Internazionale

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Gipi

Il bunga bunga della segheria

  • 18 novembre 2010
  • 10.56

Bunga bunga, nel primo pomeriggio arriviamo nel piazzale della segheria, che è una distesa di ghiaia chiara e asciutta che ospita scaglie di corteccia messe in pila, sul fondo. Lato sinistro. Nient’altro.

L’uomo della segheria mi si fa incontro, tende la mano. Bunga bunga, la stringo. Sorridiamo. Io Gianni. Piacere. Anna dice Anna. L’uomo dice il suo. Al telefono, quando avevamo chiamato, quando Anna aveva chiamato, l’uomo della segheria aveva detto che certo potevamo andare quando volevamo perché, bunga bunga, non avevano lavoro, erano fermi, e avevano tutto il tempo del mondo a disposizione, adesso. Tutto per noi, oggi.

Perché siamo senza lavoro, aveva detto, bunga bunga, l’uomo della segheria, siamo fermi, ormai. Anna mi aveva raccontato la telefonata, di come l’uomo fosse estremamente disponibile ad ascoltare le nostre richieste e accogliere la nostra visita, perché in questo momento, bunga bunga, alla segheria erano senza lavoro, ormai, e questa cosa, questo stare senza lavoro e questo “ormai”, l’uomo l’aveva ripetuto tante volte. 

Nel capannone, che è deserto, tagliato da luci che filtrano senza incontrare neppure un briciolo di polvere di segatura nell’aria,  ci sono i fantasmi di sei operai. I sei fantasmi lavoravano con l’uomo della segheria da vent’anni, praticamente da quando l’uomo della segheria aveva rilevato, bunga bunga, la segheria dal padre, che era stato uomo della segheria anche lui, prima del figlio. Bunga bunga.

Mentre racconta di quel giorno di licenziamento, l’uomo della segheria, bunga bunga, ha gli occhi umidi. Perché qui non si parla di dipendenti, ma di persone che ci s’è vissuto insieme vent’anni. Io vorrei dirgli che il suo profilo mi ricorda qualcuno, uno di un dipinto antico, ma non ricordo il nome e quindi sto. La moglie dell’uomo della segheria ci raggiunge nel capannone vuoto dopo qualche minuto. Premurosa, si premura di spiegarci che questo silenzio, bunga bunga, questa immobilità delle macchine, bunga bunga,  della sega che di solito sbrana il legname e adesso è muta, è solo un caso coinciso con la nostra venuta.

Perché, spiega, questo lavoro è così, ci sono momenti in cui non si tocca terra dalle cose da fare e altri, come questo, nei quali tutto si fa calmo. Pure troppo. 
E sorride. 
Dolcemente.

La donna non sa che l’uomo della segheria, suo marito, mi ha già parlato. Già ha raccontato dei licenziamenti e delle macchine ferme. Della sega a nastro che costa un miliardo (che non traduciamo in euro adesso) e che sta ferma.

Ferma.
Ferma.

Una macchina che costa un miliardo ferma non si può vedere, fa male al cuore, dice l’uomo,  e fermi sono i carrelli elevatori, i sollevatori dei tronchi, che di grandi così, che mi ricordi, non ne ho visti mai. Bunga bunga. Posso fare delle foto?, chiedo.
Siamo venuti a cercare delle fette d’albero, fette verticali, non intendo fette rotonde di albero segato, ma strisce, scaglie verticali per fare mensole e tavolini da fumo. L’uomo ha capito. Me le mostra, tra gli avanzi. Tanto, mi dice, non abbiamo nulla da fare. Guarda, mi dice, è tutto fermo. 

Guardo. 
È tutto fermo.

La moglie, accanto, ora sa che sappiamo. Sa che il marito ha svelato già l’agonia della sega, delle pialle, dei padri di famiglia, come fratelli, dopo vent’anni, mandati a casa. E se non fosse tanto triste anche lei, sono sicuro che stamperebbe una bella occhiata di rimprovero, di quelle che sanno dare le mogli ai mariti disperati, quando questi non riescono a tenersi le cose chiuse nel cuore e lavare i panni sporchi tra le mura di casa. In famiglia. Bunga bunga.

L’uomo della segheria spiega e racconta e parla della crisi generale, dei cinesi che lavorano a due lire, dell’Ikea, dell’edilizia. Ecco a cosa serve il legname, dico, all’edilizia. Si, risponde: con la crisi dell’edilizia, noi che produciamo il legname siamo andati giù. E poi più giù.
È la famosa crisi?, chiedo, scemo. È la famosa crisi.

All’esterno del capannone, bunga bunga, c’è questo spiazzo di ghiaia del quale ho detto già. Per me è solo questo: uno spiazzo, comodissimo per parcheggiare un’auto. Anzi, tremila.

Ma quando l’uomo della segheria lo guarda, e la moglie lo accompagna in quello sguardo, accanto, io capisco che si popola d’altro. L’uomo guarda il grande parcheggio desolato e vede movimento. 

Qui, dice, arrivavano i bilici. Cosa sono me lo spiega un secondo dopo: i bilici sono i grandi camion con rimorchio che trasportano i tronchi da lavorare. Alberi interi stavano stesi sui rimorchi. Grandi, enormi tronchi, alti così.

I camion arrivavano, passavano il cancello e parcheggiavano. E qui gli operai scaricavano e nessuno aveva il tempo per fare nient’altro che lavorare. Bunga bunga. Tutto il piazzale, mi racconta, si riempiva di tronchi e di fermento. 

Senti, mi dice, e mi allunga una fettina di un ramo. Cinque centimetri di diametro, una fetta d’albero piccolo che ha pescato non so dove. 
Annusa, mi dice. Io annuso e quella rondella di tronco odora di qualcosa. Lo senti?, mi chiede. Sì. Cos’è?
Senti, mi dice ancora, e mi rimette il legno sotto il naso. 

È balsamo di tigre!, esclamo, bimbo. 
È canfora, m’insegna. E questo (altro pezzo di legno da odorare), questo sa di lavanda. Questi sono legni africani, che sono incredibilmente pesanti e profumati, roba di un altro mondo.
Io scelgo queste travi di olivo. Vorrei ricavarne un tavolino da fumo. Spiego come. Spero sia possibile.

L’uomo della segheria pialla e liscia la mia scelta. Spinge l’ulivo nella macchina. Un tubo aspira verso l’alto la pelle del legno. Le particelle ruzzolano, visibili, attraverso la plastica semitrasparente azzurra. 

Federico da Montefeltro. Ecco chi era quello del dipinto, ecco qual era il nome dell’uomo di profilo. Federico da Montefeltro che, si dice, s’era fatto dare una spadata sul nasone per migliorare il campo visivo. Bella cazzata. Chi ci crede?

Ma ormai è tardi per tornare sull’argomento e poi chissà quanti già gli avranno detto: lei somiglia a quello che si fece dare un colpo di spada sul naso, come si chiamava?

Ci sono delle cose che l’uomo della segheria vuole farmi vedere. 

Bunga bunga, sono fotografie. In queste fotografie che adesso tiene in mano c’è il piazzale esterno. Ci sono alberi stesi. L’uomo è ritratto accanto al fusto, che è più alto di lui e, bunga bunga,  lui ci tiene una mano appoggiata su, con il braccio steso in alto e io penso che queste foto hanno la gioiosa, infantile fierezza delle foto dei pesci, le fotografie che si fanno i pescatori con i pesci. Ma i pesci, in questo caso, sono alberi, grandi come capodogli.

Bunga bunga, suo padre amava questo lavoro e lo ha fatto, bunga bunga, per tutta la vita, e lo ama tanto anche lui, il figlio, ama proprio il legno, mi dice, bunga bunga, il figlio. L’uomo della segheria ama il legno, il profumo del legno, le sue forme, i disegni che fa sui tronchi. La moglie mi dice che a volte lui la chiamava mentre segava e le diceva, guarda, cosa ci vedi? Perché lui, nei disegni degli anelli e dei nodi e dei segni di corteccia, vedeva animali. Un cinghiale. Anche una madonna. Più volte, delle madonne.
Questo lavoro lo ama anche la moglie, bunga bunga, e ora però, non si nasconde, è tutto finito. 

L’uomo della segheria ha queste foto in mano. 
Nel piazzale, prima, non ci si passava, dice.

C’è un’immagine che ritrae questo panorama di tronchi e camion visti dall’alto. L’uomo l’ha presa dall’aereo, mentre tornava non so da dove, mentre atterrava, mentre l’aereo era basso sul piazzale ancora in vita.
Bunga bunga, era una bella sensazione. Il mondo che gira e tu che ci stai sopra e ci lavori. E con te ci lavorano altri e ci campano famiglie ed è un lavoro pulito, bunga bunga, e ora è finito e si mandano a casa dipendenti che erano amici e si deve inventare tutto da capo, un nuovo lavoro.

Ma come si fa ad amare il nuovo lavoro come si amava il vecchio? 
Bunga bunga. Se anche si riuscisse a inventarne uno. Se anche se ne avesse la forza.

Ci sono volute la vita di un padre e quella di un figlio per costruire quell’amore. Ora semplicemente non ci sarà abbastanza tempo per farlo di nuovo.
Bunga bunga.

Qui, nel piazzale arrivavano tronchi africani dalla scorza tanto dura da far friggere le lame delle seghe, da bruciarne l’acciaio, ma pure dolci insieme, custodi di profumi, teneri, come fiori. 

Nel capannone ora ci sono queste lame gigantesche, denti di ricambio della sega da un miliardo ferma. Ferme.
Sul pavimento, poggiate a cerchio, denti all’insù, sembrano bocche di squali giganti . Non si muovono più. 
Senza muoversi, come gli squali, bunga bunga, moriranno. 
Bunga bunga.
Bunga bunga un cazzo.

Gipi è un autore italiano. Il suo ultimo libro è LMVDM – La mia vita disegnata male (Fusi orari/Coconino Press 2008). Ha scritto questo testo per Internazionale ed è apparso nel numero 872, del 12 novembre 2010

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