cinema 28 novembre 2009

I film della settimana


Francesca
Di Bobby Paunescu. Con Monica Barladeanu, Mihai Dorobantu. Romania 2009, 94’

Francesca è un film ben girato, ha una buona colonna sonora e dialoghi verosimili. Le ambientazioni sono realistiche e i protagonisti impeccabili: Monica Barladeanu recita in modo spontaneo e credibile e Mihai Dorobantu si cala perfettamente nel ruolo di un usuraio zingaro, apparentemente rassicurante ma in realtà crudele. La trama è semplice e costruita su un modello usato spesso dal nuovo cinema romeno: un giovane, spesso in compagnia di una ragazza, si trova in una situazione difficile, con un grosso debito da pagare. L’evoluzione dei personaggi è piatta e prevedibile, senza sconvolgimenti nel corso del racconto, e non richiede nessun tipo di coinvolgimento emotivo. Le inquadrature, tutte formalmente corrette, si succedono senza tensione, umorismo o paura. Il risultato è che in Francesca tutto è realistico tranne il riflesso dei sentimenti dei protagonisti sugli spettatori: il film non lascia nessuna impronta. Paunescu ha imparato a fare film da Cristi Puiu, regista di La morte del signor Lazarescu e produttore di Francesca, ma deve scoprire da solo cos’è davvero il cinema.–Cristian Tudor Popescu, Gandul

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Triage
Di Danis Tanovic. Con Colin Farrell, Christopher Lee, Paz Vega. Irlanda/Spagna 2009, 99’

Nel 2001 il debutto alla regia di Danis Tanovic, No man’s land, è stato un grande successo, che ha meritato anche un premio Oscar. Ma se quel film offriva uno sguardo satirico e tagliente sulla follia della guerra – il conflitto del 1993 in Bosnia Erzegovina – Triage, storia di un fotoreporter di guerra traumatizzato dalla sua esperienza in Kurdistan, affronta un tema abbastanza comune in modo non particolarmente originale. L’interpretazione molto intensa di Colin Farrell, per non parlare della prova magistrale di Christopher Lee, non compensa però una sceneggiatura prolissa e un ritmo a dir poco pigro. Colin Farrell è Mark Walsh, un fotografo irlandese che verso la fine degli anni ottanta rimane ferito in Kurdistan e torna a Dublino, profondamente provato. Decisa ad aiutarlo, la moglie spagnola (Paz Vega) si rivolge al nonno (Lee), uno psichiatra che ha esercitato sotto il regime fascista di Francisco Franco. La potenza visuale di Tanovic non si può mettere in discussione, mentre l’adattamento del romanzo di Scott Anderson è tutt’altro che convincente, soffocata da dialoghi interminabili e inutili.–Michael Rechtshaffen, The Hollywood Reporter

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(500) giorni insieme
Di Marc Webb. Con Joseph Gordon-Levitt, Zooey Deschanel. Stati Uniti 2009, 96’

Il titolo originale di questo film è (500) days of Summer, che si traduce “(500) giorni d’estate”. Ma Summer è anche il nome della protagonista del film, perciò evidentemente c’è un’allusione al tempo che il protagonista, Tom Hansen (Joseph Gordon-Levitt), rimarrà innamorato di Summer Finn (Zooey Deschanel). Il titolo 500 giorni insieme toglie un elemento all’originale, ma rimane chiaro che Tom e Summer non invecchieranno insieme, e tutto il gioco del film è scoprire come due persone così adorabili (Tom ha l’aria di un cucciolo triste e Summer ha due occhi in cui potrebbe annegare anche un esemplare adulto) riusciranno a farsi del male. Anziché rimettersi alle leggi della vita quotidiana, secondo le quali il futuro non si decide a tavolino, la sceneggiatura fa di Summer una militante contro l’amore. Tom, convinto invece di aver incontrato la donna della sua vita, cercherà in tutti i modi di farle cambiare idea. Con questi ingredienti si può cucinare I baci rubati, o scaldare un surgelato con Kate Hudson e Matthew McConaughey. A Marc Webb, che debutta nel lungometraggio, viene fuori una via di mezzo. Ogni tanto riesce a trasmettere dolcezza o dolore, ma troppo spesso si adagia sui trucchi e sui cliché del cinema americano “indipendente” (termine che ormai non ha altro significato se non indicare film realizzati con meno di trenta milioni di dollari), usando qui e là paesaggi disegnati e canzoni orecchiabili sussurrate con l’accompagnamento di una chitarra acustica. Un peccato perché la frustrazione che si prova guardando un film quasi riuscito è peggiore di quella provocata da una porcata annunciata. E anche perché Zooey Deschanel, probabilmente, merita un film migliore e un vero ruolo da protagonista.–Thomas Sotinel, Le Monde

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La dura verità
Di Robert Luketic. Con Gerard Butler, Katherine Heigl. Stati Uniti 2009, 96’

Difficile dire se è più odioso Gerard Butler, nel ruolo di un conduttore tv sessista e compiaciuto, o Katherine Heigl, in quello della sua produttrice, una single che va agli appuntamenti con una check list e non capisce perché gli uomini non l’apprezzino. Nonostante l’antipatia reciproca i due s’imbarcano nel tentativo di combinare un appuntamento tra lei e un suo vicino di casa. A voi la scelta quindi tra rozzezza priapica e imbecillità ossessiva. La cosa peggiore è la sceneggiatura che pretende di mettere ordine nella cosiddetta guerra dei sessi. E la cosa peggiore è che è scritta da tre donne: se volevano dimostrare che le femmine sanno essere stupide e volgari come i maschi, sono riuscite nell’intento.–Anthony Quinn, The Independent

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Dorian Gray
Di Oliver Parker. Con Ben Barnes, Colin Firth, Rebecca Hall. Gran Bretagna 2009, 112’

L’ennesimo adattamento cinematografico del racconto di Oscar Wilde è piuttosto deludente. A partire dal cast formato da attori tutti molto belli quanto inutili, su cui svetta Ben Barnes, troppo poco affascinante e carismatico per impersonare un uomo che ha deciso di vendere l’anima al diavolo. Ma anche se c’è qualche momento che può far pensare a un onesto horror di serie b (e il regista sa come farci saltare sulla sedia), il problema peggiore è che il dramma è assolutamente piatto e statico.–Simon Schama e Karl French, Financial Times

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I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Eric Jozsef, del quotidiano francese Libération e dello svizzero Le Temps.

La prima linea
Di Renato De Maria. Con Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno. Italia 2009, 96’

Scegliendo di lavorare su un registro grigio e sobrio, in La prima linea Renato De Maria evita qualsiasi empatia con i protagonisti di uno dei più feroci gruppi terroristici degli anni settanta. Con interpretazioni molto fredde Riccardo Scamarcio, nella parte di Sergio Segio, e Giovanna Mezzogiorno, in quello di Susanna Ronconi, riescono a tenere a distanza lo spettatore. Ma alla fine questa distanza rende il film impalpabile e incompleto. La prima linea si trasforma in un’avventura criminale senza sbocco dove le parole “lotta armata”, “rivoluzione proletaria” e “comunismo” sono scomparse. A parte la prima scena, dove si percepisce la spaventosa forza violenta di un corteo ideologizzato, il film sorvola sugli aspetti più interessanti della scelta armata: quale spinta ha trascinato centinaia di giovani in quella follia omicida? Interrogato da un ex compagno che si è fermato in tempo, Segio rimane muto e tutto il film con lui.


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