Un mese di letture catastrofiche
Nick Hornby
A volte preferiamo evitare i libri che dicono verità spaventose. Ma il fatto
che non vogliamo sapere certe cose è già un problema di cui aver paura
Internazionale 664, 19 ottobre 2006
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I libri del mese
Comprati
• Winter's bone, Daniel Woodrell
• Will this do?, Auberon Waugh
• Poiché ero carne, Edward Dahlberg
• Clear water, Will Ashon
• My life with the hustler, Jamie Griggs Tevis
Letti
• Cronache da una catastrofe, Elizabeth Kolbert
• Imperium, Robert Harris
• Jimi Hendrix turns eighty, Tim Sandlin
• The zero, Jess Walter
• Fun home, Alison Bechdel
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"Ciò di cui abbiamo bisogno", ha detto recentemente uno di quei critici terribili che scrivono per le riviste serie, “è che si parli più francamente dei libri brutti". Be', certo che ne abbiamo bisogno.
È difficile pensare a qualcosa di cui abbiamo più bisogno. Finalmente la gente smetterebbe di leggere brutti libri, gli scrittori smetterebbero di scriverli e tutti leggerebbero solo quello che piace ai critici terribili delle riviste serie, e il mondo sarebbe un luogo più felice, a meno che a te piaccia leggere i libri che non piacciono ai critici terribili: in quel caso il mondo per te sarebbe un posto infelice. Peggio per te.
Stranamente, il critico terribile stava cercando di recensire un libro che le era piaciuto, e per un momento era sembrato che potesse dimenticarsi dei brutti libri; ma queste persone sono sempre così arrabbiate che non riescono mai a dimenticarsi dei brutti libri, neanche quando dovrebbero pensare a quelli belli (mi chiedo se è costipazione; potrebbe essere, sapete: può rendere le persone terribilmente irritabili).
Il critico terribile non è una grande estimatrice di questa rubrica. È un peccato naturalmente, ma non è una sorpresa. La cosa che più mi rattrista è che ci conosciamo da un bel po' di tempo, esattamente da quando ci incrociavamo nei cabaret del nord dell'Inghilterra. E ora sembra che abbiamo litigato. Perché ha voluto gettar via tutta quell'allegria?
Purtroppo non posso parlare francamente degli ultimi libri che ho letto, perché sono tutti bellissimi. Quello che mi è piaciuto di meno è Cronache da una catastrofe di Elizabeth Kolbert, perché spiega in modo molto convincente che il nostro pianeta sarà presto inabitabile. Di solito la saggistica deprimente dà sempre qualche via d'uscita, del tipo “da noi non potrebbe succedere, a me non succederà, non può succedere di nuovo".
Ma questo saggio non offre molte possibilità. Kolbert va nei villaggi dell'Alaska con degli esperti di permafrost per vedere come il permafrost si stia sciogliendo (ehi George W., si chiama permafrost! Si sta sciogliendo. Ci puoi spiegare di nuovo perché non c'è nulla di cui preoccuparsi?).
Kolbert va in Groenlandia con degli scienziati della Nasa a guardare le lastre di ghiaccio che si disintegrano, ascolta i biologi che descrivono lo spostamento verso nord dell'habitat delle farfalle inglesi, va nei Paesi Bassi a vedere le case anfibie che stanno costruendo in previsione dell'imminente diluvio. Non si potrebbe avere una spiegazione più chiara e concisa da un punto di vista scientifico: i dati dello studio di Kolbert sono intessuti nel testo come gli indizi di un delitto nel thriller più spaventoso di tutti i tempi.
La comunità scientifica, comunque, non sta facendo nessun dibattito serio sulla questione. Le compagnie petrolifere e le altre parti in causa ogni tanto provano a diffondere affermazioni chiaramente e criminalmente false, sostenendo che non ci sono certezze e che forse la verità sta nel mezzo. Ma in realtà non c'è niente di cui discutere. Il cambiamento climatico è in atto ora, e sarà devastante, a meno che non facciamo tutti e subito dei passi avanti giganteschi.
È inutile dire che ci sono moltissimi dubbi sul fatto che chi ricopre posizioni di potere negli Stati Uniti sia pronto a fare quel che è disperatamente necessario. Il senatore James Inhofe, presidente della Commissione al senato per l'ambiente e le opere pubbliche, ritiene che il riscaldamento del globo sia “la più grande bufala mai perpetrata ai danni del popolo americano".
Il funzionario della Casa Bianca Philip Cooney “ha ripetutamente ritoccato i rapporti governativi sul cambiamento climatico per farli sembrare meno allarmanti", prima di lasciare il posto e andare a lavorare per la ExxonMobil.
Non mi capita spesso di voler intervistare gli autori di un saggio, perché il libro risponde invariabilmente a tutte le domande che vorrei fare sull'argomento. Ma nella biografia dell'autrice sulla sovraccoperta ho notato che Elizabeth Kolbert ha tre figli, come me. Gli avrà parlato di queste cose? E come fa a dare ai bambini la positività e il senso di sicurezza di cui hanno bisogno?
I nostri figli vivranno esistenze molto diverse e molto meno facili delle nostre; potrebbero anche decidere che non abbia molto senso avere dei figli. Forse non avete voglia di leggere un libro così spaventoso, ma il fatto stesso che non vogliamo sapere è già una parte del problema. Se non volete sapere, allora dovete leggere Cronache da una catastrofe. È breve, razionale e pacato. E terrificante.
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Ho cominciato a leggere il manoscritto del romanzo di Tim Sandlin Jimi Hendrix turns eighty proprio al momento giusto: non solo è divertente, ma immagina che avremo un futuro.
I personaggi di Sandlin vivono o lavorano tutti nella Mission Pescadero, un pensionato per anziani in California, nell'anno 2023; quasi tutti gli anziani sono hippy che fumano marijuana, sessualmente incontinenti, che per decenni hanno fatto sesso e litigato tra loro (spesso sulla musica dei Blue Cheer). La band della casa che suona cover alla festa del venerdì si chiama Acid Reflux, che forse è il nome più perfetto che io abbia mai sentito per una band inventata.
I residenti di Mission Pescadero, stufi di essere sedati dallo staff autoritario del pensionato, organizzano una rivolta e prendono il controllo, ma Jimi Hendrix turns eighty non è il tipo di satira che svende l'anima solo per aumentare il ritmo, né rovina i personaggi nella costruzione del racconto.
Se avesse tentato di trattare con condiscendenza gli anziani o di ridicolizzarli, sarebbe stato illeggibile. Ma non lo fa mai. Sandlin riesce a cogliere la macabra comicità di quello che ci accade, ma il suo humour non è mai gretto, e l'autore ama troppo i suoi personaggi per non capire che il loro dolore, la nostalgia e la frustrazione sono reali. Questo romanzo intelligente mi ha davvero portato un po' di refrigerio nella viziosa, stupefacente (e come mi ha insegnato Elizabeth Kolbert , probabilmente minacciosa) estate londinese.
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Imperium è il primo romanzo di una trilogia su Cicerone progettata da mio cognato. In questa rubrica ho già parlato del suo ultimo romanzo, Pompei, ed ero certo che sarei stato licenziato prima dell'uscita del suo nuovo libro. E invece eccomi qua. Non ho molto da dire, se non che ho il cognato più intelligente che un uomo possa desiderare, e che avere un cognato intelligente è enormemente gratificante e istruttivo.
Il Cicerone di Robert è un politico vero e proprio, che vive e respira; quindi è, nel suo genere, forse il miglior ritratto fittizio che abbia mai letto. Di solito l'intreccio nei romanzi sui politici si svolge così: il giovane e ingenuo politico, onesto e impegnato, invecchia e diventa più cinico man mano che conosce il mondo.
Chiunque sia mai stato a scuola o all'università con un politico, tuttavia, sa che questa storia funziona solo come metafora, perché chi vuol fare il politico non è mai ingenuo. Quei piccoli bastardi sono subdoli e ambiziosi anche quando cercano di farsi eleggere come ministri del divertimento.
Robert lo sa – anche se è un ex cronista politico e quindi ama i politici più di me – e il suo Cicerone è adeguatamente complesso: attraente, ambiguo, appassionato, ferocemente energico, pragmatico. Sicuramente com'era quello vero, e sospetto che il primo ministro britannico sia molto simile. Il presidente degli Stati Uniti, invece, è sui generis.
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Ero in attesa di vedere cosa avrebbe scritto jess Walter dopo lo splendido libro dell'anno scorso, Citizen Vince. Sì, si può scrivere un libro all'anno: basta scrivere cinquecento parole al giorno (meno di un quarto di questa rubrica) per circa otto mesi. Ma resterebbero solo quattro mesi all'anno per le vacanze, i Mondiali in tv, traccheggiare su internet, fare il giudice per premi letterari in posti esotici e via dicendo.
The zero è un romanzo sbalorditivamente ambizioso, una sorta di satira sulla paranoia del dopo 11 settembre. Brian Remy è un poliziotto coinvolto nell'inchiesta su un'enorme struttura distrutta da un terribile attacco terroristico. Con sua estrema sorpresa, viene sollevato dall'incarico e messo a lavorare in un'organizzazione antiterroristica segreta.
Ma non riesce a capire mai del tutto il nuovo lavoro, in parte perché è effettivamente incomprensibile e in parte perché Remy soffre di perdite di coscienza: si sveglia nel mezzo di una situazione senza sapere come si trova lì o cosa sta facendo.
Walter ha saputo unire forma e contenuto. C'è mai stato un periodo più disorientante nella nostra storia recente? Non c'è bisogno di essere Brian Remy per sentire che la vita dopo l'11 settembre ha perso coerenza. Remy finisce di continuo in enormi hangar pieni di persone che esaminano attentamente pezzetti di carta annerita dal fuoco, ed è facile riconoscere quanto queste scene siano allo stesso tempo plausibili e inaudite.
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Dopo i mondiali ho letto una montagna di roba. Di solito mi convinco che lo sport in televisione può dare tutto ciò che offre la letteratura e anche di più, ma la mia teoria comincia a vacillare. Sarebbe difficile trovare nei Mondiali un'analisi della relazione genitore-figlio acuta e sofisticata come quella dello straordinario romanzo a fumetti di Alison Bechdel Fun home. Si potrebbe aprire un dibattito sul Ghana dei primi incontri, credo, o sull'Italia delle fasi eliminatorie. Ma diciamocelo: le argomentazioni sarebbero sconclusionate e ridicole.
Fun home ha già ricevuto un'enorme quantità di lodi, e chi di noi ama i fumetti si dispiacerà un po' dell'aperta letterarietà dello splendido libro di Bechdel (ci sono riff su Wilde, Ritratto di signora e Joyce) perché potrebbe far cambiare idea a chi snobbava questo genere letterario: ora diranno tutti che sì, in fondo ci sono dei fumetti intelligenti. Pazienza. Faremo finta di niente.
Fun home è comunque bello quanto i migliori fumetti, anche se è un fumetto-memoir, piuttosto che un romanzo, e come tale può reggere il confronto con The Liar's Club o This boy's life. Bechdel è cresciuta in un'impresa di pompe funebri (fun-eral home) e ha avuto un padre che ha combattuto tutta la vita con la sua omosessualità.
Nonostante ciò ha scritto (e disegnato) un libro la cui verità è subito riconoscibile da chiunque abbia mai avuto qualche complicazione nell'adolescenza o nella giovinezza. Sarebbe ricco, dettagliato e intelligente anche senza i riferimenti letterari.
Fun home è un gran libro, ma a qualcuno, da qualche parte, non piacerà. E qualcuno da qualche parte lo dirà. Se volete parlare francamente, scegliete qualche argomento su cui esiste una verità dimostrabile; Elizabeth Kolbert sa che l'aria è già troppo calda così.
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