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David Randall

È un giornalista britannico nato a Ipswich, in Inghilterra, nel 1951. Nella sua carriera ha collaborato con giornali britannici, africani, statunitensi e russi. È senior editor del settimanale Independent on Sunday di Londra.

I segreti inconfessabili della cronaca nera

  • 19 ottobre 2009
  • 17.17

In questi giorni penso spesso al delitto perfetto. Non voglio commetterne uno e non voglio neanche che un colpevole la faccia franca per sempre. La rapina, l’omicidio o il rapimento perfetto che ho in mente sono perfetti dal punto di vista giornalistico, perché il mio amore per l’illegalità è esclusivamente passione per la cronaca nera.

Negli ultimi anni ho seguito alcuni casi straordinari, come quello della famiglia e dei cavalli di un milionario trovati morti tra le rovine fumanti della sua tenuta (aveva sparato a tutti, dato fuoco alla casa e poi si era suicidato: era sull’orlo della bancarotta e preferiva morire che vivere con un reddito normale). O come la misteriosa scomparsa della bambina inglese Madeleine McCann durante una vacanza della famiglia in Portogallo (sono passati due anni e non se ne sa ancora nulla). E naturalmente, il caso di Josef Fritzl, l’austriaco che ha tenuto la figlia prigioniera in una cantina per 24 anni e ha avuto da lei sette figli.

Poi quest’estate c’è stata la storia di Jaycee Lee Dugard, la ragazzina californiana rapita alla fermata dell’autobus quando aveva 11 anni: ormai tutti pensavano che fosse morta, invece è ancora viva e in sedici anni ha dato due figlie al suo aguzzino.

Quali sono gli ingredienti del delitto perfetto? Molti cadaveri? Qualcosa di insolito a proposito delle vittime o dell’arma del delitto? Un lungo intervallo tra un delitto e l’altro che fa crescere tensione e mistero? Ovviamente tutte queste cose. Per esempio, la morte nell’arco di alcuni mesi di una serie di suore – avvelenate con l’arsenico versato nel vino della comunione – sarebbe perfetta, soprattutto se si scoprisse che l’assassina è un’ex alunna del convento che si sta vendicando per un torto immaginario subìto quand’era bambina.

Se vi sembra di cattivo gusto, permettetemi di dirvi che c’è di peggio. I sondaggi dimostrano che l’interesse dei lettori è particolarmente solleticato quando la vittima è una donna giovane e attraente. Soprattutto attraente. Se guardiamo solo le foto delle vittime di omicidio che appaiono sui nostri quotidiani, dovremmo concludere che le donne sovrappeso e con la pelle rovinata non corrono il rischio di essere uccise.

E qual è il colpevole perfetto? Ovviamente la rispettabilità è un elemento che aiuta molto. Come Agatha Christie scoprì molto tempo fa, non c’è assassino più affascinante di un piccolo borghese che cova invidie e libidini innominabili fino a quando non riesce più a contenerle. La ricchezza aggiunge un brivido in più. Ma il punto forte di ogni caso di omicidio è sempre il mistero. Niente, per esempio, è riuscito a tener vivo l’interesse per Jack lo Squartatore (su cui ogni anno vengono pubblicati nuovi libri) più del mistero della sua identità.

L’ultima volta che li ho contati, i sospettati erano 43, tra cui il figlio del principe di Galles, Lewis Carroll e il dottor Barnado, fondatore degli omonimi orfanotrofi. All’epoca degli omicidi, avvenuti tra l’estate e l’autunno del 1888, si scatenarono tutti i pregiudizi dei giornalisti e dei lettori. Si era parlato molto del fatto che le mutilazioni subite dalle vittime erano così crudeli che, come scrisse un giornale londinese, “nessun inglese avrebbe mai potuto infliggerle”, e se ne trasse questa conclusione: “Deve essere stato un ebreo”. La stampa era anche convinta che lo squartatore fosse uno straniero, e mi vergogno a dire che, tra le teorie più diffuse, c’era quella secondo cui si trattava di un “estroso italiano o francese”.

A quei tempi i giornali riferivano qualsiasi diceria sui presunti comportamenti bestiali degli stranieri o di chiunque era considerato un estraneo. Il 2 ottobre 1888 il Times pubblicò un servizio del suo corrispondente da Vienna in cui scriveva: “Uno dei metodi che usano gli ebrei per espiare il peccato di aver avuto rapporti sessuali con una donna cristiana è quello di ucciderla e mutilarla”. L’unico motivo di queste calunnie, naturalmente, erano il razzismo o i pregiudizi contro gli immigrati, che all’epoca in Inghilterra erano molto diffusi.

Grazie al cielo, quei tempi sono passati. Ma lo sono davvero? La settimana scorsa, mentre ero al festival di Internazionale a Ferrara, ho conosciuto alcune persone che curano un sito web, Occhioaimedia.org
, che raccoglie esempi contemporanei di giornalismo troppo insistente sulle origini etniche o impegnato a dipingere gli immigrati come criminali.

Qualche esempio: “Afferra e bacia una tredicenne a Roma, cinese arrestato” (Leggo, 12 giugno 2009). “Nomadi si fingevano benestanti per raggirare società immobiliari” (Resto del Carlino Civitanova Marche, 17 marzo 2009). E “un altro branco romeno stupra una ragazza. È ora di intervenire contro la violenza” (Libero, 1 febbraio 2009).

Ne potrei citare molti altri, perché il comportamento criminale è lo strumento più usato dai giornali per fomentare il razzismo. Per molti lettori e per molti giornalisti, l’ingrediente ideale di un articolo di cronaca nera non è la ricchezza, la rispettabilità o la bellezza delle vittime e degli assassini, ma il fatto che siano coinvolti degli immigrati. A quanto sembra, per troppa gente, sono loro i criminali “perfetti”.

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