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Claudio Rossi Marcelli
Un bel giorno del dicembre 1977 Sandra Mondaini si è messa un paio di occhiali da sole, ma non penso sapesse che da quel giorno non se li sarebbe mai più tolti
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Atto di dolore
Se Gesù Cristo, a poche ore dalla sua morte mi avesse detto: "Claudio, prima che il gallo canti tre volte tu richiederai l'insegnamento della religione per le tue figlie", io non ci avrei mai creduto. Mai. E poi, proprio come quel mollacchione di San Pietro, ho diligentemente messo in pratica la profezia.
Quando sono arrivato all'asilo con due moduli d'iscrizione sottobraccio, la scelta era stata fatta: "Il sottoscritto NON richiede l'insegnamento della religione". E per di più ero certo che quella voce non si riferisse alla scuola materna, perché da quando in qua t'insegnano religione all'asilo?
La maestra di turno all'accettazione delle iscrizioni non era quella dell'altra volta. Era una ragazza giovane, con un poncho di lana color ruggine e con un accento meridionale.
Poco dopo però ci ha raggiunti la maestra siciliana con cui avevo parlato la prima volta. Era venuta a chiedermi se andava tutto bene, e mi ha accolto con allegria e gentilezza.
Mentre controllava le mie domande d'iscrizione, però, aggrotta la fronte e mi chiede: "Ah, ma non vuole che facciano religione. E perché?".
Con un sorriso imbarazzato, le ho detto "be' sa, noi siamo un po' nel mirino della chiesa, non mi sembra proprio il caso di…". "Ah certo, è vero. Be', allora sa che c'è? Fate proprio bene! Meglio così!".
Ma non passano neanche due secondi che ci ripensa: "Però sa che le dico? La religione all'asilo non è proprio nulla, fanno qualche disegno, niente di che. Perché se no dovremmo far uscire solo loro e separarle dagli altri…"
Ma, aspetti un attimo, mi sta dicendo che sono le uniche a non fare religione?
"Sì. Sarebbero solo loro".
Di colpo ho avuto un flash e mi sono ricordato dei racconti di Manlio, il mio compagno, che da piccolo usciva da solo la domenica e andava in chiesa di nascosto. Ho sempre saputo che precludere ai bambini da quello che fanno tutti gli altri, compresa la religione, può creare effetti perversi. Ma pensavo di non dovermi ancora porre il problema. E pensavo anche che non sarei stato l'unico a non chiedere l'ora di religione.
Ma mi sbagliavo.
La maestra nel frattempo è ripartita all'attacco: "Guardi, fossero le elementari sarebbe già diverso, ma all'asilo non è proprio nulla di che. Tra l'altro io sono una catechista, quindi so bene di cosa stiamo parlando".
Una catechista? Ma in razza di che scuola siamo finiti?
In realtà, a parte la tensione del momento, io non ho nessun problema con i catechisti: le zie di Manlio sono catechiste e sono persone che mi piacciono tanto. E anche questa maestra siciliana alla fine mi sembrava solo preoccupata per le bambine.
Mentre l'altra maestra era impegnata a sbianchettare i moduli e cambiare la mia risposta sull'ora di religione, la maestra siciliana mi ha chiesto: "Senta, ma se abitate qui dietro, ce le porta a conoscere uno di questi giorni? Come sono, bionde?". Sì, sono tutte e due bionde. "Che carine… E allora ce le deve proprio portare, va bene?".
Più tardi, arrivato al lavoro, ci ho preso una mezza ramanzina: "Ma come religione? Ma perché?". Ma sai, Giovanni, sarebbero state le uniche, sarebbero rimaste fuori da sole… "Certo che sarebbero state le uniche: quelli dicono a tutti la stessa cosa che hanno detto a te. E, se hanno convinto te, pensa quanto ci mettono a convincere gli altri". "Il problema - interviene Elena - è che non offrono alternative. Se ci fosse lezione di canto sai quanta gente non farebbe religione".
Insomma, Giovanni era convinto che avrei dovuto impuntarmi, mentre Elena annuiva mostrando un po' più di pietà nei confronti delle mie deboli argomentazioni.
"Gli insegneranno le preghiere", mi ha avvertito mia suocera. "È agghiacciante", ha tuonato Jacopo. L'unica contenta, manco a dirlo, è mia madre: "Hai fatto bene, Claudio".
Oddio, che ho fatto.
La sera, prima di chiudere gli occhi, m'immaginavo le mie bambine inginocchiate che recitavano l'Atto di dolore. Ma era stata una lunga giornata, e alla fine ho ceduto al sonno.
In realtà sono ancora convinto di aver fatto la cosa giusta. Francamente non voglio essere il capo della rivolta in una scuola in cui le mie bambine devono ancora arrivare. E non voglio che le maestre pensino che sono arrivati i due papà rompicoglioni. Ma è possibile che non ci siano genitori un po' agguerriti?
La soluzione più valida me l'ha data Giovanni: "Per quest'anno vai così, ma durante l'anno fai combriccola con gli altri genitori, testa le acque, senti chi sarebbe disposto a scegliere un'attività alternativa, così il prossimo anno vi presentate in gruppo". Attività di lobbying di alto livello. Fico.
Intanto Clelia e Maddalena sono ignare di tutto. E stamattina, come succede spesso, Clelia ha indicato una stampa appesa sopra il mio letto e ha detto "Papà, quello Buddha, quello Buddha".
Sì, piccoletta. Quello lì è Buddha.
25 Jan 2010 - posted by
Claudio Rossi Marcelli
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Senza perdere la testa
Da un paio d'anni a questa parte, da quando io e Manlio siamo diventati papà, ci ritroviamo ad affrontare forme di discriminazione che ci lasciano a bocca aperta. L'ultima in ordine di tempo: i due asili pubblici della zona che fanno a gara per accaparrarsi Clelia e Maddalena.
La nostra scelta era già caduta da tempo sulla scuola più vicina a casa: dopo un anno di su e giù in macchina verso il nido, non ci pareva vero di poter portare le bambine a due minuti di distanza a piedi.
Così un pomeriggio sono andato a chiedere informazioni per l'iscrizione e ho fatto due chiacchiere con l'insegnante che distribuiva i moduli. Era una donna piuttosto giovane e abbronzata, con un forte accento siciliano. Le solite cose: io gli dico che siamo due papà con due gemelle e lei, perfettamente a metà strada tra l'imbarazzato e l'emozionato, mi dice che non le era mai capitato, che ne avrebbe parlato con la coordinatrice, ma che dal punto di vista burocratico non ci sarebbero dovute essere particolari difficoltà.
Come ci avevano già detto altri amici con figli più grandi, le scuole tendono a uniformarsi alle situazioni familiari concrete e non agli aspetti burocratici.
Pochi giorni dopo, invece, Manlio partecipa alla riunione di orientamento per la scuola materna organizzata all'asilo nido dove vanno attualmente le bambine.
Alla fine dell'incontro, la coordinatrice lo avvicina e gli fa: "Ho saputo che state pensando di mandare le bambine all'asilo sotto casa. Personalmente penso che sarebbe uno sbaglio".
In poche parole, la coordinatrice ha terrorizzato Manlio dicendogli che quell'asilo aveva insegnanti non valide, vecchie, retrograde, severe, con solo bambini di quartiere e pochissimi stranieri.
"E poi, dopo che il suo compagno è stato lì, ci hanno telefonato in preda al panico come se stesse per arrivare un uragano... Insomma - conclude - se ci prendiamo un appuntamento vi spiego meglio cosa penso".
La sera, a casa, quando Manlio mi racconta questa cosa io resto a bocca aperta. Il nostro motto (da molto prima di avere le bambine) è di non fasciarsi la testa prima di essersela rotta. E nonostante il debutto scolastico delle bambine ci abbia sempre preoccupato, abbiamo scelto di non vivere sempre sulla difensiva, di non passare il tempo a prevenire possibili problemi e affrontare man mano solo quelli che eventualmente avessimo incontrato. E che per altro fin ora sono stati ben pochi.
E così, con un piccolo sforzo di nonchalance, avevamo deciso di iscrivere le nostre figlie alla scuola pubblica di quartiere senza troppi ragionamenti. Ma ora la coordinatrice ci aveva messo nell'orecchio una pulce grossa come un elefante.
Il giorno dopo, quindi, appena sveglio ho chiamato il nido e ho preso appuntamento con lei. Ma ho scoperto che non l'avrei incontrata lì, bensì nella scuola materna di cui è direttrice, cioè l'altro asilo pubblico del quartiere, a mezz'ora di cammino da casa nostra.
"Insomma - mi dice guardandomi negli occhi - non è che l'asilo sotto casa vostra sia l'inferno, però c'è ancora una generazione di insegnanti vecchio stampo, che fa resistenza al nuovo approccio educativo che prevale oggi. La direttrice è una persona molto in gamba, una mia amica, ma lei stessa ammette di non essere contenta del suo corpo insegnanti.
Le bambine allora potreste mandarle qui, in questo asilo che dirigo io, dove io potrei continuare a seguire il loro percorso in continuità con il nido".
Le intenzioni della coordinatrice erano buone. Mi ha assicurato che con lei avremmo potuto coordinarci su come rispondere alle domande che le bambine da qui a un anno cominceranno a fare. Però c'era anche un chiaro intento autopromozionale:
"Questa scuola è più aperta, più cosmopolita e io tra l'altro ho un sacco di amici gay e, vabbè, di solito non lo dico ma per lei posso fare un'eccezione, qui abbiamo anche un'insegnante lesbica". Insomma, si stava giocando tutte le sue carte pur di conquistarci.
È indubbio che per un professionista dell'infanzia non retrogrado il nostro caso è molto interessante. Due anni fa alla nostra attuale pediatra della asl, all'epoca impossibile da ottenere perché richiestissima, è bastato visitare privatamente le gemelle per convincersi a svelarmi tutti i trucchi per farcela assegnare come pediatra di base: "Io ci terrei molto a seguire queste bambine", mi aveva detto. E così è stato.
Oggi sono andato a incontrare le direttrice dell'asilo sotto casa. È stata disponibile e tranquilla, quasi un po' sorpresa che stessi lì a parlare con lei: "Che tipo di rassicurazioni vorrebbe avere?". Mi piacerebbe che, se in questo asilo ci sono insegnanti che potrebbero vivere con particolare disagio la nostra famiglia, magari lei ci metta con qualcun altro. "Mi sembra ovvio".
Mi ha dato appuntamento a settembre, lasciandomi con la piacevole sensazione di non dovermi preoccupare troppo: "Io credo che non ci saranno problemi, e in ogni caso non dobbiamo fasciarci la testa prima di essercela rotta".
20 Jan 2010 - posted by
Claudio Rossi Marcelli
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Attenzione: questo volo nuoce gravemente alla salute
Avete presente quei film di fantascienza dove le persone sono bombardate di messaggi pubblicitari multimediali? Penso ai videocartelloni giganti di Blade Runner o le pubblicità a lettura ottica di Minority Report. Ebbene, i presagi più oscuri della full immersion pubblicitaria sono già realtà sui voli Ryanair.
Non starò qui a parlare di come una linea aerea che pubblicizza voli internazionali a 19 euro arrivi a farteli pagare 200 euro grazie alla tassa bagaglio, tassa assicurativa, tassa aeroportuale, tassa sul pagamento con carta di credito, tassa sul check in e tassa "uso della scaletta per montare in aereo".
"Voi con i bambini non avete più il check in prioritario, adesso è offerto solo a chi lo compra", ci avevano avvertito all'aeroporto. "E i bambini non danno diritto a un bagaglio a mano in più". Insomma, la Ryanair non impazzisce per i bambini a bordo, questo è chiaro.
A volte però capita che questa linea aerea abbia degli orari più comodi degli altri, ed è così che il mio volo Roma-Alghero si è trasformato in un'ora intera di pubblicità.
La televendita ad alta quota comincia durante il decollo, subito dopo le istruzioni di sicurezza. "Sono disponibili per i passeggeri bibite calde e fredde, panini, piatti caldi e snack". Che si debba pagare per il pasto in aereo è una cosa a cui ormai ci siamo abituati, e quindi si passa al duty free shop. Ma quel discreto carrellino che passava nel corridoio al suono soave di "any duty free?" è solo un ricordo del passato.
Ora il personale di bordo enuncia a gran voce dagli altoparlanti TUTTI i profumi in vendita a bordo. Sottolineando il prodotto del mese, e il risparmio in euro per ogni singola bottiglietta in vendita. E poi via con l'elenco di merce acquistabile, in un'interminabile frastuono di prodotti che arriva fino ai modellini degli aeroplani.
Poi arriva quello che la hostess dall'accento spagnolo definisce "il momento più importante del volo": si apre la vendita dei gratta e vinci Ryanair.
A volume altissimo la signora enuncia uno a uno i simboli nascosti sotto alle caselle dei gratta e vinci e tutti i modelli di auto, i premi in denaro e i premi di consolazione che si possono vincere a seconda delle combinazioni.
"Ah, poi se pò vincere anche el cesto de Natale con el torone e tute quele cose lì che se mangiano a Natale", si ricorda alla fine. "Questo è el gioco preferito de voi italiani, ma voglio anche dirve che parte del ricavato dei gratta y vinci andrà a favore di queste bambini sfortunate de Europa". Non ho neanche avuto il tempo di riflettere sul drammatico concetto di "bambini sfortunate de Europa" (saranno quelli con il modello vecchio di playstation?), che la hostess iberica si gioca la carta del senso di colpa: "Siamo sotto Natale, quindi metteteve una mano sul cuore e l'altra sul portafogli".
Subito dopo parte il messaggio registrato che spiega come fare le telefonate a bordo. In effetti, sul retro del poggiatesta che ho davanti agli occhi, c'è una scritta a caratteri cubitali e fluorescenti che dice "YES YOU CAN!", ed elenca in poche righe le tariffe applicate per chi usa il cellulare durante il volo. Stipate sul lato, sopravvivono in silenzio le istruzioni di sicurezza.
Quando siamo ormai a pochi minuti da Alghero, e l'altoparlante non ha MAI smesso di venderci roba, finalmente arriva un messaggio serio: "Si ricorda ai signori passeggeri che a bordo di questo velivolo è severamente vietato fumare". Istintivamente mi sono guardato intorno per vedere se ci fosse qualcuno con la sigaretta accesa, perché quell'annuncio a fine volo sembrava un po' forzato.
"Ma la buona notizia è che invece da oggi si può fumare! Ryanair ha il piacere di presentare le nuove sigarette senza fumo: non vanno accese, si inalano solamente e contengono un buon 16% di nicotina. Le potete fumare ovunque, senza limiti di legge, e chi non fuma potrebbe regalarle per Natale a qualche amico accanito fumatore!".
Io non credevo a quello che stavo sentendo. Ci mancava che con accento iberico ed entusiasta ci dicessero che "fanno venire il cancro proprio come quelle vere!".
A quel punto, però, l'incredulità ha cominciato a lasciare posto al panico. Ho aperto il portafogli per controllare quanti soldi avessi, perché ormai ne ero più che certo: in caso di perdita di quota, un annuncio squillante ci avrebbe detto: "Attenzione, stiamo precipitando: prego inserire il denaro accanto al sedile per ottenere una maschera ad ossigeno. Grazie!".
08 Dec 2009 - posted by
Claudio Rossi Marcelli
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Arrivano i mostri
Un fatto piuttosto drammatico ha scosso l'elegante tranquillità dei Parioli la notte scorsa. Erano le undici passate, quando mi sono svegliato di soprassalto al suono del campanello.
Fuori la porta ho trovato una preoccupata delegazione internazionale formata da: tre cinesi (uno alto, uno vecchio e una con la kefiah), un peruviano (portiere dello stabile), tre italiani (madre, padre e figlia trentenne, proprietari dell'appartamento di fronte al mio).
Il problema era il nostro vicino cinese: inviato in Italia di un grande quotidiano della Repubblica Popolare, non dava più sue notizie da oltre due giorni. Da Pechino sua moglie aveva chiamato il padrone di casa, perché andasse a controllare.
Il nostro vicino è un ragazzo simpatico. Chiaramente noi lo incontriamo tutti i giorni. È sempre allegro e indaffarato, e avrà su per giù trent'anni.
A quanto mi hanno spiegato, le luci di casa sua erano rimaste accese da giorni. La posta ammassata nella cassetta e il cellulare staccato. "Prima di chiamare la polizia per scassinare la porta", mi ha detto la padrona di casa, "volevamo vedere se dal vostro terrazzo si vede qualcosa".
In effetti il mio terrazzo confina con quello dell'appartamento in questione e, dopo vari tentativi, uno dei due amici cinesi è riuscito a scavalcare. Colpo di fortuna, una delle finestre del terrazzo era aperta. Io ero seriamente preoccupato.
Il ragazzo ha attraversato quasi tutto l'appartamento ed è venuto ad aprire la porta di casa. Sono entrati gli altri due ragazzi cinesi e il portiere. Il giornalista non sembra essere in casa. "Mano male, va", ha sospirato la padrona di casa, "Vedrai che è in giro per l'Italia per scrivere qualche servizio".
Non ha neanche fatto in tempo a finire la frase, che da dentro l'appartamento la ragazza con la kefiah ha cominciato a urlare. Ho avuto un tuffo al cuore. Tutti, sul pianerottolo, abbiamo avuto un tuffo al cuore. E, tornando da noi, il portiere ha confermato le nostre peggiori paure: "È morto".
Ma com'è possibile che un ragazzo così giovane e sano muoia di colpo? Non riuscivo proprio a rendermi conto di quello che stava succedendo.
"No, aspettate, respira ancora!", è la voce di uno dei cinesi in casa. Io allora rientro in salotto e chiamo il 118. "Tutti gli operatori sono al momento occupati, attendere prego". Ma voi lo sapevate che quando chiami un'ambulanza ti mettono il disco registrato d'attesa? Ma vaffanculo.
Quando l'operatore ha finalmente avuto tempo di rispondermi, ho cominciato una staffetta di informazioni che partiva da me, passava per il mio compagno sulla porta di casa, e arrivava fino al salone dell'appartamento di fronte, dove i tre cinesi cercavano di far rinvenire il loro amico.
"È cosciente?". "Chiede se è cosciente!", "No, è svenuto!", "Claudio, è svenuto", "Guardi, è svenuto". "Aveva qualche disturbo cronico?", "Vogliono sapere se aveva disturbi cronici!", "Non lo sappiamo!", "Non lo sanno", "No, non lo sappiamo". E così via per altri cinque minuti.
Tranquillizzato che l'ambulanza era in arrivo, sono tornato sul pianerottolo con gli altri. E qui è cominciato un siparietto surreale.
"Secondo me - mi ha detto abbassando la voce il proprietario di casa - si è fatto qualche spinello di troppo". Ma no, non credo, e comunque gli spinelli non fanno mica quell'effetto. "Allora ha avuto l'influenza e si è curato con quelle erbette loro cinesi". L'ha detto stringendo gli occhi e avvicinando alla bocca le sue dita formicolanti. L'ho dovuto contraddire di nuovo: con quell'erbette ci si curano miliardi di persone, le assicuro che funzionano.
Ruriko, la nostra tata giapponese, seguiva tutto con nipponica disperazione (sguardo assente ed espressione completamente impassibile). "Io l'ho sentito ieri sera. Parlava al telefono". La sua stanza confina con quella del vicino, quindi la sua testimonienza era cruciale. Epperò contrastava con tutti gli altri dettagli: le luci, la posta, il portiere, la moglie. "Io sono sicura al 100%. Ieri sera parlava".
Il padrone di casa allora si è avvicinato a lei e le ha detto: "Eh, ma i cinesi sono molto discreti, loro non si vedono e non si sentono: si è mai chiesta perché, di tutti gli immigrati, i cinesi sono quelli che vediamo meno? Perché fanno tutto tra di loro, non si fanno vedere".
Ora, la nostra tata è giapponese, ma agli occhi di un vecchio palazzinaro romano potrebbe tranquillamente sembrare cinese. Perché le diceva tutto questo a venti centimetri dalla faccia? Non se n'era accorto che era cinese pure lei?
"Lei li vede i cinesi? Io no. Sull'Adriatico ci sono colonie immense, ma non si vedono, non si vedono e non si sentono". Ruriko annuiva impassibile, senza sforzarsi minimamente di fingere di seguire il discorso.
Arriva il personale medico. Entrano in tre e trasportano ossigeno, defibrillatore e una barella. Dopo un veloce controllo delle funzioni vitali, da fuori sentiamo che fanno delle domande agli amici cinesi "Aveva delle preoccupazioni? Era stressato?".
Non so da chi sia stata orginata, ma sul pianerottolo si sparge la notizia che il vicino ha tentato un "suicidio cinese". "Sì è lasciato andare", ci spiega il portiere, "aveva litigato con la moglie, era nel panico per un articolo che non riusciva a scrivere, e allora si è seduto e ha smesso di mangiare e bere". E con voce cupa aggiunge: "Ad aspettare la morte".
Io ho sentito parlare di medicina cinese, di tortura cinese anche, ma sto suicidio cinese mi giungeva molto nuovo. "Povero ragazzo", commenta la padrona di casa. "L'avevo sentito pochi giorni fa"
Ci interrompe uno dei cinesi che torna fuori insieme alla figlia dei padroni di casa (vedremo in seguito il livello di orrore di cui sarà capace di questa giovane donna in apparenza inoffensiva). "Ora sta meglio, ha aperto gli occhi, riesce a bisbigliare". E poi rivolgendosi al padrone di casa dice: "Grazie di tutto, grazie, Va bene così, grazie".
Il padrone di casa a questo punto era un po' in difficoltà: "Io i cinesi non li capisco, voleva dire che non c'è bisogno che ci disturbiamo oltre o che dobbiamo toglierci di qui? Questi sono così discreti, io non li capisco".
"Toglierci di torno?!", interviene la figlia inoffensiva, "Col cazzo papà! Questa è casa nostra e noi stiamo qui finché ci pare e piace!". Lui la rimprovera: "E c'è bisogno di usare questo linguaggio?". "Allora papà, forse tu non hai capito: ti è chiaro o no che se questo ti schiatta in casa sono cazzi tuoi?! Sono cazzi tuoi!".
Mentre la bruciavo con sguardo ho sentito due fiamme giganti che partendo dai miei occhi la andavano a incenerire. Mio dio, stava parlando del nostro vicino! "Eh, lo so, io sono la figlia cinica, però papà, dai retta a me, noi rimaniamo qui".
Che poi, ci ho pensato solo molte ore dopo, in che modo un inquilino che muore in una casa in affitto crea problemi al proprietario? Giusto se costui si è macchiato di qualche irregolarità, non so. No, non so e non voglio sapere.
"Tra l'altro quando sono entrata e ho sentito quella puzza ho detto 'questo se lo semo giocato'", riprende con amabile grazia la figlia, "Ma poi ho capito che era roba da mangiare cinese lasciata in cucina".
Ecco, entrare in casa di un cinese che cucina spesso vuol dire trovare un forte odore di aglio, riso al vapore, soia, altri aromi che ci possono sembrare strani. Ma da qui alla puzza di cadavere ce ne passa. Sono stato costretto a incenerirla di nuovo.
Il padre intanto è preoccupato. Si passa le mani nei capelli e dice "Che spavento, mamma mia. E pensare che l'abbiamo visto quattro giorni fa, quando siamo venuti per la riunione di condominio". D'improvviso cambia espressione e mi guarda seccato: "A proposito, pure voi però, potevate venire o mandare qualcuno alla riunione, no? E che diamine".
Alla fine il vicino è stato portato via in barella e l'ipotesi più probabile è che sia stata disidratazione. Oggi sta bene, è in ospedale attaccato a una boccia di liquido ricostituente.
Tutto è finito piuttosto bene quindi, ma mi restava un dubbio: quella testimonianza chiave di Ruriko.
"Ruri, le ho chiesto stamattina, però com'è possibile che tu l'avevi sentito la sera prima, se lui già era sparito dalla circolazione?".
"Ah, è vero". Ci pensa un po' e dice: "Allora forse era una settimana fa. Mi sono sbagliata". Mai fidarsi di questi asiatici.
18 Nov 2009 - posted by
Claudio Rossi Marcelli
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Off the record: retroscena di un libro non posizionato
"Perché sai in fondo cosa penso? Penso che l'eterosessualità sia una gran cagata!". Il bello di cenare con Sabrina Gabriele, pittrice, scrittrice, direttrice casting e responsabile del visual marchandising per Marc Jacobs, è poter godere delle sue perle di saggezza.
Parla con un accento del profondo nord, la Sabri, di quello che qui a Roma sentiamo uscire solo dalla bocca dei leghisti. E con quella stessa aggressività. Durante il nostro brunch a due passi da Rue Faubourg Saint-Honoré, a Parigi, l'ho guardata in silenzio mentre chiamava almeno tre ristoranti, facendo altrettante scenate per ottenere il tavolo particolare a cui ambiva. Solo dopo esserseli assicurati tutte e tre si è messa l'anima in pace, tranquilla di poter scegliere più tardi quale confermare
Ma quando nasci a Bergamo Bassa, città di muratori e diseredati, ci vuole un certo grado di aggressività per sopravvivere. Ed è lì che è cominciato tutto, nella modesta casetta di una modesta famigliola di quattro persone. Gente onesta, gente che lavora.
Gli occhi della Sabri, però, puntano da subito molto più in alto. E quando abiti a Bergamo Bassa, il punto più alto dove puoi guardare è Bergamo Alta: boutique, caffè, gallerie e tutto quello che una ragazza possa desiderare.
Sarà una cotta per una bionda e algida commessa di Balenciaga che la proietterà nel modo nella moda. Pur di avvicinare l'oggetto dei suoi desideri, la Sabri diventa cliente benestante, poi commessa ambiziosa e in fine direttrice spietata, tutto nel giro di un paio d'anni. E a questo punto per lei si aprono le porte di Old Bond Street, a Londra.
La Sabri riesce a lavorare per alcune delle case di moda più famose del pianeta, finché Marc Jacobs, che è solo lo stilista più cool del momento, la chiama a Parigi come direttrice del visual merchandising per l'Europa e il Medio Oriente.
Dopo il nostro incontro ha preso un volo per Helsinki e girerà le capitali scandinave per qualche giorno. Questo mi lascia un po' di tempo per pubblicare la sua storia senza censure.
Mentre compiva la sua grande scalata, Sabrina ha trovato il tempo di dipingere (dipinge grossi cavalli dorati su fondi blu), di darsi al casting teatrale e di scrivere. Ed è il suo libro, "Una", di cui voglio parlare con lei.
"Guarda Claudio, mi fa piacere parlare di Una, ma te lo dico subito: non voglio che mi posizioni come scrittrice lesbica. Una è un libro che parla di una ragazza che s'innamora". in effetti Una parla di una ragazza che s'innamora, e che scopa con decine di donne. A Londra. E con questa copertina qui:

"È un romanzo di fantasia", ripetono a Bergamo Bassa, dove la gloria della concittadina espatriata è più abbagliante dello scandalo. Un partito basso-bergamasco che si colloca a destra della Lega, ha inserito nel suo programma la voce "Riportare Sabrina Gabriele a Bergamo", un po' come a Firenze richiederebbero la Gioconda.
Ma la Sabri di tornare a Bergamo non ci pensa proprio. Prima di tutto perché nessuno la capirebbe più: oggi lei parla una lingua che si pone esattamente a metà strada tra l'inglese, il francese e il bergamasco. Una sua frase tipica potrebbe essere: "Senti bello, c'est comme ça. if you don't like va' a da' via il cü!".
A Parigi si rivolge alle persone scegliendo in modo del tutto casuale l'idioma: "Troppo figa questa, dove l'hai presa?", chiede senza batter ciglio a un barista francese del Marais, riferendosi alla sua maglietta di Britney Spears. Eppure lui la capisce perfettamente, e le risponde in francese.
La forza della Sabri non è la lingua, ma la comunicazione. Una sembra scritto a morsi, come un blog digitato di getto nel tempo libero: "Uè, ma io ho fretta, eh! Una è un libro scritto di fretta per persone che hanno fretta". Lo dice spalancando la sua bocca morbida e aggrottando la fronte alta, resa ancora più alta dal ciuffo di capelli a banana, in stile Susy Menkes.
"Aveva venticinque anni, ma scopava come una di trentacinque", è una delle prime frasi che ho letto sfogliando il libro. "Ma tuo padre che ha detto, quando l'ha letto?".
Pare che all'inizio sia stato un dramma. La Sabri ha mandato due copie alla sua famiglia e ha seguito in diretta sms con sua sorella le espressioni dei genitori: "Papà sta a pagina sei, per ora tutto bene". "Che faccia fa?". "Serio, ma tranquillo. Ora è a pagina nove".
Quando è tornata a casa per qualche giorno di vacanza, il signor Gabriele ha convocato la figlia nella sua stanza: "Sabri - ha detto con tono tenero-leghista - perché hai scritto di una ragazza che va a Londra e fa sesso con le donne? Parli di te?".
"Ma papà! - ha risposto lei in tono Calderoli - È perché vende! Mi sono ispirata a certe amiche di Londra, perché il sesso tra donne tira una cifra". E il papà, che non aspettava altro che una rassicurazione, si è infilato la giacca ed è andato a distribuire il romanzo di fantasia ad amici e parenti.
Ora che a Bergamo Bassa è stato risolto l'equivoco (e quelle voci insistenti che circolavano sul conto della Sabri), le ho consigliato di pensare al suo prossimo progetto: potrebbe intitolarlo "Fica - cento modi per far godere una donna", e a Bergamo Bassa nessuno batterebbe ciglio perché, si sa, a livello commerciale tira più quella di un carretto di buoi. Lo dicevo per ridere, ma lei ha fatto la faccia di chi prende in seria considerazione la cosa.
"Non puoi dire che l'eterosessualità è una cagata, perché se non altro serve alla procreazione", ha protestato un amico seduto al nostro tavolo da Chez Julien. Alla fine la Sabri ha scelto questo ristorante per la serata, anche se poi ha dovuto rinunciare alla stanza privata e accontentarsi di un tavolo nella sala principale.
Avevamo prenotato per le dieci e mezza ma a mezzanotte eravamo ancora tutti lì ad aspettare, svuotando bottiglie di vino e sfogliando i Playboy anni ottanta che il ristorante offriva nella sala d'attesa.
Durante l'attesa la Sabri aveva rimorchiato nel giro di pochi minuti il ragazzo più carino del ristorante. L'ha fatto senza volerlo, e senza nessuna pietà. Sotto gli occhi increduli di tutte le donne etero e tutti gli uomini gay che se lo sarebbero mangiato in un sol boccone, la Sabri giocava con la sua preda come un gatto con una lucertola, con la certezza che alla fine non l'avrebbe mangiata.
"L'eterosessualità non serve più neanche a procreare, e hai questi due davanti a te che ne sono la prova concreta", ha risposto lei indicando me e il mio compagno, notoriamente padri di due bambine. La Sabri parla per iperboli, proprio come i leghisti, solo che lei ci mette una buona dose di ironia, e le sue provocazioni servono a spalancare il mondo e non a chiuderlo.
Non è una scrittrice. O almeno non solo. E non è una pittrice né una blogger né una direttrice di visual merchadising (che tra l'altro, ammettiamolo, nessuno ha la più pallida idea di che lavoro sia). La Sabri è un fenomeno, un uragano, una star. È quell'aspirazione di ogni essere umano di spiegare le ali e prendere il volo.
Ma è anche una ragazza che ha ancora un po' paura di posizionarsi una volta per tutte di fronte agli occhi della sua piccola città.
"Una" di Sabrina Gabriele si può comprare qui
10 Nov 2009 - posted by
Claudio Rossi Marcelli
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