È cominciato oggi a Roma il vertice mondiale della Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Il tema principale dei tre giorni di lavori, che sarà discusso alla presenza di 4.800 delegati e 53 capi di stato, è la crisi alimentare in corso, aggravata dalla recessione economica mondiale. Il summit cercherà, inoltre, delle risposte alla malnutrizione che colpisce un miliardo di esseri umani nel mondo. Secondo il sito d’informazione Slate.fr le responsabilità della fame nel mondo sono politiche e vanno ricercate in primo luogo nel modello “industriale dell’agricoltura contemporanea”.
Secondo Slate.fr l’agricoltura industrializzata ha investito soprattutto in colture che hanno un valore commerciale, a scapito delle colture indispensabili per l’alimentazione. Soprattutto nel sud del mondo, infatti, i terreni coltivabili sono piantati con una monocultura intensiva. Si tratta soprattutto di soia, riso, grano e canna da zucchero, che vengono considerati sul mercato allo stesso modo delle materie prime minerali e del petrolio e sono soggette a speculazioni finanziarie proprio come il petrolio o l’oro.
“Questo modello ha portato anche allo sviluppo dei biocarburanti, responsabili dell’impoverimento delle terre coltivabili e dello spreco di enormi quantità di acqua. Negli Stati Uniti, per esempio, un quarto del mais prodotto è destinato alla produzione di biocombustibili. Se si pensa che gli Stati Uniti sono il terzo produttore mondiale di granoturco si comprende la proporzione del fenomeno”, spiega Slate.fr.
Solo attraverso una rottura con il modello industrializzato d’agricoltura sarà possibile segnare qualche punto contro la fame e la malnutrizione, “l’agricoltura deve tornare a essere gestita in maniera familiare e a misura d’uomo”.
Una delle questioni correlate alla crisi alimentare è la crescita demografica poiché nel 2050, secondo fonti delle Nazioni Unite, gli abitanti della Terra dovrebbero arrivare a nove miliardi. Secondo la Fao sarà necessario aumentare la produzione agricola del 70 per cento per far fronte alle necessità della popolazione mondiale.
Ma a questo proposito una ricerca recente del Population reference bureau, un’organizzazione indipendente che ha sede a Washington, ha messo in luce che per esempio nel continente africano l’aumento demografico non sta seguendo nessuna previsione e in alcune zone dell’Africa si è registrato un forte calo della natalità. “La realtà del continente è molto più complessa di quello che si è sempre pensato. Già da diversi anni nel Maghreb si registra un calo della natalità: in Algeria e in Marocco in media ogni donna ha 2,3 figli ; in Tunisia 1,9. A questi paesi si aggiunge il Kenya, in cui si è passati da una media di otto figli a donna, trent’anni fa, a una media di cinque. O il Senegal, in cui si è passati da 7 figli per donna a 4,5″, racconta Le Monde.
La ricerca dimostra che uno dei principali fattori che hanno influito su questo cambiamento è la scolarizzazione, soprattutto quella delle ragazze, che ritarda il matrimonio e favorisce la diffusione della contraccezione. “Tuttavia, per ora, solo il 30 per cento delle ragazze africane ha accesso all’istruzione secondaria, un dato molto al di sotto della media mondiale”.









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