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Un genio misterioso
Il sesso anale ha un vantaggio: ci sono pochi precedenti cinematografici che istruiscono su come si dovrebbe apparire
Internazionale 573, 13 gennaio 2005

I LIBRI DEL MESE DI NICK HORNBY
Comprati
•The men who stare at goats, Jon Ronson
•I am Charlot Simmons, Tom Wolfe
•Devil in the details: scenes from an obsessive girlhood, Jennifer Traig, Palace Walk, Naguib Mahfouz
•Just enough liebling, a cura di David Remnick
Letti
•The plot against America, Philip Roth
•Father Joe, Tony Hendra
•Chronicles, Bob Dylan
•The book of shadows, Don Paterson
•Soldati di Salamina, Javier Cercas

Scrivo questa rubrica da quindici mesi. E anche se ho avuto frequenti scontri con i Polysyllabic Spree – i 55 inquietantemente estatici ed estaticamente inquietanti giovani uomini e donne che pubblicano la rivista The Believer – pensavo che le cose fossero migliorate. Sembrava che avessimo raggiunto una sorta di armistizio.
Avevamo ancora opinioni divergenti: non hanno mai approvato che io leggessi cose sullo sport, così come non apprezzano che citi libri in cui la gente mangia carne o pesce d'allevamento. Comunque, sono stato abbastanza stupido da cercare di soddisfare i loro capricci: non si può negoziare con i terroristi morali. Nel mio ultimo articolo ho parlato un po' di cricket e ho fatto una battuta spinta su Cechov, tutto qui. Sono stato radiato dalla rivista, sine die.
Motivo per cui la mia rubrica era misteriosamente assente nell'ultimo numero, sostituita da un mucchio di illustrazioni. Illustrazioni! È in questo modo che annunciano la mia morte! Non so se leggerete mai queste parole, ma ecco il mio piano: non tutti i membri dello Spree sono furbi allo stesso modo.
E di sentinella alla casa editrice c'è una donna un po' tontolona (una ragazza dolce, che ama i libri, ma a cui non affideresti mai l'intervista a Noam Chomsky, non so se mi spiego). Siamo usciti un paio di volte e le ho detto di avere il manoscritto originale di seicento pagine, inedito, di Il gabbiano Jonathan Livingston, il suo romanzo preferito.
Le ho anche promesso di darglielo se mi lascia mezz'ora senza sorveglianza. Se state leggendo queste parole, saprete che ci sono riuscito. Comunque non avrebbero potuto scegliere periodo peggiore per radiarmi, perché lo scorso mese mi sono fatto il culo. Ho letto L'arcobaleno della gravità, Daniel Deronda, S/Z di Barthes, una lunghissima biografia di qualche poeta che girava per la casa… Da impazzire. E tutto per niente. Allora questo mese ho letto quello che avevo voglia di leggere e non quello che lo Spree voleva che leggessi.
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Non sono un dylanologo. Per me non è altro che il solito grande artista, con nulla di interessante nel suo bidone della spazzatura. Però quando ho sentito parlare per la prima volta di una sua imminente autobiografia, ho fatto fatica a immaginare come poteva essere. Avrebbe avuto un titolo melenso? Per esempio My back pages o The times, they have a-changed?
Avrebbe contenuto foto con didascalie scritte dall'autore? Roba tipo: "Gli anni dell'eyeliner. Cosa sarà mai stato?!!?" O "Mary Tyler Moore e io, Malibu, 1973. Non molti sanno che la nostra rottura ispirò Blood on the tracks". Sarebbe stato finalmente svelato chi erano davvero quei "five believers", e cosa c'era di così ovvio su di loro?
Chronicles informa senza nulla togliere all'aria di mistero, che è molto. Dopo aver letto il libro, ci si rende conto che Dylan non è deliberatamente ottuso né scaltro. È semplicemente quello che è, ed è così che funziona la sua testa. E il rendersi conto di questo sortisce a sua volta l'effetto di contestualizzare il suo genio – forse anche riducendolo, se si era investito molto nella sua genialità come il prodotto di uno sforzo sovrumano.
Lui pensa per metafore apocalittiche ed ellissi, e vede buffoni, ladri e cinque (o più) credenti dappertutto. Quindi scriverne, per quel che lo riguarda, non è poi una gran cosa. A un certo punto spiega l'effetto che un cambiamento di tecnica ha avuto su di lui: "Era come se parti della mia psiche fossero state contattate da angeli. C'era un grande fuoco nel caminetto e il vento lo faceva crepitare. Il velo era stato levato. A Natale era arrivato un tornado, aveva spinto via tutti i finti Babbi Natali e spazzato via le macerie...".
Non riesce a farne a meno, il ragazzo. Il mio momento enigmatico preferito è quando Dylan spiega la genesi del suo nuovo cognome: in un aneddoto racconta di come gli sia capitato "inaspettatamente" tra le mani un libro di poesie di Dylan Thomas. Dove pensate che fosse l'elemento di sorpresa? Gli è caduto in testa? L'ha trovato una mattina sotto il cuscino?
Quello che più colpisce di Chronicles è la serietà con cui Dylan spiega cosa vuol dire essere quello che è e come sia arrivato a esserlo. Non lo fa raccontandoci della sua infanzia o della vasca da bagno che stava riempiendo quando ha cominciato a canticchiare Mr. Tambourine man per la prima volta.
Chronicles non ha uno sviluppo lineare e si concentra su piccoli momenti di una vita memorabile – un pomeriggio nell'appartamento di un amico a New York nel 1961, un paio di giorni a New Orleans nel 1989, a registrare Oh mercy con Daniel Lanois. Ma usa questi momenti come torce, per gettar luce avanti e indietro. E alla fine ci si accorge che ha illuminato molto della sua vita interiore.
Chronicles è molto più umile di quanto ci si potesse aspettare, perché parla tanto del divorare la roba di altri quanto del buttar fuori la propria. Ecco una selezione casuale di nomi comparsi nel secondo capitolo: The Kingston Trio, Roy Orbison, George Jones, Greil Marcus, Tacito, Pericle, Tucidide, Gogol, Dante, Ovidio, Dickens, Rousseau, Faulkner, Leopardi, Freud, Pushkin, Robert Graves, Clausewitz, Balzac, Miles Davis, Dizzy Gillespie, Leadbelly, Judy Garland, Hank Williams, Woody Guthrie…
Molti degli scrittori di questo elenco sembra che li abbia incontrati per la prima volta su uno scaffale di quell'appartamento a New York. Non so se lo scaffale, l'appartamento o persino l'amico siano davvero esistiti o se è tutta una grande metafora, e non mi interessa neanche saperlo perché questo è uno splendido libro. E uno dei migliori e più scrupolosi che abbia mai letto sul processo di creazione artistica. Non deve neanche piacere Dylan. Per apprezzarlo basta solo amare le persone che fanno arte.
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Per un attimo, mentre ho messo giù Chronicles e ho preso The plot against America – nessuno dei due usciti da più di quindici giorni – mi sono sentito un po' come il bravo lettore che coscienziosamente si inoltra nell'elenco del "nuovo e degno di nota".
Ne sapevo abbastanza per organizzare uno di quei dinner party che gli opinionisti inglesi sono soliti deridere. Sulla stampa inglese si fa invariabilmente riferimento a "dinner party a Islington", perché, si dice, è lì che vive "l'intellighenzia liberal" – detta anche "radical chic" – e si parla del nuovo Roth mangiando focaccia, che è un tipo di pane che, a quanto pare, piace molto ai "radical chic".
Be', io vivo a Islington (non c'è un esame di ammissione, ovviamente), non sono mai stato a un dinner party del genere e questo avrebbe potuto essere il mio momento per lanciare un salotto letterario. Avrei potuto comprare focaccia e chiedere alla gente mentre si toglieva il cappotto: "Avete letto l'ultimo Roth?". E loro avrebbero risposto: "Cazzo hai detto?", se erano miei amici, oppure "Sì, non è splendido?", se era gente che non conoscevo. In ogni caso, adesso è troppo tardi.
I libri sono usciti da un sacco di tempo. È tardi per un dinner party e anche per far colpo sui lettori di questa rubrica. Ci ha pensato lo Spree con le sue illustrazioni. Avevo l'opportunità di farmi bello e loro me l'hanno rovinata, come sempre.
La cosa che più mi irrita è che avevo qualcosa da dire su The plot against America, cosa che non succede quasi mai.
Le parole più vere e più sagge mai scritte sull'attività della recensione le ha dette Sarah Vowell nel suo libro Take the canolli. Dovendo recensire un album di Tom Waits per una rivista, conclude scrivendo che "le ballate le piacciono abbastanza". Quel che le serve sono un altro migliaio di parole che precisino quest'accecante illuminazione. E questo è più o meno quel che provo per un sacco di cose che leggo o ascolto, quindi il rendermi conto di aver davvero qualcosa da dire sul romanzo di Roth mi ha un po' sconvolto.
Avrete già sentito opinioni simili un migliaio di volte, ma non ho opinioni tanto spesso da potermi permettere di lasciar perdere. Mettendola così, la mia avrà il pregio della novità e della freschezza: il mio umile e parziale punto di vista è che il romanzo fantastorico Fatherland, di mio cognato, come opera di fiction è più riuscita. È la prima volta che lo sentite dire, vero?
Perché anche se avete sentito qualcuno paragonare il libro di Roth a Fatherland, non avrà certo usato "mio cognato". Avrebbe potuto dirlo mio fratello, ma scommetto che non ha letto Roth. E probabilmente ha mentito anche quando ha detto di aver letto Fatherland.
The plot against America è una brillante e agghiacciante dissertazione sull'America del ventesimo secolo, ma non sono sicuro che funzioni come romanzo, semplicemente perché al lettore si ricorda continuamente che è un romanzo.
Il libro racconta quel che sarebbe successo negli Stati Uniti se il filofascista Charles Lindbergh avesse vinto le elezioni presidenziali nel 1940, ma per lunghi pezzi sono gli eventi della storia alternativa a portare avanti la trama e ci si ritrova a domandarsi perché vengono raccontati. Perché se Lindbergh è diventato presidente degli Stati Uniti nel 1940 – e questo libro ci chiede di credere che sia accaduto, ci chiede di abitare un mondo in cui questo fa parte della nostra storia – allora è ovvio che dovremmo sapere già cosa è successo, no?
È ovvio che sapremmo del dilagante antisemitismo e dei conseguenti tumulti, del ruolo eroico svolto dal sindaco LaGuardia, e del destino di Lindbergh, no? Continuiamo a leggere, chiaramente, perché non sappiamo e vogliamo sapere; ma è qualcosa che va contro la naturalezza del romanzo. Quando Roth scrive, per esempio, che "le elezioni di novembre non erano state equilibrate… Lindbergh ottenne il 57 per cento dei voti", ci fornisce informazioni che non abbiamo; ma nello stesso tempo siamo invitati a immaginare di averle già. E allora perché ci vengono fornite di nuovo?
In Fatherland, mio cognato – Harris, come suppongo di doverlo chiamare qui – adotta il punto di vista secondo cui in un romanzo fantastorico lui deve immaginare non solo gli eventi storici alternativi, ma anche la coscienza storica del suo lettore. In altre parole, gli eventi della storia alternativa fanno da sfondo, e le informazioni che ci servono per capire cosa è successo (in Fatherland i nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale) trapelano poco a poco, in maniera trasversale, mentre l'autore procede con la trama.
Roth sceglie di mettere il suo "come sarebbe se" al centro del libro, e così The plot against America finisce con l'apparire un lungo saggio. Il fatto è che non so neanche se me ne importa qualcosa. Chi non vorrebbe leggere un lungo saggio di Roth? È solo nelle recensioni di libri sui giornali che i difetti di questo tipo riducono il gradimento, e questo perché i recensori non possono dire "le ballate mi piacciono abbastanza".
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Mi accorgo adesso che quasi tutto quel che ho letto è relativamente nuovo: l'avvincente e coraggioso Bravi bambini di Tom Perrotta, il quasi sempre delizioso Father Joe, di Tony Hendra. Credo che Soldati di Salamina sia il primo romanzo tradotto che ho letto dall'inizio di questa rubrica. È una vergogna? Penso di sì ma non la sento come tale.
Quando sei un illetterato come me, ignorare sistematicamente la letteratura non anglofona, non è poi così grave. Nel nuovo, intelligente, divertente libro di epigrammi The book of shadows, che suscita un'esasperante dipendenza, il poeta scozzese Don Paterson scrive che "l'incarnazione di una poesia nella sua lingua è tutto, come il colore in un dipinto".
Credo che questo non sia del tutto vero per i romanzi, ma si ha sempre l'impressione che manchi qualcosa. Soldati di Salamina è commovente, istruttivo, ben tradotto e bla bla bla. Ma quasi in ogni pagina ho avuto l'impressione di ascoltare una radio sintonizzata male.
Non occorre che mi scriviate per esprimere il vostro disgusto e la vostra delusione. Sono già abbastanza deluso. The book of shadows, tuttavia, è arrivato forte e chiaro. Pensiero del giorno: "Il sesso anale ha un grande vantaggio: ci sono pochi precedenti cinematografici che istruiscono entrambe le parti su come dovrebbero apparire". È un libro che non può mancare nel vostro bagno.
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