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Domenico Quirico, Pierre Piccinin da Prata, Il paese del male

Autore
Domenico Quirico, Pierre Piccinin da Prata

Titolo
Il paese del male

Editore
Neri Pozza

Pagine
320

Prezzo
16 euro

Data di uscita
27 novembre 2013

Il paese del male

  • 27 novembre 2013
  • 13.55

Per aver diritto di parlare del male, è necessario rispettare la regola che vale per il dolore: bisogna averlo vissuto, condiviso, pagato. Le prime pagine del libro di Domenico Quirico sulla sua esperienza in Siria.

Il Male. Maiuscolo, perché si tratta di quel male inflessibile e senza rimedio che è mistero e stupore, che è incomprensibile e cieco dolore, ineffabile vergogna. Un male che non si colloca in un lontano passato, ma che è da sempre, e per sempre.

Per aver diritto di parlare del Male, di raccontarlo con decenza e onestà, è necessario rispettare la regola che vale per il dolore: bisogna averlo vissuto, condiviso, pagato. Bisogna inchiodare tra i denti il grido, lo strazio e l’ira piú nera, l’amore stravolto in rancore per essere stati traditi da altri esseri umani. Il Male non è costituito da insormontabili parole, bensí da eventi, azioni, gesti consapevoli. E quando questi gesti vengono compiuti da popoli interi, il Male si chiama Storia.

Ecco, dunque: il diritto – e l’obbligo – è raccontare, secondo per secondo, non a brancate, a mesi, che cosa sono centocinquantadue giorni di malvagità subita, l’accasciarsi nella stanchezza di una non vita costretta dalla consapevole volontà di altri, ingiustizia mirabile e miserevole insieme, amara in se stessa e orribile perché inflitta da coloro che dovevano essere amici. Ecco: il diritto – e l’obbligo – è descrivere come ti sfibra vedere un altro essere umano che si diverte – sí, si diverte – a fingere di spararti con una pistola e poi va a dirigere la preghiera, in prima fila, al suo Dio. E ti sale alla gola l’urlo, non per il terrore, ma per la nausea di appartenere anche tu al genere umano, e ti senti lurido, infetto da un morbo immondo. Il Male, appunto.

Per assumersi questo diritto – e obbligo – bisogna aver provato l’oppressione al petto, lo spasimo e l’angoscia perché migliaia di siriani – sí, siriani: uomini, vecchi, adolescenti e bambini, con o senza armi in mano, rivoluzionari veri e rivoluzionari finti, briganti di strada e infiammati islamisti – per cinque mesi fanno finta di non accorgersi che due esseri umani subiscono ingiustizia. E addirittura, quando vedono un uomo piangere e invocare la sua famiglia con cui – per colpa loro – non ha alcun contatto da mesi, sghignazzano, di un riso alto, stridente e lacerante che a sentirlo ti fa dolere le tempie.

Per conoscerlo, il Male, venite con me nelle stanzette sudice, nella botola infame e nelle luride prigioni dove dei siriani tenevano sempre la luce accesa perché la voglia di dormire, irresistibile e agognata, venisse interrotta e pesasse tanto da far dimenticare tutto e ogni cosa. Conoscerete gli uomini che mi hanno umiliato, in quanto occidentale e in quanto cristiano, per cinque mesi, imponendomi una solitudine insoffribile. Ho chiesto come un’elemosina la vista di altri esseri umani, gli occhi e la voce di qualcuno che avesse pietà.

Io posso parlare del Male perché l’ho vissuto. E altrettanto ho il diritto di raccontare la sofferenza dei siriani, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, tutti, anche i miei carnefici, perché negli ultimi due anni l’ho vissuta con loro.

Per aver diritto di parlare del male, è necessario rispettare la regola che vale per il dolore: bisogna averlo vissuto, condiviso, pagato. Le prime pagine del libro di Domenico Quirico sulla sua esperienza in Siria.

Il Male. Maiuscolo, perché si tratta di quel male inflessibile e senza rimedio che è mistero e stupore, che è incomprensibile e cieco dolore, ineffabile vergogna. Un male che non si colloca in un lontano passato, ma che è da sempre, e per sempre.

Per aver diritto di parlare del Male, di raccontarlo con decenza e onestà, è necessario rispettare la regola che vale per il dolore: bisogna averlo vissuto, condiviso, pagato. Bisogna inchiodare tra i denti il grido, lo strazio e l’ira piú nera, l’amore stravolto in rancore per essere stati traditi da altri esseri umani. Il Male non è costituito da insormontabili parole, bensí da eventi, azioni, gesti consapevoli. E quando questi gesti vengono compiuti da popoli interi, il Male si chiama Storia.

Ecco, dunque: il diritto – e l’obbligo – è raccontare, secondo per secondo, non a brancate, a mesi, che cosa sono centocinquantadue giorni di malvagità subita, l’accasciarsi nella stanchezza di una non vita costretta dalla consapevole volontà di altri, ingiustizia mirabile e miserevole insieme, amara in se stessa e orribile perché inflitta da coloro che dovevano essere amici. Ecco: il diritto – e l’obbligo – è descrivere come ti sfibra vedere un altro essere umano che si diverte – sí, si diverte – a fingere di spararti con una pistola e poi va a dirigere la preghiera, in prima fila, al suo Dio. E ti sale alla gola l’urlo, non per il terrore, ma per la nausea di appartenere anche tu al genere umano, e ti senti lurido, infetto da un morbo immondo. Il Male, appunto.

Per assumersi questo diritto – e obbligo – bisogna aver provato l’oppressione al petto, lo spasimo e l’angoscia perché migliaia di siriani – sí, siriani: uomini, vecchi, adolescenti e bambini, con o senza armi in mano, rivoluzionari veri e rivoluzionari finti, briganti di strada e infiammati islamisti – per cinque mesi fanno finta di non accorgersi che due esseri umani subiscono ingiustizia. E addirittura, quando vedono un uomo piangere e invocare la sua famiglia con cui – per colpa loro – non ha alcun contatto da mesi, sghignazzano, di un riso alto, stridente e lacerante che a sentirlo ti fa dolere le tempie.

Per conoscerlo, il Male, venite con me nelle stanzette sudice, nella botola infame e nelle luride prigioni dove dei siriani tenevano sempre la luce accesa perché la voglia di dormire, irresistibile e agognata, venisse interrotta e pesasse tanto da far dimenticare tutto e ogni cosa. Conoscerete gli uomini che mi hanno umiliato, in quanto occidentale e in quanto cristiano, per cinque mesi, imponendomi una solitudine insoffribile. Ho chiesto come un’elemosina la vista di altri esseri umani, gli occhi e la voce di qualcuno che avesse pietà.

Io posso parlare del Male perché l’ho vissuto. E altrettanto ho il diritto di raccontare la sofferenza dei siriani, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, tutti, anche i miei carnefici, perché negli ultimi due anni l’ho vissuta con loro.

Sí, lo ripeto: la Siria è il Paese del Male, perché è diventata una tetra successione naturale da odio ad altro odio e da cattiveria ad altra cattiveria. Anche per colpa nostra.

La mia, è vero, non è che una piccola storia umana nell’immensa tragedia di un popolo. Ma non racconto una parabola maligna, racconto storie di siriani, di musulmani malvagi, a centinaia, a migliaia. Il Male è questo: sono gli atti di uomini privi di misericordia. Se per centocinquantadue giorni, in un paese intero, percorso da sud a nord a est, ho trovato un solo Giusto, allora la Siria è davvero il Paese del Male. Perché è abitato oggi da uomini che lo compiono, quotidianamente e banalmente, come fosse la normalità della vita. La guerra, i morti che si accumulano da ogni parte, due anni di combattimenti hanno imbracato questa parte del mondo nel vizio del Male. La guerra li ha penetrati a uno a uno nel suo orrore, se ne può seguire la traccia nella profonda intimità delle anime travolte e contaminate. I siriani invocano continuamente Dio, il Dio dell’Islam, e lo bestemmiano con ogni loro azione. I siriani che ho conosciuto e che, vicino a me, salmodiavano ipocritamente i loro riti vuoti di azioni giuste, erano impregnati di un veleno che è in loro e che non vogliono eliminare.

Non tutti i siriani sono così, certo. Se non lo pensassi non andrei da due anni in quel paese per raccontare chi sono quei morti, quei centomila morti, povera gente che spesso non ha scelto di stare né da una parte né dall’altra e viene ammazzata sia da una parte che dall’altra.

Il Male, certo, lo abbiamo commesso anche noi, noi occidentali, europei, cristiani. Ne abbiamo commesso tanto. Ma per questo dobbiamo forse tacere, evitare di gridare in questo momento, ora, il luogo in cui l’uomo uccide l’uomo e lo martirizza con indicibile foga e intensità, pregando e chiamando a testimone, con il vizio degli astuti e dei falsi, proprio un Dio? Dobbiamo forse evitare di gridare che le armate del Male innalzano anche le bandiere che dovrebbero essere, che credevamo fossero, immacolate? Le bandiere della rivoluzione, dove spadroneggiano ormai fra bugie e prepotenze piccoli tiranni di piazza, sfrontati criminali, ghiotti capifazione ed esosi maestri di soperchierie e delitti che hanno copiato dalla crudele nullaggine del loro Nemico.

La sentenza è: colpevoli. Colpevoli non di violenza, di sequestro, di furto, di misere infrazioni della legge, ma colpevoli di collettiva assenza di pietà, la colpa piú grande. La Siria ascolta fino alla nausea, all’intontimento, registrati sui telefonini, trasmessi per ore alla tv, i discorsi di predicatori infami che incitano all’odio, ad ammazzare baathisti e infedeli.

Se si attraversa la frontiera con il Libano solo di pochi chilometri, a Yabrud ci si imbatte in un bambino che ha caricato sul suo telefonino le immagini di un linciaggio e le mostra soddisfatto, come se fosse un film o il gol della squadra preferita. Purtroppo non è il solo: dove può esistere una storia così se non nel Paese del Male?

Domenico Quirico è giornalista della Stampa, responsabile degli esteri, corrispondente da Parigi e ora inviato. Ha seguito in particolare tutte le vicende africane degli ultimi vent’anni dalla Somalia al Congo, dal Ruanda alla primavera araba. Ha scritto quattro saggi storici per Mondadori (Adua, Squadrone bianco, Generali e Naja) e Primavera araba per Bollati Boringheri. Con Neri Pozza è uscito Gli Ultimi. La magnifica storia dei vinti.

Pierre Piccinin Da Prata, compagno di prigionia di Domenico Quirico, è professore di storia e scienze politiche alla Scuola europea di Bruxelles I. Specializzato in politica Mediorientale, scrive per il New York Times e per il magazine Afrique Asie. Collabora inoltre con Le Monde, La Libre Belgique, Rue89, L’Écho, L’Humanité e L’Espresso.

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