I nostri fratelli artificiali
Kevin Kelly immagina un mondo modellato sulle ossessioni di Philip Dick. Tra robot, cloni, specie ibride e intelligenze artificiali, gli esseri umani dovranno riflettere sulla loro identità.

Uno dei dibattiti principali di questo secolo riguarderà la ricerca di una nostra identità collettiva. L'obiettivo è capire chi siamo: cosa significa essere umani? Esistono vari tipi di umani? E cos'è esattamente un umano?
Ogni giorno la scienza scopre qualcosa di nuovo che mette in dubbio la nostra identità: terapie a base di cellule staminali, sequenze genetiche, intelligenze artificiali, robot autonomi, nuovi cloni animali, transpecie ibride, impianti neurali, droghe che potenziano la memoria, protesi artificiali e reti sociali.
Ognuno di questi elementi rende più vago il confine tra le persone: in Second life o nelle chat su internet possiamo scegliere il nostro genere, la nostra genetica e perfino la nostra specie. Con la tecnologia possiamo modificare radicalmente il nostro corpo.
Al tempo stesso ci troviamo di fronte a delle iper-realtà: simulazioni così complesse da sembrare reali; falsi talmente perfetti da essere venduti come oggetti straordinari e così seducenti da stimolare la creazione di altri falsi (ci sarà pur qualcosa da contraffare in un falso!). E inoltre immagini ritoccate con Photoshop così surreali da dar vita a un nuovo tipo di realismo, materiali sintetici più stimolanti di quelli naturali e riproduzioni migliori degli originali.
In fondo a chi importa cos'è vero e cos'è finto? Queste iper-realtà ci mettono di fronte a una serie di domande: un attacco virtuale è un vero attacco? Quanto della nostra vita reale è pura attività mentale o solo un'allucinazione collettiva? Dove finisce lo spazio della nostra mente e comincia l'esterno? E se tutto quello che percepiamo al di fuori di noi non fosse altro che la nostra stessa mente? Più comunichiamo attraverso la tecnologia e più diventa importante domandarsi cos'è reale.
Matrix sul tg delle undici
Mi hanno sempre affascinato le storie al limite della follia dello scrittore Philip K. Dick. I suoi libri trattano gli stessi argomenti che la nostra cultura affronterà per i prossimi cent'anni. In un discorso strano e affascinante del 1978, Dick raccontava: "In particolare mi interessano due domande: cos'è la realtà? E cosa ci rende umani? Ho cercato di analizzare questi temi per ventisette anni, attraverso i miei racconti e romanzi. Cosa siamo? Cos'è che ci circonda, ciò che chiamiamo il non-io o mondo empirico, fenomenico?".
Queste domande si stanno spostando progressivamente dai confini della fantascienza al centro della nostra cultura. Il problema dell'identità diventerà la notizia di apertura di Usa Today e della Cnn e la corte suprema dovrà esprimersi a riguardo. Discuteremo di questi argomenti a cena con i nostri amici.
Tra pochi decenni, quando la realtà immaginata da Dick sarà qualcosa di concreto, il suo dilemma diventerà il nostro: avremo a che fare con intelligenze artificiali più avanzate, bambini geneticamente modificati diventati adulti, menti potenziate da sostanze artificiali, realtà virtuali ormai consuete e coscienze collettive costantemente attive. Immaginate Matrix, ma sul tg delle undici. Senatori, uomini d'affari e repubblicani convinti diranno: "Ehi, e se la realtà appartenesse davvero a un altro livello? Se essere un umano fosse solo una scelta?".
Avremo grandi incertezze sull'identità della nostra specie e sulla natura di quello che consideriamo reale. Questa profonda ansietà darà vita a molti culti bizzarri, e nasceranno psicosi e guerre: la lotta all'aborto e alla schiavitù sono solo due esempi di gravi conflitti generati dall'incertezza nella definizione di ciò che è umano. Ci troveremo tutti di fronte a una serie di dubbi irrisolti.
Un robot può essere un figlio di Dio? La schiavitù delle macchine intelligenti è accettabile? Dovremmo estendere il senso di appartenenza, oltre agli animali e agli esseri viventi, anche alle cose artificiali? Se qualcosa provoca dolore, è davvero reale?
Sono domande a cui è difficile dare una risposta e che ci paralizzano con il loro peso insopportabile. Immaginate il nostro mondo nelle mani delle ossessioni di Dick. Una specie intera afflitta da una crisi di identità. Non manca molto.
kevin kelly è un esperto di cultura digitale. È stato tra i fondatori di Wired. È appassionato di fotografia e di cultura asiatica. Ha 56 anni. Vive in California. Questo articolo è uscito sul suo blog con il titolo Humanity's identity crises.
Altri articoli di Kevin Kelly pubblicati da Internazionale:
• Un'intelligenza rivoluzionaria
• L'attenzione è potere
• Immersi in una bolla creativa
• Un piccolo gruppo di veri ammiratori
• Come fare soldi gratis
22 May 2008 - posted by
Internazionale

Commento di Adry666
Articolo interessante e, secondo me, molto realistico e "probabile". Già adesso, per certi "oggetti" è difficile definire dei confini certi. Ma forse non è nemmeno corretto farlo, la nostra logica binaria è quasi sempre sbagliata e spesso crea degli inutili estremismi.
Secondo me, oltre ad allargare l'insieme del cosa è umano (anche in questo caso, comunque, soffriamo di supponenza: perchè dobbiamo relativizzare tutto a noi "umani"?) dovremmo anche restringere l'insieme con quello che non è umano negli umani. Ossia dovremmo espellere dalla definizione le persone che non si comportano più da umani, una specie di declassamento in base a leggi etiche e morali universali (da es. Hiltler si può annoverare tra gli "umani"? Secondo me, no...).
Commento di Gioppo
Bellissimo post, sono davvero temi caldi che stanno cominciando a farsi sentire e che animeranno le discussioni del prossimo futuro.
Sono scettico sulla capacità di adattamento dell'attuale modello di società a novità tecnologiche così rivoluzionarie, ma sono spronato dall'incredibile varietà di possibilità che queste tecnologie ci apriranno.
Possiamo solo sperare che oltre ai tanti problemi che emergeranno riescano a saltare fuori le soluzioni ai problemi che al momento appaiono irrisolvibili.
Commento di sottile
se fa male dev'essere per forza vero. la domanda è, fa veramente male?
|