Un volume d’affari di cento milioni di euro l’anno, settemila officine di riciclaggio e sessantamila lavoratori che si accontentano di 5 euro al giorno per lavorare dieci ore e rischiare la salute. Benvenuti a Guiyu, città nel sud della Cina dove viene stoccato il 70 per cento dei rifiuti elettronici di tutto il mondo.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le acque del fiume di Guiyu hanno una presenza di piombo 2.400 volte superiore al normale. I dati di una ricerca dell’università di Shantou mostrano che l’82 per cento dei bambini della zona ha un tasso troppo alto di sostanze chimiche nel sangue (tra cui piombo e cadmio); e il partito ha impedito agli ospedali della città di rendere noti i loro rilevamenti.
I giornalisti quindi non sono benvisti a Guiyu, ma chi si è arricchito grazie al riciclaggio di materiale elettronico non ha problemi a raccontare. Cheng Yinghong apre la sua azienda al quotidiano olandese Nrc Handelsblad: sei operai lavorano in una stanza dove gli areatori sono troppo piccoli per riuscire a mantenere salubre l’aria. L’imprenditore si lamenta degli effetti della crisi economica, che ha fatto calare a picco i prezzi di rame e acciaio, e della pressione internazionale sul governo che gli ha imposto il trasferimento in una struttura adeguata al riciclaggio e situata a grande distanza dalle zone abitate.
A sette anni dalla prima denuncia, il governo cinese ha deciso di reagire. Il segretario del partito della regione, Chen Xishi, afferma che il piano per il ricollocamento delle nuove fabbriche di riciclaggio è quasi pronto e dichiara che entro il 2011 non ci sarà più inquinamento a Guiyu. Greenpeace Cina, però, non ne è così convinta: teme che gli interessi privati in gioco siano troppo alti e che la provincia di Guiyu sia abbastanza lontana da poter ignorare le direttive di Pechino.









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