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Fumetto | Francesco Boille

Dedicato a Hugo Pratt, che nella sua carriera trattò il disegno figurativo in maniera via via sempre più astratta, riuscendo così ad essere poeta del 'viaggio' sia mentale che fisico
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A Udine l'inatteso cinema popolare dell'Estremo Oriente
Ora che si è chiuso a Udine il FarEast, il festival del cinema popolare d'Estremo Oriente più importante in Europa, ripensando a quanto si è visto, si rimane sorpresi, anche quando il film ci piace poco o per nulla, dalle prospettive e commistioni originali presenti in diversi film qui presentati, quasi impossibili da trovare in un film d'intrattenimento Usa. E rimando ad un post successivo i commenti sulla premiazione.

L'anno scorso, con la chiusura affidata a Sparrow di Johnnie To, per citare l'esempio di un regista di primo livello del cinema d'intrattenimento di Hong Kong (che tra l'altro è quasi tutto cinema d'intrattenimento così come quello di Taiwan è quasi solo cinema d'autore), si era potuto vedere l'incredibile tentativo di proporre al grande pubblico un film d'azione, di gangster, quasi musicale (ma non cantato), con un lato concettuale, sperimentale e cinefilo ma in leggerezza: un omaggio esplicito, rivedicato da To, al celebre film musicale del 1963 Les Parapluies de Cherbourg di Jacques Demy. Anche se alla sua visione non si apprezzasse il film, credo che non si potrebbe non salutare l'originalità, il coraggio dell'approccio: un regista statunitense che cerchi di far dei film leggeri, rivolti al grande pubblico, ma con elementi così originali, non mi viene in mente.

Giunto qui quando oltre metà festival si era già svolto, nondimeno la quantità di pellicole interessanti era la maggioranza, tra quelle visionate. L'undicesima edizione, la prima del dopo decennale, è stata salutata da molti come la migliore in termini di programmazione.

Nel prossimo post, parleremo di quelli che ci sono parsi i più significativi, oltre a dire qualche parola sulle premiazioni e sui numeri di questa edizione (presenze, ecc….).

Intanto, possiamo già dire che ci paiono aumentare i film provenienti dalla Tailandia (8) e dall'Indonesia (6), e nel caso di quest'ultimo paese, non sappiamo dire se perché vi siano davvero più titoli interessanti o se questo sia dovuto all'occhio atttento di Paolo Bertolin, selezionatore anche per il festival di Venezia. Comunque, osservando le cinematografie di quelle latitudini è da sempre un saliscendi continuo: Hong Kong, patria ad esempio del wuxiapian (film con spadaccini più o meno volanti), è ormai molto lontana dai tempi d'oro, anche se l'unico film visto al Festival, Ip man, è niente male. Mantiene le sue posizioni la Corea del Sud, come pure la Cina 'comunista', e il Giappone è forse ancor più massicciamente presente del solito.

L'indonesiano The Forbidden Door di Joko Anwar (anche sceneggiatore), parte da una matrice lynchiana, in particolare quella di Strade Perdute e Mullholland drive, - lo sdoppiamento di personalità in una dimensione onirica, al limite della narratività – ma non solo, per realizzare un film diventente e per certi aspetti intrigante che non prentende di competere con la sua 'musa'. Uno scultore di successo, riceve messaggi di aiuto vario tipo da parte di un bambino, che ben presto sembrano giungere da un'altra dimensione. Giunge in uno strano hotel, dove vengono fatti visionare dei Snuff Movies. In uno di questi, che lo riduce in lacrime, un bambino viene picchiato continuamente, con pretesti qualsiasi, dai genitori.
Non si vede granché di queste violenze, è invece più il risultato di queste violenze, cioè il viso implorante del bimbo, ad esser visto. Ma il bimbo è forse il protagonista quando era bambino, e tutto il vissuto un allucinanzione manicomiale di chi vi è rinchiuso per aver ucciso i genitori? Ad ogni modo il film, quando il protagonista, dopo aver ucciso nella cena di Natale tutti i suoi parenti, madre e giovane moglie comprese, scopre dietro una porta dell'appartamento che doveva rimaner chiusa, l'appartamento dove erano girati i filmini con il bambino torturato, è davvero un esempio piuttosto riuscito di paranoia infantil-adolescenziale mai superata, quella paranoia che tende a farci credere che il mondo sia un gigantesco complotto ordito ai nostri danni, magari proprio dai genitori.

La famiglia rappresentata pare del resto un tipico coacervo di brutture e ipocrisie della borghesia, indonesiana nella fattispecie. La porta come metafora della porticina del proprio inconscio da non aprire mai, è invece ben più scontata anche se vi sono, a sprazzi, delle belle suggestioni.

(Continua)


04 May 2009 - posted by Francesco Boille
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BilBolBul: il festival del fumetto tra cultura e vera festa
Poco più di una settimana fa si inaugurava a Bologna la terza edizione di BilBolBul, il festival del fumetto sponsorizzato da Internazionale, con un forte, ulteriore, aumento del flusso dei visitatori.

BilBolBul è l'idea di un festival del fumetto di tipo nuovo (almeno in Italia): una serie di esposizioni in gallerie d'arte e retrospettive storiche presso istituzioni pubbliche, dove gli autori appartenenti alle nuove tendenze del fumetto contemporaneo, come Charles Burns, coabitano con quelli appartenenti al patrimonio storico, da Altan a Sergio Toppi.

Accanto a mostre ed esposizioni, si aggiungono proiezioni scelte nei cinema e incontri con gli autori, nelle librerie o altrove, senza fiera mercato, i 'games' e quel kitch-trash trionfante negli altri festival del fumetto (e del cinema). Un modo adulto di promuovere il fumetto d'autore, e di di cui è grande il merito dell'associazione culturale Hamelin che la cura fin dall'inizio.

Un approccio serio al fumetto, ma dalle modalità 'conviviali', e in cui possono capitare cose divertenti, al singolo visitatore come a chi ci viene professionalmente: arrivo in sala borsa, al desk, dove lascio la valigia e vado a pranzare al Voltone con Matteo Stefanelli e i ragazzi dello Spazio Bianco. Mi accorgo che nella sacca non vi è la lettera di benvenuto per gli ospiti delle altre volte con i buoni pasto. Al ristorante incontro però Ilaria, di Hamelin, che mi salva. Torno al desk, e Giordana, sempre di Hamelin, si fa in quattro per cercarmi degli altri buoni. Arrivo in albergo (a due passi: il Cappello Rosso, una magnifico hotel ipertecnologico), e trovo la sacca sul letto: Diavolo! mi dico, come un cretino mi sono scordato che loro la lasciano sempre all'albergo, e li ho fatti diventar matti(e) per nulla.

Per non perder tempo e altri eventi, afferro la sacca e esco dall'albergo, sacca su cui noto un bigliettino: Ciao Laura Scarpa! To' che carina, penso io sempre preso dalla gran fretta e sempre come un cretino, la Scarpa mi ha lasciato un simpatico saluto, chissà perché. Poi sul tardi aprendo la busta, scopro che ovviamente è a lei rivolta, vi sono segnati i suoi appuntamenti e contiene i buoni pasto relativi. Il giorno dopo in Sala Borsa ci incontriamo e gli chiedo se per caso ha avuto lei la mia sacca: certo che sì, risponde lei! Sghigniazziamo della cosa e poi ci salutiamo. 'Ciao Laura Scarpa', dice lei, 'Ciao Francesco Boille', dico io.

Le cifre, dicevo in apertura: proprio in Sala Borsa, dove gli autori facevano le dediche, i passaggi, a detta dell'organizzazione, Sabato 7 marzo sono stati 8.500 e Domenica 8 marzo 5.000 circa (di cui 1000 fra le 11/12 per dediche bambini), al Museo Archeologico dove vi è la retrospettiva Toppi: tra Sabato e Domenica, 700 biglietti al giorno, alla Pinacoteca, dove vi era l'esposizione su Charles Burns, Sabato 7 marzo, 530 biglietti, Domenica 8 marzo 480. Un grande successo, fin dalle inaugurazioni: Inaugurazione Toppi con 1000 persone circa, l'inaugurazione di Burns: 600 persone circa o l'inaugurazione di Ott con 350 persone circa. E via di seguito, insomma. Un successone da sfinimento, per visitatori e organizzatori (soprattutto quest'ultimi). Ma affrettatevi tutte le mstre dureranno per diverso tempo, ma ovviamente non sono permanenti.

Ma è l'atmosfera che si respira ad esser fantastica: in una città a misura d'uomo e della bellezza di Bologna (a cui però Ferrara fa un po' di concorrezza...), è bello spostarsi dalla sala Borsa situata nella centralissima Piazza Maggiore, dove gli autori fanno le sedute delle dediche e si ritrovano un po' tutti gli operatori del settore, al vicino Museo Archeologico, per vedere la (straordinaria) mostra su Toppi o ascoltare le parole e al contempo vedere le tavole originali di un giovane autore davvero promettente, Marino Neri, all'altrettanto prossima libreria Feltrinelli.

Il clima continuato di festa ed effervescenza intellettuale rende sempre piacevole l'attraversamento della città anche per le mostre e gli altri eventi situati più lontano.

Così, per fare un esempio, scarpinare un po' per andare a vedere l'esposizione di un giovane autore come Christophe Hittinger alla Galleria RAMHotel (che però sull'opuscolino del festival dovrebbe esser meglio indicata), dà poi la sua doppia soddisfazione: sia perché Hittinger è davvero una bella scoperta - un autore davvero nascosto nell'ambito dell'editoria indipendente -, sia perché ha la medesima qualità d'esposizione delle mostre d'arte contemporanea, ma dove domina un clima caldo, festoso appunto.

(Continua)


12 Mar 2009 - posted by Francesco Boille
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Torino 26: dal Messico poesia fine e popolare
Mentre oggi esce nelle sale uno dei film del concorso torinese, il bel Tony Manero del cileno Pablo Larrain, come promesso ieri eccomi qui a parlarvi dell’altro film cui vi ho accennato, il messicano Quemar las naves dell’esordiente Francisco Franco-Alba, splendidamente in equilibrio tra buon cinema popolare (di una volta) e finezze da cinema d’autore.

Proiettato come Tony Manero nell’ambito del concorso ufficiale – Torino 26 – è un buon esempio di quel rinnovamento del cinema messicano di cui parla l’estratto dell’articolo di Sight & Sound pubblicato nella sezione cinema del numero di Internazionale da oggi in edicola.

L’angelico Sebastian – l’attore, dal viso incredibilmente angelico, si chiama Angel – e la bella sorella maggiore Helena vivono assieme alla madre malata cronica – immobilizzata in un enorme letto – in una bella e grande casa ormai cadente, vestigia di un passato che non si decide a passare. Per piccoli, delicati tocchi – a cominciare dall’inizio – il regista ci suggerisce un rapporto intenso, praticamente amoroso-incestuoso tra la sorella e il ragazzo e forse, alla base, anche con la madre, di cui si intuisce la bellezza che fu.

Si è parlato di Almodovar, in effetti certi siparietti umoristici e grotteschi, in mezzo al mélo di sapore aspro può farvi pensare, ma abbiamo pensato di più a registi oggi un po’ dimenticati come l’iberico Carlos Saura, autore negli anni settanta di lungometraggi allegorici sulla decadenza della Spagna franchista, o il cileno messicano Alejandro Jodorowsky, per Santa Sangre, peraltro ambientato a Città del Messico. Nel film di Francisco Franco vi è questa miscellanea tra ambiente famigliare claustrofobico, ossessione psichica, promiscuità sessuale, vestigia di un vecchio mondo che non vuole morire. La conclusione del film di Franco in cui ci si libera finalmente del peso di quella casa – ancora una volta, come nel caso del documentario di Gaglianone, qui la memoria è un peso -, pare un’allegoria della speranza verso una società messicana sempre più aperta, capace di fare un atto di generosità, seppur sofferto, rispetto a quelle che sono le proprie abitudini, ed egoistiche, antiche certezze.

Bisogna saper lasciar spiccare il volo, o saper dargli la giusta spinta per il salto, a chi ha ne ha bisogno, anche se costui magari non intende seguire i percorsi che noi – o la società – abbiamo prestabilito.

Sì perché Sebastian è gay. Un ragazzo fine che cerca chiaramente l’amore più ancora che il sesso, e man mano che il film procede il rapporto con la sorella si allenta fino a farsi feroce per essersi innamorato del ragazzo più marginalizzato del collegio scolastico gestito da sacerdoti e suore, un ragazzo di strada con la cicatrice sopra l’occhio destro, sempre chiuso, imbronciato, pronto alla rissa; un bad boy insomma.

Il dolce ragazzo di borghesia (decadente) che ha sempre (troppo) vissuto in una dimensione protetta ed ovattata, trova il suo doppio rovesciato in Juan, un ragazzo privo di una vera memoria famigliare, figlio di una prostituta e messo all’indice come tale. Un amore e un’educazione sessuale e sentimentale proletaria, che rompe le divisioni tra ceti sociali ma declinato nell’ambito omosessuale.

Mélo in crescendo, Quemar las naves è anche uno splendido film di adolescenti, sull’incertezza e l’inquietudine che abita quell’età, sulla difficoltà del crescere, al pari di una società, ma la possibilità della crescita è la grande opportunità offerta dalla democrazia.

E resta in resta in testa fino all’ultimo anche per tre splendidi personaggi – e i volti degli altrettanto splendidi attori notevolmente diretti – Sebastian, Helena e Juan.

Rimangono in testa anche varie sequenze, come quella, leggiadra, del primo vero contatto tra Sebastian e Juan, nel loro (s)correre tra le mura e gli affreschi sacri della chiesa, prima, e tra i tetti della stessa, dopo. Un balletto amoroso, fisico e spirituale assieme. Suggerendo così in anticipo quel desiderio di elevarsi nella libertà sentimentale, quel desiderio di libertà, di ‘spiccare il volo’. Finezze d’autore, come si diceva in apertura.

Vi è bisogno di opere d’autore raffinatissime e di film che sono popolari e d’autore come questo, che hanno il coraggio, proprio come avviene alla fine di Quemar las naves, di rinunciare, di sacrificare un qualcosa, come quello di fare un film totalmente elevato, per far da ‘ponte’ allo spettatore meno avezzo alle raffinatezze, cercando di aiutarlo, di ‘spingerlo’ ad elevarsi, proprio come fa il ‘cattivo’ Juan prendendo per mano Sebastian sui tetti di una Chiesa.



28 Nov 2008 - posted by Francesco Boille
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Torino 26: le miniere arcaiche della Cina moderna
Diversi film belli al TFF in questi giorni, mentre ben poco interessante ci è parso il tedesco Die Welle (Torino 26, concorso ufficiale), se non fosse per il suo aspetto ‘politico-pedagogico’, un’allegoria su come possa facilmente tornare al potere un’estrema destra travestita da destra normale, e che fa pensare più all’Italia di oggi, che alla Germania. Ma un film cinese e uno messicano, ci hanno convinto più di quello e più di altri.

Domani parleremo di quello messicano, che è anche divertente, oggi ci soffermiamo sul cinese. Non che non ci siano altri bei film d’estremo d’Oriente, dovuti a grandi autori eternamente inediti da noi come il sud-coreano Hong Sang-soo e il nipponico Hirokazu Kore-eda, per non parlare delle tre ore di Koji Wakamatsu Jitsuroku rengo sekigun: asama sando eno michi united red army – un capolavoro di cui parlerò a parte, probabilmente la rivelazione del festival – ma The Shaft (Torino 26), il film del cinese Zhang Chi, poco più che trentenne ed esordiente alla regia dopo un‘esperienza nelle fiction tv e nelle sceneggiature di lungometraggi, ha una delicatezza che lascia il segno.

Se, come è scritto anche nel programma, ha un approccio al cinema che è un po’ nella scia di un (abbastanza) giovane maestro del cinema cinese – e non solo cinese – Jia Zhang-ke, il regista che con Still Life ha vinto il Leone veneziano nel 2006, il suo, però, è più diretto: il film, eccettuato forse un po’ l’inizio dove non rifugge da qualche posa leziosa, è toccante senza esser di maniera, e riesce ad esser un’opera forte, un cinema d’autore che davvero sfida la censura del paese di provenienza.

Un anziano minatore sul punto di andare in pensione vive con i due figli, giunti all’età in cui devono decidere il proprio futuro, in una città mineraria nell’Ovest della Cina, dove tutti, se non vanno all’università, lavorano in miniera. Un destino ineluttabile, predestinato.

Sulle miniere cinesi vi era già stato Blind Shaft di Li Yang (vincitore nel 2003 dell’Orso d’argento al festival di Berlino), molto crudo e senza speranza. Ma Zhang Chi, per raccontare questa dura realtà, nel farlo sceglie invece uno sguardo delicato, umano, minimalista e asciutto nel raccontare le piccole cose della quotidianità, e in questo fa pensare all’autore di Still Life. Ma si pensa a quest’ultimo film anche per il personaggio dell’anziano minatore, che in Still Life simboleggia la vecchia Cina, umile e umana, contrapposta quella moderna, ricca ma ostentatrice, gretta e soddisfatta di sé.

Se il padre ha lavorato con l’idea, la speranza, di poter costruire per i figli un futuro diverso dando loro la possibilità di andare all’università, quest’ultimi vivono invece in una dimensione di limbo, angosciati dall’idea di rimanere perpetuamente confinati in quel mondo di duro lavoro, vissuto dal padre tuttavia con fierezza: il figlio maschio, che non rende all’università, sogna così di diventare un cantante ma in realtà gli mancano soldi e talento, ed ha in sé la convinzione di non aver la resistenza sia fisica che psicologica per reggere il lavoro in miniera. La figlia, vorrebbe anche lei far una vita diversa, ma questo desiderio non va in accordo con i suoi desideri d’amore.

Ossessionati da questa mancanza di prospettiva – di linea d’orizzonte come si diceva nel precedente post sul film di Gaglianone -, dalla bruttezza della vita e dalla mancanza d’amore – grande è il talento del regista e degli interpreti nel dare a questi dialoghi grande semplicità e quindi grande verità -, non paiono capaci di vedere che la bellezza, il bene, è già in loro, è già presente, e che il padre, nella sua semplicità, è da prendere in esempio, senza cercare un altrove di ricchezza, di consumismo coloratissimo e kitch, ma in realtà spietato.

Il padre dal canto suo vorrebbe ritrovare la moglie, il figlio non sa nulla di lei, perché la famiglia d’origine la riprese con sé e non se ne ebbe più notizia. Una situazione famigliare di indefinitezza, d’indeterminatezza che è poi quella della Cina di oggi, sospesa tra passato arcaico e futuro asettico, tra senso della comunità e individualismo. In mezzo, un grande vuoto. Un limbo.


27 Nov 2008 - posted by Francesco Boille
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Torino 26: la Bosnia dimenticata nel limbo
Qui a Torino al TFF, alla seconda edizione diretta da Nanni Moretti, vi sono diversi film suscettibili di trattenere l’attenzione, a cominciare da un documentario italiano, Rata Nece Biti (Non ci sarà la guerra) di Daniele Gaglianone, difficile anche perché tratta di un tema difficile - ovvero su ‘fino a che punto sia finita l’ex guerra di Jugoslavia’ - ma potente.

Già presentato a Locarno, e qui inserito nella sezione Italiana.Doc, è un documentario della memoria su un tema, una tragedia, che oggi pare dimenticata, rimossa, dopo l’11 settembre, le guerre in Irak, in Afghanistan, il crollo della finanza, l’elezione di Obama e, nonostante quest’ultimo felice avvenimento, il grave dramma del Congo, seppure ancora in corso quasi altrettanto rimosso.

Eppure è giusto ricordarsi, ‘rimemorarsi’, tanto più quando un orrore è ormai ‘fuori campo’, anche per gli insegnamenti non piccoli che possono derivare da una tale pratica. Gaglianone, nel farlo, ci pare aver preso la questione da un’angolazione inattesa, accettando in maniera totale la soggettività della visione degli intervistati.

Girato in Bosnia-Erzegovina, siamo nella notte del Capodanno 2008, quella notte che ogni anno dovrebbe chiudere con il passato, annunciarci il futuro e dirci che vi è ancora la linea dell’orizzonte. Si parte quasi da subito con le interviste, una dopo l’altra: quella a Zoran, di 28 anni, serbo leale a Sarajevo con un padre che difese la città assieme agli altri, che parla di come quello che sembrava a loro impossibile, assurdo, invece accadde. Segue quella a Sasa, giovane anche lui, un professore di storia ossessionato dal passato, e dall’ideale nazionalista. Poi vi è il dolore di Aziz, ex soldato dell’esercito bosniaco impiegato nella difesa di Srebrenica, un dolore non urlato, non melodrammatico, ma un dolore inconsolabile, che logora e non si placa. E ancora Mohamed, un guardaboschi che proviene da un villaggio situato sulle montagne sopra Srebrenica che fu quasi cancellato dalla guerra e ora ricostruito. Infine, Hajra, un’anziana donna dal viso dolce che ha perso il marito e il figlio, e di quest’ultimo non sono stati trovati neanche i resti.

Tranne che nel primo caso, non abbiamo voluto specificare l’appartenenza etnica degli intervistati, anche se è la potete quasi sempre intuire, in quanto è anche un po’ l’approccio del documentario, rivendicato esplicitamente dal regista nell’incontro, umano e sensibile, che ha avuto col pubblico: la volontà di non entrare nella logica della catalogazione di esseri umani per etnia, che acceca la ragione, ma piuttosto in quella che si sforza di entrare, con pudore e discrezione, nel dolore degli esseri umani tutti. E il regista, sempre nell’incontro citato, ha dichiarato che era solo se gli intervistati ci tenevano, se veniva da loro, che questa appartenenza veniva evocata. E’ la soggettività di cui si parlava.

Se Zoran, toccante, simpatico, con un senso dell’ironia fatalista, è inquadrato nel bar frequentato da altri giovani come lui in maniera normale, classica, Sasa lo è invece in modo molto ravvicinato, sottolineatura discreta della dimensione mentale ossessiva e rivendicativa in cui vive. Non mancano degli esterni in questo film: nondimeno non vi è aria, siamo immersi per intero in una dimensione claustrofobica. E così è con gli altri, anche nelle interviste più toccanti.

E’ fin troppo ovvio che si tratta di un limbo, di un mondo sospeso, dove il conflitto non sembra esser mai passato, e il passato un eterno presente. E’ una perenne giornata della Marmotta, come in Ricomincio da Capo ma, contrariamente alla commedia con Bill Murray, non si ride di certo. Il dolore sembra immerso nel silenzio delle montagne o nel rumore di sottofondo dello scorrere del traffico automobilistico cittadino. In entrambi i casi si tratta di oblio, ma appunto molto doloroso, certamente non dolce.

In un mondo della velocità e della superficialità che tende ad avere un problema con la memoria, questo documentario, come molto cinema d’autore contemporaneo che pare avvertire d’istinto il problema, ci fa capire che che la memoria, come in questo caso, può essere al contempo portatrice di insegnamenti o un peso verso il futuro, verso la linea dell’orizzonte, verso una notte di Capodanno che finalmente faccia uscire la Bosnia dall’eterna ‘notte della Marmotta’.

(Continua)


25 Nov 2008 - posted by Francesco Boille
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