuramente. Ora è in bagno, e ne ho letto metà (notizia shock: i veri critici pensano che e.e. cummings faccia schifo. Onestamente non lo sapevo. L'ho letto a scuola, l'ho messo nello scatolone dei "buoni", e l'avevo lasciato là). Mi ricordavo vagamente del tentativo di Hamilton di scrivere una biografia di Salinger: si concluse in tribunale, e Salinger fece una delle sue rare uscite pubbliche per deporre. Hamilton ammette che la vittoria di Salinger lasciò ampie lacune nel libro che voleva scrivere. Sono contento di averlo letto, comunque.

Ho anche imparato delle cose: per esempio che negli anni trenta si potevano guadagnare duemila dollari con un racconto. Gli aneddoti su Salinger che si arrabatta per lavorare e che va allegramente fuori a cena con gli Olivier a Londra fanno quasi girare la testa, tanto suonano improbabili a sentirle oggi; e quando la mente di Hamilton si mette al lavoro sugli aneddoti, è qualcosa da non perdere. L'idea di poter divorare l'intera opera di un grande autore in meno di una settimana ha certamente contribuito ad aumentarne il fascino – non riuscirete a maltrattare Dickens in questo modo – ma è stata comunque più dura di quanto pensassi.

Quasi tutti i Nove racconti sono perfetti, e Alzate l'architrave, carpentieri è originale e divertente, ma Seymour. Introduzione… dio, non avevo davvero voglia di sapere nulla delle orecchie di Seymour. O dei suoi occhi. O se faceva sport. La prima volta in assoluto che l'ho incontrato si è fatto saltare le cervella (in Un giorno perfetto per i pesci-banana) quindi, per essere brutali, non ho mai maturato tanta curiosità nei suoi confronti quanta Salinger sembra chiedermene.

Ma mentre mi aspettavo qualcosa di leggero e di dolce, mi sono ritrovato con questa strana sensazione da psicodramma: sapevo che non sarei stato capace di separare le storie dalla Storia, ma non mi aspettavo che l'autore contribuisse a creare confusione. Hamilton è particolarmente bravo a descrivere come Buddy Glass, evidentemente il portavoce di Salinger, crei e perpetui miti sul suo alter ego.

Pompei l'ho letto tra Nove racconti e Alzate l'architrave: credo ci sia una regola che quando un membro della famiglia ti regala il suo nuovo libro, smetti di fare quello che stai facendo e lo leggi.

Avere come cognato uno scrittore avrebbe potuto rivelarsi molto, molto brutto. Avrebbe potuto avere più o meno successo di me. O avrebbe potuto scrivere libri che odiavo, o che trovavo impossibili da finire (pensate se vostro cognato scrivesse Finnegan's wake, e voi foste superimpegnati al lavoro. O non foste dei grandi lettori). Per fortuna i suoi libri sono bellissimi, ed è un piacere leggerli, e nonostante la mia trepidazione – non riuscivo a capire come sarebbe riuscito ad azzeccare un thriller che finisce con il più grande deus ex machina che il mondo abbia mai conosciuto – credo sia il suo libro migliore.

Robert si è letto praticamente tutti i libri esistenti di vulcanologia e di acquedotti romani, così come ogni parola scritta da Plinio, e questo ha fatto ulteriormente aumentare l'ammirazione che provo per mia sorella: è stata lì seduta ad ascoltare roba sugli acquedotti romani per gli ultimi tre anni? Ora capisco perché il suo ultimo film preferito è La rivincita delle bionde: che altro, se no?
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