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Paul Kennedy

Nato nel 1945 a Wallsend, in Gran Bretagna, è professore di storia alla Yale University.

Il ritorno dello stato

  • 5 giugno 2009
  • 13.42

Circa cinquecento anni fa, in alcune regioni dell’Europa occidentale accadde una cosa singolare. Al posto dei ducati, dei principati, dei comuni e delle zone dominate dai signori della guerra, nacquero un certo numero di stati nazione (Spagna, Francia, Inghilterra e Galles).

I loro governi rivendicarono alcuni poteri esclusivi: il monopolio della forza militare e della polizia, il diritto di imporre tasse e tributi, un parlamento, una lingua, un inno, una bandiera, un sistema postale e tutti gli altri attributi della sovranità che oggi i 192 paesi membri dell’Onu danno per scontati. Il mondo non sarebbe più stato lo stesso.

Naturalmente, il modello dello stato nazione ha sempre avuto nemici e detrattori. In tempi recenti alcuni cultori del capitalismo selvaggio hanno sostenuto che il mondo si era trasformato in un grande mercato, che i governi avevano perso gran parte della loro importanza, che guerre e conflitti erano ormai un relitto del passato e, infine, che la finanza globale era ormai la forza dominante. Lo stato era fuori moda, soprattutto nella sua forma di burocrazia elefantiaca o di entità similtotalitaria.

La prima scossa
Ebbene, agli albori del ventunesimo secolo ci sono stati due terremoti che hanno smentito la tesi secondo cui il big government, come lo chiamano con disprezzo i conservatori americani, non serviva più. La prima scossa è arrivata con gli attentati dell’11 settembre 2001, che hanno colpito la nazione più potente della terra spingendola a reagire prima contro Al Qaeda e poi contro i taliban. E l’hanno convinta a chiedere a buona parte degli altri governi della terra di difendere l’ordine fondato sullo stato nazione.

In nome della cosiddetta guerra al terrorismo sono state stabilite misure di sicurezza di ogni genere. Sono state accumulate enormi quantità di dati sui cittadini, sono state condivise con altri stati informazioni riservate e sono stati adottati provvedimenti coordinati contro conti bancari sospetti e contro una serie di merci e prodotti. Se oggi si mettono insieme questa paura del terrorismo con i timori verso l’immigrazione irregolare, si ha l’impressione che lo “stato senza frontiere” – ammesso che sia mai esistito – abbia ormai lasciato ovunque il posto ai controlli delle autorità.

Il secondo avvenimento imprevisto è stata la crisi finanziaria internazionale del 2008-2009, in cui una diffusa irresponsabilità del mercato statunitense dei mutui immobiliari subprime ha avuto effetti a catena in tutto il mondo, danneggiando cittadini, banche, imprese e intere comunità anche a migliaia di chilometri di distanza. Questa crisi ha inflitto un’umiliazione a quelli che lo scrittore statunitense Tom Wolfe definì sarcasticamente “i padroni dell’universo”, e cioè i grandi banchieri d’affari, i consulenti degli hedge fund e i falsi profeti che avevano previsto l’aumento incessante dell’indice Dow Jones.

Ma alle persone che hanno perso la casa, i risparmi o le pensioni, l’umiliazione pubblica di banchieri e manager offre una magra consolazione. Non è questo, però, il punto. Ciò che voglio dire è che il capitalismo selvaggio è finito in modo brusco e sorprendente, e lo stato è tornato in scena per riprendere il controllo non solo delle attività finanziarie, ma anche della politica.

I padroni dell’universo
Naturalmente, in molte parti del mondo lo stato non viene mai messo in discussione. Anzi, già alla fine degli anni novanta – e in paesi così diversi tra loro come Russia, Cina, Venezuela o Zambia – era evidente che i suoi poteri stavano aumentando. Dunque è stata l’inversione di marcia nelle economie di mercato – soprattutto quella degli Stati Uniti – a costituire il cambiamento più grande. Oggi fa impressione assistere ai severi interrogatori dei grandi banchieri americani da parte di commissioni del congresso e venire a sapere che le aziende in futuro dovranno applicare dei tetti massimi a stipendi e gratifiche finora fuori controllo. Ed è un monito potente su quanto sia grande la forza latente dello stato nazione.

Lo stesso discorso vale nel contesto internazionale. Chi sono oggi i padroni dell’universo: i signori del capitale privato che ogni anno vedevamo arrivare al Forum economico mondiale di Davos a bordo di limousine ed elicotteri, o i dirigenti dei ministeri del tesoro e delle banche centrali con la loro espressione preoccupata sul viso? La risposta è evidente. Insomma, lo stato è tornato al centro della scena. La componente pubblica del pil è in netto aumento in molti paesi, come la spesa pubblica e il debito.

Tutte le strade sembrano portare al congresso, al parlamento o al bundestag, per non parlare della banca popolare della Cina. I mercati osservano ansiosi il minimo indizio di variazione dei tassi d’interesse o il commento di un ministro sulla forza del dollaro americano.

Niente di tutto questo avrebbe sorpreso i re francesi della casata di Valois, i monarchi della dinastia Tudor o Filippo ii di Spagna. Le redini del potere sono in mano ai leader politici, eletti o meno. Ed è stata una follia pensare che le speculazioni condotte in questi anni dai boss degli hedge fund o da certi banchieri ambiziosi fossero riuscite a rendere irrilevante questa antica verità.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 798, 5 giugno 2009

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