cinema 7 novembre 2009

I film della settimana

L’uomo che fissa le capre
Di Grant Heslov. Con George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges. Stati Uniti 2009, 93’

La mente umana può essere usata come un’arma? Sicuramente sarebbe più economica di un drone, anche se non necessariamente più efficace. A chi è interessato alla questione si consiglia la visione di L’uomo che fissa le capre, basato su un libro del reporter britannico Jon Ronson. Tempo fa Ronson ha scoperto che c’è una sezione dell’esercito statunitense che ha come unico scopo quello di sviluppare armi mentali. Il protagonista, Bob Wilton (un reporter che ricorda Ronson, interpretato da Ewan McGregor), in cerca di uno scoop che possa lanciare la sua carriera, va in Kuwait, dove incontra Lyn Cassady (George Clooney), un soldato che si presenta come cavaliere Jedi, capace di uccidere una capra fissandola (”Cos’è un cavaliere Jedi?”, gli domanda McGregor in una simpatica metabattuta). La prima parte del film è fantastica. Cassady rivive attraverso dei flashback il suo addestramento nell’unità speciale di cui fa parte, guidata da Bill Django (Jeff Bridges) che dice solennemente: “Dobbiamo essere la prima superpotenza a sviluppare superpoteri”. Vedere Clooney, Bridges e Kevin Spacey (un altro dei soldati dell’unità) che duellano a colpi di ingegno, invece di usare la spada laser, è esattamente il tipo di divertimento che bisogna aspettarsi da Hollywood. Peccato che la storia, lanciata verso un finale demenziale, non renda merito al talento del cast.–Anthony Lane, The New Yorker

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Nemico pubblico
Di Michael Mann. Con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard. Stati Uniti 2009, 143’

“Ci si chiede sempre da dove viene una persona. A nessuno sembra interessare dove sta andando”. Questa battuta di John Dillinger, rapinatore di banche diventato un eroe popolare nell’epoca della grande depressione, viene detta in un momento chiave del film di Michael Mann, Nemico pubblico. E proprio come il suo protagonista, il film si muove continuamente in avanti. Dillinger (meravigliosamente interpretato da Johnny Depp) è sempre in fuga, sempre di corsa. Anche quando è fermo – nelle poche scene in cui è in carcere o tra le braccia di una donna – trasuda tensione nervosa e si ha sempre la sensazione che sia pronto a ripartire. Una sensazione esaltata dalla scelta di Mann di girare ogni scena con una batteria di videocamere digitali ad alta definizione. A livello visivo Nemico pubblico è una summa di quello che Mann ha pazientemente costruito dai tempi di Ali. E ora che il digitale è uno standard industriale, il regista sembra ripudiare a ogni istante ciò che è considerato cinematograficamente bello, per inventare sempre qualcosa di nuovo, di più definito. Dal punto di vista drammatico il film è una variazione su uno dei temi preferiti da Mann: il confronto esistenziale tra un gangster elegante e uno zelante difensore della legge (in questo caso l’implacabile g-man Melvin Purvis, interpretato da Christian Bale). Ma il regista si mantiene spesso da parte, riportando tutto a un’assoluta semplicità e lasciando che siano i personaggi e l’ambientazione a dare vita alla leggenda.–Scott Foundas, The Village Voice

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Anno uno
Di Harold Ramis. Con Jack Black, Michael Cera, Oliver Platt. Stati Uniti 2009, 97’

In principio era il nerd. E il nerd funzionava. Il nerd è la trovata migliore della chiassosa commedia primitiva Anno uno. Michael Cera è il timido ragazzino che abbiamo apprezzato in Juno, successivamente cooptato da Judd Apatow in Suxbad. Qui interpreta Oh, un impacciato e autoironico membro di una tribù di cacciatori-raccoglitori. Oh è un raccoglitore imbranato e il suo amico Zed (Jack Black) è un cacciatore altrettanto incapace. Entrambi sono un disastro con le donne. Il film promette bene, anche perché il regista è Harold Ramis (Ricomincio da capo) che a sua volta ha detto di essersi ispirato alla Pazza storia del mondo di Mel Brooks. Sperando di acquistare la saggezza, Oh e Zed infrangono uno dei tabù più sacri del loro villaggio, vengono messi al bando e forzati ad affrontare il mondo esterno. E qui il film comincia a rantolare per poi spegnersi. Partendo da premesse comiche buone anche se un po’ banali, gli autori non sono riusciti a costruire un plot interessante, e hanno messo insieme solo delle vignette un po’ deboli. Oh e Zed s’imbattono in una serie di situazioni che fanno la parodia della Bibbia. Incontrano Caino, fermano Abramo prima che sacrifichi Isacco, diventano schiavi e finiscono a Sodoma. Ma è sempre triste vedere una commedia che ha già mostrato le sue gag migliori nel trailer. Ho i miei dubbi sul fatto che il pubblico premi il film fino a legittimare la messa in cantiere di un Anno due.–Anthony Quinn, The Independent

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Berlin calling
Di Hannes Stöhr. Con Paul Kalkbrenner, Corinna Harfouch. Germania 2008, 105’

Quando viene internato in un ospedale psichiatrico, Dj Ickarus ricorda molto Van Gogh e la diagnosi è facile: tendenze suicide. Perciò il musicista viene trattenuto più a lungo del previsto e tutti, tranne l’ufficio delle imposte, lo abbandonano al suo destino. Berlin calling di Hannes Stöhr è un classico dramma musicale come ce ne sono stati tanti nella storia del cinema, dal primo film sonoro (Il cantante di jazz) in poi. Eppure questa pellicola è diversa da tutte le altre. Certo: è la solita vecchia storia di un individuo forsennato che perde ogni freno tranne quello di un’incorruttibile voce interiore. Ma in questo caso non si tratta del jazz dell’Uomo dal braccio d’oro né delle improvvisazioni al pianoforte di Quattro minuti. Il protagonista è un seguace di una tendenza musicale di cui qualunque profano è convinto di sapere tutto. E cioè che basta mettere in fila qualche campionatura di brani già esistenti. La meravigliosa colonna sonora di Paul Kalkbrenner parla un’altra lingua. Sarà forse la techno più sentimentale di tutti i tempi, ma dà al film una struttura emotiva sfumata. E la recitazione composta di Kalkbrenner (come quella di Rita Lengyel) è degna delle sue doti musicali.–Daniel Kothenschulte, Frankfurter Rundschau

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I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Jennifer Grego, del quotidiano britannico Financial Times.

Lo spazio bianco
Di Francesca Comencini. Con Margherita Buy. Italia 2009, 98’

Maria, una quarantenne che vive in un fatiscente appartamento nel centro di Napoli, rimane incinta da un single che ha già un figlio e non ha intenzione di accollarsene un altro. Abbandonata dal suo amante, Maria (splendidamente interpretata da Margherita Buy) è decisa a tenere il bambino. La gravidanza è un evento che stravolge la sua vita ordinaria, fatta di pomeriggi al cinema e lezioni di italiano date in una scuola serale. L’idillio, però, è brutalmente interrotto. Al sesto mese arriva la nascita prematura della bambina. Il personaggio di Maria cresce all’istante. Da una delle tante donne, Maria diventa tutte le donne, la personificazione di quella peculiare forma di empatia femminile che porta alla totale identificazione di una madre con il suo bambino. Maria è completamente assorbita dalla sua lotta per la sopravvivenza della figlia: fuori dell’incubatrice non esiste più niente. Margherita Buy ha un fascino infinito, per fortuna, visto che è quasi sempre in scena. Arricchisce il suo personaggio con mille sfaccettature. Il film, anche se triste, è convincente grazie a un approccio che esclude ogni sentimentalismo, permesso anche dalla splendida fotografia di Luca Bigazzi in una delle più strane e sorprendenti città d’Europa.


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