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    <title>Libri</title>
    <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?blogid=18</link>
    <description>Dedicato a Johann Georg Tinius, che divenne serial killer per soddisfare la sua fame di libri. E a Gian dei Brughi, il brigante di Calvino che scoperta la lettura perse ogni interesse per il crimine</description>
    <language>it</language>           
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      <title>Libri</title>
      <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php</link>
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 <title>Compagno Gogol</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2967</link>
<description><![CDATA[Dalla nuova tragica campagna di manifesti del Pd emerge un dato inequivocabile: è un partito <b>contro i nasi</b>. Come piattaforma programmatica non è male: "Turatevi il naso, ma votate Pd".<br />
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<img src="http://www.internazionale.it/interblog/media/14/20100206-nasi.jpg" alt="image"/>]]></description>
 <pubDate>Sat, 6 Feb 2010 11:31:15 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>La banalità del male e il male della banalità</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2962</link>
<description><![CDATA[Terribile è la banalità del male, ma guardiamoci un poco anche dal male della banalità; da quella retorica della memoria, spesso di ascendenze nobili, che si è impadronita del discorso pubblico su Auschwitz, e che si rianima a ogni 27 gennaio. Nulla di strano: come ogni letteratura che abbia conosciuto una rigogliosa fioritura, anche quella cresciuta intorno alla Shoah ha visto sbocciare i suoi <i>topoi</i>, che l'uso insistito ha convertito nel migliore dei casi in ostinati luoghi comuni, nel peggiore in dogmi arcigni e inespugnabili. <br />
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È un formulario liturgico fatto di espressioni come "dire l'indicibile" o "immaginare l'inimmaginabile", e d'altre ancora dove l'ossimoro, il paradosso, l'iperbole – figure che andrebbero spese con parsimonia, già che tendono le corde del linguaggio all'estremo – sono diventate <i>routine</i>. Come pure risuonano a vuoto, incontrando ormai orecchie ovattate, i "per non dimenticare" e i "mai più", accompagnati dall'immancabile monito di <b>Santayana</b> sul passato che, se lo dimentichiamo, siamo condannati a ripetere. <br />
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Non tutto in queste formule è da rigettare, per carità. Nei luoghi comuni si raccoglie una parte di verità, come nelle piazze delle grandi città: se molti vi transitano, non è certo perché abbiano tutti smarrito la direzione. Ma riscuotere le commemorazioni dalla loro torpida ritualità – purché non lo si faccia con il malanimo e i sinistri sottintesi politici dei provocatori alla <b>Norman Finkelstein</b> – è operazione sempre benemerita.<br />
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"Svincolare dalla liturgia un'occasione rara per intendere, sentire e contrastare il peggio di cui siamo stati capaci" è l'intento proclamato di <i>A giusta distanza. Immaginare e ricordare la Shoah</i> (L'Ancora del Mediterraneo) di <b>Enrico Donaggio</b> e <b>Diego Guzzi</b>, una scorribanda fulminea ma puntuale tra i nodi insoluti della riflessione su Auschwitz, sulla natura del male politico e sugli usi (e abusi) della memoria. Gli autori – due filosofi: maestro e allievo – sembrano aver fatto tesoro della lezione di <b>Tzvetan Todorov</b>, secondo cui definire la Shoah un evento "unico" e "incomparabile" è una contraddizione in termini, come quella in cui cade la sposa di Usbek delle <i>Lettres persanes</i> di <b>Montesquieu</b>, la quale dice del marito che è il più bello degli uomini e che non ne ha mai visti altri. La verità è che solo comparando si può far risaltare l'unicità del genocidio ebraico. E nelle pagine di Donaggio e Guzzi questa unicità è fatta sì spiccare, ma su uno sfondo in cui campeggiano il <b>Rwanda</b> e <b>Abu Ghraib</b>, la macellazione industriale degli animali e – meno di quanto sarebbe giusto aspettarsi – l'<b>Arcipelago Gulag</b>. <br />
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Pur senza esibire alcun piglio polemico, gli autori non mancano di assestare salutari strattoni alle più inestirpabili <i>idées reçues</i> sulla Shoah: <b>Raul Hilberg</b>, il massimo storico della Soluzione finale, è chiamato in causa per scalzare la tesi arendtiana sulla "banalità" di <b>Adolf Eichmann</b> e dei gerarchi nazisti, che tutto erano fuorché banali; lo scrittore ed ex deportato franco-ispanico <b>Jorge Semprún</b> è invocato per mettere in questione l'"indicibilità" di Auschwitz, un dogma che spesso tradisce oscurantismo e pigrizia.<br />
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Il libro convince meno quando sposa l'idea, assai fortunata, secondo cui la morte degli ultimi superstiti segnerà una cesura epocale nella trasmissione della memoria. Perduti i testimoni, "occorre raccogliere il testimone". Staremmo cioè per entrare, secondo la formula di <b>Marianne Hirsch</b>, nell'epoca della post-memoria, della memoria di seconda mano. Ma è davvero così? <br />
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La scomparsa degli ultimi sopravvissuti, beninteso, sarà una perdita grave per mille ragioni; ma questo paventato "passaggio del testimone", crediamo, è già avvenuto da decenni. Certo, in un lungo arco di tempo – che va, grosso modo, dal processo di Gerusalemme contro Eichmann a <i>Shoah</i> di <b>Claude Lanzmann</b> – la voce dei sopravvissuti si è fatta ascoltare; ma non abbastanza da sovrastare altre voci. Dolersi per la perdita di centralità degli ex deportati nella memoria pubblica è un po' come, in altro ambito, lamentare la tramontata egemonia degli intellettuali, scalzati dalla tv: il che presupporrebbe un'epoca, del tutto ipotetica, in cui a sera le famiglie si radunavano intorno al caminetto a leggere passi di <b>Hegel</b>. <br />
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La verità è che la memoria di seconda mano, o perfino "inventata" come la chiama <b>Peter Reichel</b>, ha conquistato un primato indiscusso. E contro di essa molti sopravvissuti hanno ingaggiato per decenni una lotta ad armi impari. <b>Elie Wiesel</b> tuonò contro la serie tv americana <i>Holocaust</i>, <b>Bruno Bettelheim</b> avversava il film <i>Il diario di Anna Frank</i>, <b>Imre Kertész</b> non si riconosceva in <i>Schindler's List</i>: ma a conti fatti è Spielberg, non Wiesel, a dominare la nostra memoria. <br />
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Il passaggio del testimone, piaccia o meno, è cosa fatta: simbolo ne è il finale del film di Spielberg in cui gli ex deportati, ormai decrepiti, rendono omaggio alla tomba di Schindler, ciascuno sorretto dal braccio ben altrimenti vigoroso del giovane attore che lo ha impersonato. Ma ancor più ironico e crudele è quanto racconta lo storico <b>Peter Novick</b> in <i>The Holocaust in American Life</i>. Anni fa ad Atlanta, si cercava un sopravvissuto da fotografare per la locandina di un documentario sui campi nazisti; il "casting" non sembrava difficile, perché nella città del sud degli Stati Uniti di superstiti dei lager ce n'erano molti. Sennonché, nessuno dei candidati aveva il <i>survivor look</i>, nessuno corrispondeva all'iconografia del sopravvissuto. Si ripiegò così su un ebreo americano che aveva fatto la guerra nel Pacifico: certo, non aveva passato nemmeno un minuto ad Auschwitz, ma il suo volto scavato gli conferiva il <i>physique du rôl</i>e. Somigliava proprio ai deportati del cinema.<br />
<br />
È un aneddoto curioso, per carità, e non è detto che sia esemplare di nulla. Ma è uno di quegli aneddoti che è bene ricordare il 27 gennaio, perché non sia il male della banalità a chiuderci gli occhi sulla banalità del male.<br />
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<i>Articolo uscito sul Riformista il 27 gennaio 2010</i>]]></description>
 <pubDate>Thu, 28 Jan 2010 15:42:06 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>Saul Friedländer, lo spaesamento come metodo</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2958</link>
<description><![CDATA[<b>Saul Friedländer</b> non si sente a casa in nessun luogo. Da anni ormai è cittadino americano, ma è stato a lungo, ed è tuttora, anche israeliano. Ormai vicino agli ottant'anni, sente nostalgia dell'Europa. Il francese è la sua lingua madre, ma è nato a Praga da ebrei assimilati, permeati dalla lingua e dalla cultura tedesca, che allo scoppio della guerra si rifugiarono in Francia e lo affidarono alle cure di un convitto cattolico per metterlo in salvo, prima di finire deportati nei lager. Ha insegnato a Ginevra, poi per molti anni a Tel Aviv e a Los Angeles. La biografia di quello che è probabilmente il massimo storico vivente dell'Olocausto attraversa continenti, lingue, culture, stagioni. Eppure, lungi dal rifugiarsi nello stereotipo – a volte un po' civettuolo – dell'ebreo errante, Friedländer ha fatto del suo spaesamento un metodo, e di questo carattere apolide il suo punto di forza come studioso. <i>Aggressore e vittima</i>, appena pubblicato da Laterza (156 pagine, 15 euro), è un <i>plaidoyer</i> per una "storia integrata dell'Olocausto", una storia cioè che sappia tener conto di tutti gli attori coinvolti in quella serie terribile di eventi, come pure dei loro punti di vista e delle loro mentalità. Ed è anche l'occasione per dare una sbirciatina nel capanno degli attrezzi di un grande storico.<br />
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"Ho cercato di tracciare una raffigurazione complessiva che includesse tutte le parti: i tedeschi, l'ambiente europeo e le stesse vittime, le comunità ebraiche e gli individui ebrei", spiega Friedländer in una lunga conversazione con storici e giornalisti, che occupa la terza e più interessante parte di <i>Aggressore e vittima</i>. Il titolo dell'edizione italiana echeggia quello che vent'anni prima un altro grande storico dell'Olocausto scomparso in anni recenti, <b>Raul Hilberg</b>, aveva scelto per una delle sue opere: <i>Carnefici, vittime, spettatori</i>. A Hilberg, l'autore del fondamentale <i>La distruzione degli ebrei d'Europa</i>, Friedländer riconosce immensi meriti, ma gli rimprovera un'attenzione eccessiva al meccanismo burocratico-amministrativo della Soluzione finale che finisce per eclissare le vite e le storie delle vittime. Al contrario, Friedländer ha scelto di raccontare la storia dell'Olocausto attingendo anche a tutte quelle fonti che Hilberg relegava in secondo piano: la sconfinata mole di diari, testimonianze e memoriali. Il risultato è il monumentale dittico <i>La Germania nazista e gli ebrei</i>, frutto di decenni di lavoro.<br />
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Friedländer si è lasciato guidare da un insopprimibile senso di smarrimento, di sbigottimento davanti all'insensatezza della catastrofe, e ne ha fatto un perno del suo metodo di lavoro. Niente era prevedibile o ineluttabile, nessun destino era scritto, l'Olocausto non è stato il compimento fatale di grandi forze impersonali come la modernità, la tecnica, l'essenza dell'Occidente, la ragione illuministica "capovolta" dei francofortesi o l'antisemitismo perenne; e, per dirla con <b>George Mosse</b>, se alla fine del diciannovesimo secolo ci fossimo chiesti dove si sarebbe potuta compiere un'infamia come Auschwitz, la risposta sarebbe stata inequivoca: in Francia, nella Francia dell'affaire Dreyfus. Non per caso Friedländer confessa che a lasciarlo più sgomento sono le lettere e i diari di chi, magari poche ore prima della deportazione, non aveva sentore di nulla e si ostinava a rassicurare i propri cari. O la terribile nota di sollievo del filologo e linguista antinazista <b>Viktor Klemperer</b> del dicembre del 1941, quando l'ordine segreto di sterminio era stato appena diramato da <b>Adolf Hitler</b>: "Gli ultimi cinque minuti difficili, a testa alta!".<br />
<br />
Che cosa dire, invece, degli aggressori? Friedländer se ne è occupato a lungo e variamente, in opere come <i>Memory, History and the Extermination of the Jews of Europe</i>, nello studio sul caso dell'SS "pentito" Kurt Gerstein e, più indirettamente, nel libello <i>Réflets du Nazisme</i>. Ai tedeschi – uomini comuni, soldati, SS, burocrati o esecutori materiali dello sterminio – e alla loro psicologia, è dedicata la tavola rotonda che chiude il libro, e che al lettore italiano suonerà più nuova e originale di quanto non parrà al suo omologo in Germania o, più ancora, negli Stati Uniti. Al centro del dibattito, infatti, è un tema su cui da anni si vanno riempiendo biblioteche, al punto da far sospettare che si tratti in qualche misura anche di una moda accademica: quello del "trauma", nella fattispecie del <i>perpetrator trauma</i> o trauma dei carnefici – categoria controversa in quanto rischia di essere usata in chiave apologetica o assolutoria. Che cosa avviene nella mente di chi è stato responsabile in prima persona di atrocità e uccisioni di massa? E come reagirono, dopo la fine della guerra, i tedeschi comuni davanti alle immagini dei campi appena liberati? E i loro figli ignari, la generazione del Sessantotto? Sono domande a cui si tenta di rispondere da quarant'anni almeno, da quando due psicoanalisti di Monaco, i coniugi <b>Mitscherlich</b>, scrissero il loro libro sull'"incapacità di lutto" dei tedeschi dopo la caduta di Hitler. Poi sono arrivati gli studi di <b>Christopher Browning</b> sugli "uomini comuni" implicati nello sterminio e quelli di <b>Daniel J. Goldhagen</b> sui "volenterosi carnefici". Il romanzo di <b>Jonathan Littell</b>, <i>Le Benevole</i>, grazie al quale molti hanno compiuto l'esperimento mentale di calarsi nella mente del boia, è in parte figlio di questo lungo dibattito di cui i conferenzieri – tra cui studiosi come <b>Harald Welzer</b> o <b>Norbert Frei</b> – ripercorrono le tappe, in contrappunto con la storia della Germania del dopoguerra.<br />
<br />
Oggi Friedländer fa progetti per il futuro. Sogna di scrivere un libro sul suo grande concittadino <b>Franz Kafka</b>, e a ben vedere non stupisce che lo storico per cui "nulla era inevitabile" voglia cimentarsi con il "profeta ignaro" per eccellenza. Quel Kafka che, nella <i>Metamorfosi</i>, descrisse la trasformazione dell'uomo in insetto, usando la stessa parola – <i>Ungeziefer</i> – che i nazisti avrebbero riservato agli ebrei, nel loro piano di "disinfestazione" della Germania; quel Kafka che, nel <i>Castello</i>, offrì una lancinante definizione non già dell'apolide ma del paria rigettato dai suoi simili, della nuda vita disponibile per i carnefici: "Non sei del castello, non sei del villaggio, non sei niente".<br />
<br />
<i>Articolo uscito sul Riformista il 14 gennaio. Del "trauma dei carnefici", avevo scritto qualcosa qui: http://www.brockhausstiftung.de/index.php?id=88</i>]]></description>
 <pubDate>Sat, 16 Jan 2010 14:23:10 +0100</pubDate>
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 <title>Annus Mirabilis – Il Guvi Book Award 2009</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2956</link>
<description><![CDATA[Caspita, che annata d'oro! Per una volta, sono soddisfatto delle mie letture. E con gran pena sono riuscito a distillare due Top 15 (<b>Narrativa</b> e <b>Saggistica</b>), una Top 10 "di settore" (<b>Extravaganzas</b>) nonché una <b>Caienna</b> dove scontano la loro condanna i tre libri più insulsi letti nel 2009. L'esortazione d'inizio anno, che rivolgo per primo a me stesso, è ancora una volta questa: non farti dettare le scelte di lettura dai calendari degli editori e degli uffici stampa, dal ricatto dell'attualità, dal regno dell'adulazione universale (il cui rovescio è il combattimento dei galli) che domina il cosiddetto giornalismo culturale, dalla pressione di compagnie e circoletti, spesso amabili, che fanno leva sul senso di vergogna. "Ma come, non hai letto Tal de' Tali?". Ebbene no, non l'ho letto, non lo leggerò mai: la vita è troppo breve. Siate crivellati di lacune, con lo stesso orgoglio che il nobile <b>Gruviera</b> ostenta nel vostro frigorifero. Leggete i classici, e seguite le vostre ossessioni ovunque vi portino. Tutto il resto è enciclopedismo, snobismo, accademia, fighettismo letterario, o soggezione alla "fama": che è poco meno che vento.<br />
<br />
Se non vi fidate di me, fidatevi di <b>Jonathan Swift</b>: "Dei settemila scritti attualmente prodotti in questa rinomata città, prima che il sole abbia compiuto la prossima rivoluzione, non resterà l'eco di alcuno". O di <b>Joseph De Maistre</b>: "Ma una raccomandazione mi resta da farvi, Signora, ed è che, all'epoca in cui viviamo, è più che mai necessario di stare in guardia contro la riputazione dei libri, visto che il secolo che tramonta rimarrà sempre segnato nella storia come la grande epoca della ciarlataneria in tutti i campi, e soprattutto delle fame usurpate".<br />
<br />
E ora, le classifiche (compilate, per pigrizia, in ordine sparso, in una notte quasi insonne: perciò non è detto che il numero sette sia meno bello del numero tre, eccetera).<br />
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<b>Top 15 – Narrativa</b><br />
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1. <b>J. Rodolfo Wilcock</b>, <i>La sinagoga degli iconoclasti</i><br />
Chi visiti questo stralunato famedio non può non pensare a quella vecchia battuta di <b>G.K. Chesterton</b>, secondo cui gli uomini che credono davvero in sé stessi sono tutti nei manicomi, dove affermano di essere Napoleone o Ramses. Tra i pazzi malinconici della galleria di ritratti allestita da Wilcock c'è tutto il meglio e il peggio dell'essere uomini. (Li immagino radunarsi, a sera, in qualche punto dell'Antartide, in compagnia di <b>Werner Herzog</b> e dei suoi pinguini).<br />
<br />
2. <b>Thomas Bernhard</b>, <i>Il soccombente</i><br />
Tra le mie idiosincrasie c'è quella per i libri "monoblocco" senza a capo, paragrafi e cesure, ma ho fatto un'eccezione per Bernhard. Essere pianisti gomito a gomito con <b>Glenn Gould</b>, come accade al protagonista di questo romanzo, è più o meno come essere Cecco d'Ascoli ai tempi di Dante: per quanto eccelso tu possa essere, sarai sempre il secondo, e ti metterai ad almanaccare sul destino ingrato, sulla famiglia che ti ha rovinato, su invisibili potenze congiurate ai tuoi danni. Chi di noi non conosce almeno un soccombente?<br />
<br />
3. <b>Anatole France</b>, <i>Il procuratore di Giudea</i><br />
L'anziano Ponzio Pilato, con tutta naturalezza, si è dimenticato del processo a Gesù. Racconto terribile e fulminante di Anatole France, tradotto e annotato da <b>Leonardo Sciascia</b>. Vale, letto da un cristiano vacillante, cento tirate di Dawkins & Co.<br />
<br />
4. <b>Leonardo Sciascia</b>, <i>Il teatro della memoria</i><br />
Così funziona il potere, i poteri. Tutti si accapigliano, si spintonano per impossessarsi di un bene all'apparenza senza alcun valore: un vuoto di memoria, quello dello smemorato di Collegno. Il potere, si direbbe, ha l'<i>horror vacui</i>.<br />
<br />
5. <b>Enrique Vila-Matas</b>, <i>Bartleby e compagnia</i><br />
Letto dietro imbeccata (e prestito) di un amico scrittore, il quale ritiene che questo sia il "mio" libro, o se non altro il libro per cui siamo diventati amici. Ha ragione, anche se da qualche tempo ho smesso di voler essere <b>Bobi Bazlen</b>.<br />
<br />
6. <b>Herman Melville</b>, <i>Billy Budd</i><br />
Non è <i>Moby Dick</i>, ma è pur sempre una grande storia di fondazione e rigenerazione sacrificale, una <i>via crucis</i> a largo dalla costa. Diciamo che, se <i>Moby Dick</i> parla della balena, <i>Billy Budd</i> parla direttamente di <b>Giona</b>: questione di contenitori e contenuti. Da leggersi nella traduzione di <b>Eugenio Montale</b>.<br />
<br />
7. <b>Vladimir Nabokov</b>, <i>L'occhio</i><br />
Il pendant di <i>Mulholland Drive</i> di <b>David Lynch</b>. Questo ho pensato mentre lo leggevo, sul treno di ritorno da Torino. Non ricordo altro, ma forse ero ancora immerso nell'atmosfera lynchiana dell'Hotel Mobledor, calamitato dallo sguardo avicolo e omicida dell'anziana tenutaria piemontese.<br />
<br />
8. <b>Javier Marías</b>, <i>Domani nella battaglia pensa a me</i><br />
Ragioni extraletterarie mi hanno portato ad apprezzare uno stile che riesce a essere, caso raro, meditabondo e concitato a un tempo, tutto un correre di virgole e subordinate che finiscono chissà dove, tutto salti follemente ovvi dal filosofico all'insignificante, dal sublime al triviale (e ritorno). Opposti tenuti insieme, in concordia discorde, da una prosa torrenziale a cui vien quasi voglia di fare il verso.  <br />
<br />
9. <b>Franz Wedekind</b>, <i>Mine-Haha ovvero L'educazione fisica delle fanciulle</i><br />
Se il termine "perturbante" ha un senso, è qui che occorre cercarlo. Da leggersi inforcando gli occhiali di <b>Roberto Calasso</b>, che a sua volta lo ha letto inforcando quelli a forma di cuore di Lolita (che però Nabokov non le ha mai messo: glieli ha messi <b>Stanley Kubrick</b>).<br />
<br />
10. <b>Danilo Kis</b>, <i>Enciclopedia dei morti</i><br />
Un classico è, prima di ogni altra cosa, un libro che rimette ordine nelle nostre percezioni e impone alla mente di risiedere nel suo centro naturale. I racconti di Danilo Kis hanno questo potere. Simon Mago, i Dormienti di Efeso, i processi totalitari risuonano in questa stanza degli echi come fossero contemporanei – e lo sono.<br />
<br />
11. <b>Robert Walser</b>, <i>Jakob von Günten</i><br />
Che cosa si insegna all'Istituto Benjamenta? Un bel niente: il corpo docente dorme. O tutto. L'arte suprema della sprezzatura. La liberazione in vita. L'istupidimento beato e consapevole. Non so che cosa si insegni all'Istituto Benjamenta, ma è lì che avrei mandato a studiare <b>il giovane Törless</b>.<br />
<br />
12. <b>Alberto Savinio</b>, <i>Infanzia di Nivasio Dolcemare</i><br />
Chi non sente la poesia del Gerione dantesco non sentirà mai nessuna poesia, diceva <b>Benedetto Croce</b>. Questo libro ha il potere di riaprire gli occhi ai ciechi, come le acque di Siloe, e di ridestare dal sonno chiunque avesse scordato gli usi e i poteri dell'immaginazione.<br />
<br />
13. <b>Tadeusz Borowski</b>, <i>Da questa parte per il gas</i><br />
L'ho aspettato per anni, consolandomi con l'edizione francese. Alla fine è arrivato, e la biblioteca dei classici "concentrazionari", in Italia, è un po' meno incompleta. E <b>Imre Kertész</b> è un po' meno orfano e solo.<br />
<br />
14. <b>H.G. Wells</b>, <i>Un sogno di Armageddon</i><br />
Non so se la fantascienza sia l'unico genere del secolo trascorso che sia degno di sopravvivere in questo, come grosso modo sostiene <b>Michel Houellebecq</b>. Ma il breve e sconvolgente racconto di Wells porta acqua al mulino della sua tesi.<br />
<br />
15. <b>Robert Heinlein</b>, <i>Orfani del cielo</i><br />
L'equipaggio di una missione spaziale, dopo decenni e generazioni, si è dimenticato di stare su un'astronave, e la identifica con l'universo. Di nuovo fantascienza, di nuovo acqua al mulino di Houellebecq. Spesso si usa la parola "gnostico" a sproposito; ma nel romanzo di Heinlein c'è tutto, anche se nulla è menzionato per nome: gli eoni, gli arconti, l'oblio, il risveglio.<br />
<br />
***<br />
<br />
<b>Top 15 – Saggistica</b><br />
<br />
1. <b>Claude Lanzmann</b>, <i>Le lièvre de Patagonie</i><br />
L'autobiografia dell'autore di <i>Shoah</i>, dunque l'autobiografia di <i>Shoah</i>. Bellissimo e (chi se lo aspettava?) pieno di un umorismo scanzonato. Lanzmann dimostra qui di saper uscire di tanto in tanto dal ruolo di pubblico oracolo, o di portavoce dei morti, che si è attribuito da un quarto di secolo.<br />
<br />
2. <b>Giuseppe Rensi</b>, <i>Lettere spirituali</i><br />
Era il <i>livre de chevet</i> di <b>Leonardo Sciascia</b>, meglio ancora la sua bussola. È come leggere le <i>Lettere di Berlicche</i> di <b>C.S. Lewis</b>, riscritte a uso di laici e stoici. Inutile, o meglio sprecato, in qualunque luogo che non sia il comodino.<br />
<br />
3. <b>Roberto Calasso</b>, <i>K.</i><br />
Il vero capolavoro di Calasso, che offre l'accesso – vorrei dire il lasciapassare – a un mondo in cui tutto si tiene, oscuramente. Il solo tentativo, a mia conoscenza, di vedere davvero quel che ha visto Kafka con gli occhi di Kafka, di entrare in Kafka come lo Stalker di <b>Andrej Tarkovskij</b> si addentra nella Zona.<br />
<br />
4. <b>Allan Bloom</b>, <i>La chiusura della mente americana</i><br />
Qual è la caratteristica dei libri "inattuali", da <b>Nietzsche</b> in poi? Semplice: parlano del presente in nome dell'intemporale, hanno lampantemente ragione, ma non c'è epoca che sia disposta a riconoscerlo. Inutile brandirli in politica, meglio radunarvi intorno un cenacolo di amici, e sopravvivere. Qui si parla dello sfacelo dell'università e dell'abbandono della tradizione umanistica.<br />
<br />
5. <b>Maria Zambrano</b>, <i>El hombre y lo divino</i><br />
Non è, forse, il capolavoro che si dice. Cerca di cavar troppa filosofia dalla storia, che è come cavar sangue dalle rape. Ma sulla religione arcaica, il mondo degli dèi e la paranoia è (insieme alle <i>Memorie</i> di <b>Schreber</b>) l'ultima parola.<br />
<br />
6. <b>Philippe Walter</b>, <i>Perceval, le pêcheur et le Graal</i><br />
Tra i tanti, troppi libri sul Graal, per lo più paccottiglia, questo è il solo che riesca davvero a conciliare i due poli in tensione: le verità della filologia e l'inafferrabilità del mito. Non mistifica, non demistifica. E scompone il racconto in tutte le sue parti, minuziosamente, come Freud con i sogni dei suoi pazienti.<br />
<br />
7. <b>Mauro Mellini</b>, <i>La fabbrica dell'errore</i><br />
Il breviario di patologia giudiziaria dell'avvocato ed ex parlamentare radicale è indispensabile, ancorché quasi clandestino. Si vola alto, in questa pagine: le miserie del nostro sistema giudiziario – l'inespugnabilità delle corporazioni, la barbarie del carcere preventivo, la tortura legale, la folle gestione dei pentiti – sono illuminate dal <b>Manzoni</b> della <i>Colonna infame</i>, e da Leonardo Sciascia.<br />
<br />
8. <b>Italo Mereu</b>, <i>Storia dell'intolleranza in Europa</i><br />
Mai titolo fu più fuorviante e scoraggiante. Scritto a fine anni Settanta come contrappunto alla legislazione di emergenza, è un capitolo di storia giuridica dove si mostra, con grande scialo di erudizione, che le categorie del nostro processo penale affondano nella procedura della Santa Inquisizione, e del modo in cui essa ha riletto – e pervertito – il sistema accusatorio del diritto romano.<br />
<br />
9. <b>Octavio Paz</b>, <i>La duplice fiamma</i><br />
Molti son quelli che hanno letto <i>L'amore e l'Occidente</i> di <b>Denis De Rougemont</b>, pochi quelli che lo citano, ancor meno quelli che vi s'ingaggiano a viso aperto. È quel che fa il grande Octavio Paz. Nulla contro l'enciclica <i>Deus Caritas Est</i> di <b>Ratzinger</b>, che gira intorno allo stesso, eterno binomio di Eros e Agape: ma questo è meglio.<br />
<br />
10. <b>Enzo Tortora</b>, <i>Se questa è Italia/Cara Italia ti scrivo</i><br />
Il dittico di Enzo Tortora – diario del carcere, diario del processo – mostra come un uomo di profonda cultura allevato all'amore dei classici, uno degli ultimi esempi italiani di <i>Bildung</i> umanistica, possa attraversare l'inferno della persecuzione giudiziaria tenendo gli occhi fissi al cielo stellato delle sue letture. Fatte le debite proporzioni (e che proporzioni!), Tortora è stato salvato da Manzoni come <b>Primo Levi</b> lo è stato da Dante, ad Auschwitz.<br />
<br />
11. <b>Roger Caillois</b>, <i>Nel cuore del fantastico</i><br />
Con Caillois ho un rapporto bifronte. Quel che incuriosisce lui, incuriosisce me, e fin qui tutto bene. L'altra faccia è, invece, sconfortante: quel che vorrei fare io, lo ha già fatto lui, meglio, e prima. Per colpa di questo libro sul fantastico non scriverò mai un saggio sugli emblemi. Ora sapete con chi prendervela.<br />
<br />
12. <b>Marc Fumaroli</b>, <i>Lo Stato culturale</i><br />
Vale lo stesso ragionamento fatto per Bloom. Inutile farlo leggere agli "operatori culturali" (orrore! orrore!) che non riescono a concepire la loro attività al di fuori di uno Stato mecenate e delle sue prebende. Inutile brandirlo contro il modello <b>Jack Lang/Walter V.</b>, è una battaglia persa.<br />
<br />
13. <b>Héctor Murena</b>, <i>La metafora e il sacro</i><br />
Poche pagine, ma impeccabili o – direbbe <b>Cristina Campo</b> – imperdonabili. Per tornare a pensare l'arte al di là del giardinetto arbitrario dell'estetica. L'arte delle arti, dicevano i padri della Chiesa d'Oriente, è l'ascetica.<br />
<br />
14. <b>Elémire Zolla</b>, <i>Gli arcani del potere</i><br />
"La trepidazione suscitata dalla maestà e dall'imperio è la stessa che suscita un fiore in boccio: commiserazione estatica dell'effimero, trasalimento di fronte alla vittima decorata con le insegne del dominio, tanto simile al toro che si reca al sacrificio scampanellante e impennacchiato". Parole di questa altezza si leggevano, nei primi anni Sessanta, sul Corriere della Sera. Oggi anche i grandi eruditi, come <b>Claudio Magris</b>, usano le pagine del primo quotidiano per lamentare che la Telecom gli ha cancellato il servizio Memotel.<br />
<br />
15. <b>Andrea Lauterwein</b>, <i>Paul Celan</i><br />
Avete l'impressione di non capir nulla di Paul Celan? Lasciate perdere <b>Szondi</b>, <b>Gadamer</b> e compagnia, e leggete questa studiosa attenta e minuziosa, incapace di scriver nulla che non sia eccellente, eppure mai tradotta in Italia. Continuerete forse a capir poco, ma sotto braccio a una guida sicura è tutto un altro perdersi.<br />
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***<br />
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<b>Top 10 - Extravaganzas</b><br />
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1. <b>Georges Devereux</b>, <i>Baubo, la vulve mythique</i><br />
Il padre dell'etnopsichiatria si cimentò con le figurazioni arcaiche dei genitali femminili, con un occhio alla pubblicità e alla pornografia. Demetra e Persefone, gli inferi, i riti misterici: tutto appare in una chiave insolita dopo aver scrutato le pudenda della Baubo accucciata.<br />
<br />
2. <b>Filippo Tommaso Marinetti</b>, <i>Come si seducono le donne</i><br />
Irresistibile, ma non funziona.<br />
<br />
3. <b>Eric Wilson</b>, <i>The Strange World of David Lynch</i><br />
Uno studioso di romanticismo tedesco e dottrine esoteriche si cala nell'oceano immaginativo di <b>David Lynch</b>. Le intenzioni sono buone, ma finisce annegato.<br />
<br />
4. <b>Marc Oromaner</b>, <i>The Myth of Lost</i><br />
Tentativo di decifrazione mitologica della serie televisiva giunta alle soglie della stagione finale. Già smentito dalla quinta stagione, mantiene intatto il suo fascino.<br />
<br />
5. <b>Colin Wilson</b>, <i>Science Fiction as Existentialism</i><br />
L'ho messo tra le stravaganze, ma a ben pensarci è la constatazione più ovvia del mondo. La fantascienza è una forma di esistenzialismo. Se volete fare il passo successivo, con <b>Hans Jonas</b>, direte che l'esistenzialismo è una forma di gnosticismo, e per la proprietà transitiva... Peccato che il libello sia brutto e frettoloso.<br />
<br />
6. <b>Edward Shiel</b>, <i>Il principe Zaleski</i><br />
L'autore della <i>Nube purpurea</i> aveva previsto le SS vari decenni prima del loro avvento, chiamandole proprio con questa sigla. Che però qui sta per <i>Societas Spartana</i>, una setta dedita all'assassinio eugenetico.<br />
<br />
7. <b>J. Rodolfo Wilcock</b>, <i>Fatti inquietanti</i><br />
Se la lettura del giornale è la preghiera mattutina dell'uomo laico, questo libro vale quanto gli <i>Esercizi</i> di <b>Ignazio di Loyola</b>. Insegna a leggere i giornali, scartando allegramente l'insulsa categoria dell'"attualità", come dispacci dello Spirito del tempo.<br />
<br />
8. <b>Mary Roach</b>, <i>Godere</i><br />
Un libro sull'orgasmo letto quasi per errore: volevo leggere <i>O: The Intimate History of the Orgasm</i> di <b>Jonathan Margolis</b>. Si capiscono tante cose, e si ride tanto sugli esperimenti fatti in laboratorio: sembra un film dei <b>Monty Python</b>.<br />
<br />
9. <b>Roger Caillois</b>, <i>Il mito dell'unicorno</i><br />
Il corno del leggendario animale letto in analogia con il dente del narvalo. Un delirio – ma che delirio!<br />
<br />
10. <b>Joseph De Maistre</b>, <i>Cinque paradossi</i><br />
Il mastino di Dio per eccellenza che si mette a fare l'avvocato del diavolo. Ma al centro sta il piacere dell'argomentare per paradossi, che è sempre una delizia, come sa chi ha letto il <b>Walter Bloch</b> di <i>Difendere l'indifendibile</i>.<br />
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***<br />
<b><br />
Bottom 3 - Il piccolo scaffale degli orrori</b><br />
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1. <b>Wu Ming</b>, <i>New Italian Epic</i><br />
Il ciclo di vita di questo libretto raffazzonato e superficiale è stimabile in un quinquennio, a esser generosi. Non spiega nulla, non illumina su nulla, fa una gran confusione modaiola e procede per slogan e continui arbitrii: eppure, ha costretto tutti a occuparsene. Se ci fate caso, questo nucleo un po' gruppettaro di letterati ripercorre il (non troppo onorevole) <i>cursus honorum</i> di molti altri: si parte dal culto della guerriglia, si passa per il guerrilla marketing, si approda al marketing e basta. Ma il titolo è bello, degno di <b>Claudio Cecchetto</b>.<br />
<br />
2. <b>Antonio Moresco</b>, <i>Lettere a nessuno</i><br />
Cronaca di un aspirante <i>parvenu</i> letterario, giustamente snobbato dagli editori, che alla fine perviene, perviene eccome, Einaudi lo pubblica perfino in finto stile Gallimard, e una volta ammesso nella società delle lettere continua a recitare la parte dell'<i>outsider</i> maledicente e lamentoso. Il risentimento è la materia prima delle arti, d'accordo, senza risentimento non avremmo <b>Dostoevskij</b>. Tuttavia, sbattere questa materia vile in pagina senza rielaborarla nemmeno un poco è come fare la <i>merde d'artiste</i> di <b>Piero Manzoni</b> senza l'accortezza elementare di metterla in lattina. L'impulso alle arti, dice la psicoanalisi, nasce dal piacere plastico che i bambini trovano nel pasticciare con le proprie feci. Moresco ci mostra direttamente il suo vaso da notte, lo fissa estasiato ed è convinto che anche noi vogliamo fissarlo, per settecento pagine: tanta ne ha fatta. Dell'autore detesto tutto: la sciatteria dello stile, la nullità supponente, il curriculum da chierichetto comunista, seminarista spretato e pretesco, il sottile disprezzo per la letteratura, l'impermeabilità alla vera bellezza (che nasce dall'odio di sé), la lagna pontificante, le pose da perfetto imbecille, l'assoluta e colpevole incomprensione egocentrica del mondo, l'ideologia che mescola terzomondismo, cristianesimo ammuffito da dopo-Concilio, antagonismi e utopismi da terza liceo. Moresco è sintetizzato al meglio in una striscia di <b>Mr. Wiggles</b>: "La società è orribile. È solo una massa di ipocriti che non hanno un briciolo di cultura. Li odio tutti. (Pausa). Come faccio a farmi accettare da loro?".<br />
<br />
3. <b>Pietrangelo Buttafuoco</b>, <i>Cabaret Voltaire</i><br />
In due parole, <b>Lando Buzzanca</b> e il Tramonto dell'Occidente. Chi vuole mettere insieme <b>Guénon</b>, <b>Spengler</b>, <b>D'Annunzio</b> e l'Attila "fratello di Dio" di <b>Diego Abatantuono</b> può far simpatia sulle prime. Ma tenete a mente quanto diceva <b>C.S. Lewis</b>, e cioè che colui che flirta con dieci compagnie diverse o in conflitto non è un talento mondano: è un Signor Nessuno e un traditore compulsivo di ogni appartenenza e fedeltà. Il libro è tutto un blaterare di Islam, Sacro, Sicilia, virilità, Occidente ecc., scritto da un fascista dadaista convinto di potersi smarcare da tutto e tutti ed esser tutto e tutti simultaneamente, perché tanto più grande è l'ego tanto più è ospitale. Ma l'ironia che vuole regnare su tutti i possibili finisce per regnare su fantasmi. Irrisolto ne è, di conserva, anche lo stile: estetismi pasticcioni e declamatori, sentenze paludate da custode della Tradizione, sicilianismi da revival etnico-turistico, ammiccamenti pop, politicamente scorretto iperinflazionato, spirito da bar o da caserma sui "fimmini". Però è simpatico, Buttafuoco.]]></description>
 <pubDate>Wed, 13 Jan 2010 17:45:17 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>&quot;Conducta Impropria&quot;: un documentario sull&apos;universo concentrazionario castrista</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2952</link>
<description><![CDATA[Ho deciso di pubblicare su YouTube un documento straordinario e pressoché introvabile, che per colpevole pigrizia avevo lasciato sonnecchiare per anni in un vecchio VHS. Si tratta del documentario <i>Conducta Impropria</i> (1984) di <b>Néstor Almendros</b> e <b>Orlando Jiménez Leal</b> che ha per oggetto le <b>UMAP</b> (Unità Militari di Aiuto alla Produzione), i campi di concentramento che <b>Fidel Castro</b> creò negli anni Sessanta per internarvi omosessuali, dissidenti, capelloni, "asociali" e altri nemici della Rivoluzione. Nel documentario ci sono testimonianze di anonimi sopravvissuti alla repressione totalitaria, di scrittori come <b>Reinaldo Arenas</b>, <b>Guillermo Cabrera Infante</b> e <b>Juan Goytisolo</b>, di intellettuali come <b>Susan Sontag</b>, di dissidenti come <b>Carlos Franqui</b> e <b>Armando Valladares</b>. Un documento quasi "clandestino", fondamentale per conoscere il vero funzionamento e il vero volto del potere castro-guevarista.<br />
<br />
Qui trovate il documentario, diviso in dodici spezzoni (abbiate venia per eventuali problemi tecnici):<br />
http://www.youtube.com/user/guidovit<br />
<br />
E qui, se volete una prima informazione sull'argomento, un estratto della mia postfazione al romanzo-testimonianza <i>Il lavoro vi farà uomini</i> di <b>Félix Luis Viera</b> (Cargo edizioni) che Notizie Radicali ebbe, qualche anno fa, la bontà di ospitare:<br />
http://www.radicali.it/newsletter/view.php?id=47141&numero=&title=NOTIZIE%20RADICALI]]></description>
 <pubDate>Tue, 5 Jan 2010 15:38:56 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>Río Quibú: la Cuba cannibale ha la Castro-enterite</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2938</link>
<description><![CDATA[Amare, ironiche, perfino umoristiche – se ci armiamo del necessario "sentimento del contrario" – sono le vicissitudini della figura del <i>caudillo</i>, il governante populista, nella letteratura latinoamericana. <br />
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<b>Mario Benedetti</b>, il grande scrittore uruguaiano morto appena qualche mese fa, dedicò il saggio <i>El recurso del supremo patriarca</i> – curioso titolo "patchwork" – a tre romanzi di metà anni Settanta: <i>Il ricorso del metodo</i> del cubano <b>Alejo Carpentier</b>; <i>Io il supremo</i> del paraguaiano <b>Augusto Rua Bastos</b>; <i>L'autunno del patriarca</i> del colombiano <b>Gabriel García Márquez</b>. Tutti e tre i libri ruotavano attorno al massiccio imponente e tenebroso del <i>caudillo</i> archetipico, delineandone i contorni quel poco che bastava perché il lettore avvertito potesse riconoscervi, a piacimento, l'uno o l'altro tiranno locale. <br />
<br />
Ma l'umorismo vuole che ad accomunare i tre autori, come pure il loro illustre recensore, fosse anche qualcosa di meno nobile: tutti infatti erano pronti a fare un'eccezione per difendere a spada tratta la dittatura di un <i>caudillo</i> caraibico, tale <b>Fidel Castro</b>. L'unico superstite, García Márquez, seguita a farlo ancor oggi: e proprio il mese scorso glielo ha rinfacciato, dalle pagine del prestigioso Letras Libres, il messicano <b>Enrique Krauze</b>. <br />
<br />
<b>Ronaldo Menéndez</b>, esule cubano a Madrid di neppure quarant'anni, non è certo Carpentier o García Márquez, ma quanto meno il suo <i>Río Quibú</i> non soffre di questa maligna o astuta schizofrenia. Su tutto il romanzo – da poco pubblicato in Italia da Fazi (160 pagine, 16,50 euro) – aleggia lo spettro di un non meglio precisato Generale. E anche se Fidel Castro, a differenza del suo pupillo <b>Hugo Chávez</b>, non proviene dai ranghi delle Forze armate, sappiamo benissimo che è lui l'innominato di cui si parla: "Questa è un'isola strangolata e con la lingua di fuori, qui non c'è futuro nemmeno quando muore il Generale". <br />
<br />
E il Generale muore, in <i>Río Quibú</i>, fiaccato "da una controrivoluzionaria malattia". L'eclissi di questa figura gigantesca, svettante, che pareva eterna come gli elementi della natura, si consuma in uno stralunato Cinque Maggio che lascia sull'isola una popolazione di orfani attoniti e muti, e che ispira una pagina tra le più belle del libro: "Non è possibile calcolare la profondità del silenzio prodotto dalla notizia, come se la terra si fosse svuotata di tutta l'aria. Nessun suono; né quello dell'asma, né del battito di cuori; come se si arrestasse il suono stesso della coscienza".<br />
<br />
<i>Río Quibú</i> è un noir, il genere più frequentato (diremmo: affollato) degli ultimi quindici anni, e del noir condivide stili e vezzi, come pure qualche cliché e qualche furberia da scuola di <i>creative writing</i>. Al centro della vicenda c'è l'indagine di un adolescente, Junior, sulla morte della madre Julia, uccisa dopo esser stata adescata da un misterioso mulatto che le si è accostato su una Mercedes-Benz dai vetri oscurati sostenendo di reclamarla a nome del Generale. <i>Río Quibú</i> però deve qualcosa anche al <i>realismo sucio</i>, il «realismo sporco» di quegli scrittori che hanno ripudiato il mondo magico e agricolo di García Márquez per raccontare un'America Latina urbana, contaminata e spesso sordida. Come le acque del fiumiciattolo che dà il titolo al libro, "una secrezione che esce silenziosamente da enormi tubature sotterranee a mezzo miglio dalla spiaggia". <br />
<br />
Ma <i>Río Quibú</i> è ben più dell'incontro tra noir, <i>realismo sucio</i> e qualche tocco di truculenza <i>splatter</i>. L'ingrediente decisivo è una sorta di grottesco rabelaisiano, che consente di trasfigurare in favola – e quale atroce favola – le miserie del "periodo speciale" post-sovietico, in tempi in cui peraltro la realtà cubana sembra copiare dalle barzellette (è recente la notizia secondo cui la stampa di partito è usata comunemente come carta igienica). Ogni cosa – la penuria permanente, le fughe, i <i>balseros</i>, la delazione generalizzata, la partecipazione politica coatta come pure l'entusiasmo coatto – è trasposta nel registro di un umorismo macabro e primario, che affonda nella materia più bassa, sangue, cibo, merda, e nelle relazioni più oscene: incesto, stupro, cannibalismo. Specie quest'ultimo, che ha qualcosa a che fare con il Menù Insulare di cui si favoleggia nel libro. <br />
<br />
Questa chiave rabelaisiana, perlomeno da <b>George Tabori</b> in poi, è indispensabile per dar forma letteraria alla immane promiscuità dei regimi totalitari, di cui la Cuba castrista è uno degli ultimi sopravviventi esemplari: quella promiscuità che si ha quando la grande Storia – il Partito, la Rivoluzione, l'Uomo nuovo – è calcata a forza sulle vite dei singoli, senza lasciar loro via di scampo. Proprio a questa promiscuità, o se piace a questa forma politica dello stupro, Julia cerca di sfuggire: "Dica al Generale che tante grazie, ma io non vado a letto con la storia di questo paese". <br />
<br />
Certi paradossi, però, sono duri a morire. Accade così che l’edizione italiana sia presentata da <b>Luis Sepúlveda</b>, lo scrittore che fuggì dalla padella di Pinochet per abbrustolirsi di buona lena nella brace ideologica di Castro; che non si vergogna di chiamare <i>gusanos</i>, "vermi", gli esuli della Fondazione cubano-americana di Miami, proprio come li chiama il dittatore; e che, guarda caso, sui sottintesi politici di <i>Río Quibú</i> fa del suo meglio per fare il finto tonto.<br />
<br />
<i>Articolo uscito sul Riformista il 19 novembre</i><br />
]]></description>
 <pubDate>Sat, 21 Nov 2009 12:34:08 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>Contro gli stakanovisti della firma, o del clic</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2934</link>
<description><![CDATA[Riprendo tra le mani un libro illuminante sul maggio parigino, il quaderno d'appunti che l'erudito ucraino ed ex deportato <b>Piotr Rawicz</b> compilò a caldo nei giorni delle barricate. S'intitola <i>Bloc-notes d'un contre-révolutionnaire, ou La gueule de bois</i> (Gallimard, 1969). Trovo questo passo, che avevo sottolineato:<br />
<blockquote>Visita presso un grande editore della <i>rive gauche</i>, nell'ufficio di uno dei suoi direttori di collana. Il telefono squilla senza sosta. Stavano redigendo una mozione, un "manifesto" sulla "manifestazione" di ieri... da far firmare a tutti i firmatari abituali, tutti gli stakanovisti della firma. Si discute di virgole e di punti. Conviene dire "il movimento internazionale della gioventù" o piuttosto "il movimento della gioventù dei paesi"?... Un'illusione di attività, di comunione con il mondo... attraverso le firme. Che misero surrogato! Il tutto per scappare al vuoto e alla solitudine.</blockquote>Vedendomi sfilare sotto gli occhi ogni giorno, via <b>Facebook</b> e simili, mandrie foltissime di appelli più o meno sensati, più o meno peregrini, mi chiedo se gli stakanovisti della firma non abbiano ormai perso ogni residua zavorra che li ancorava alla realtà, forti di un mezzo che permette di sfornare petizioni a centinaia, e di raccogliere con la stessa facilità centinaia di adesioni. Quando si stampa troppa moneta, l'inflazione è ineluttabile. <br />
<br />
A costo di sembrare un <b>paleo-materialista</b>, di quelli che considerano con sospetto l'economia finanziaria e non danno credito che alle acciaierie, alle industrie tessili o ai caseifici, confesso di diffidare di qualunque forma di impegno politico che non comporti lo scendere dal letto, infilarsi le scarpe, raggiungere posti scomodi magari sotto la pioggia e, se possibile, spendere dei soldi. Anche su PayPal, se è il caso. <br />
<br />
Come va ripetendo da anni <b>Marco Pannella</b> con l'ossessività di cui lui solo è capace, "non esiste professione di fede valida che non sia accompagnata dall'obolo di uno scellino".]]></description>
 <pubDate>Mon, 16 Nov 2009 19:34:06 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>Lévi-Strauss, BHL e il coccodrillo controfattuale</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2923</link>
<description><![CDATA[La storia non si fa con i se, d'accordo, ma sempre più spesso storici e romanzieri si divertono a immaginare traiettorie alternative e pieghe imprevedibili del corso degli eventi. <i>What if?</i> Cosa sarebbe accaduto se, per esempio, Hitler avesse vinto la Seconda guerra mondiale? Se i Persiani avessero sconfitto i Greci a Maratona? Se Napoleone avesse trionfato a Waterloo? <br />
<br />
Quel che non mi era mai capitato di leggere è l'<i>obituary</i> controfattuale, il necrologio fatto con i "se". Il curioso genere lo ha inaugurato oggi <b>Bernard-Henri Lévy</b> sul Corriere della Sera, in memoria di <b>Claude Lévi-Strauss</b>: <br />
<br />
<blockquote>Tutto ciò che viene chiamato strutturalismo, le riflessioni del '68, il pensiero postmoderno, in Francia e in Italia, non sarebbero esistiti senza Claude Lévi-Strauss. La domanda da porsi quando muore un grande è "che cosa non avremmo senza di lui". È una questione per sottrazione. Risposta: non ci sarebbero stati <b>Foucault</b>, <b>Deleuze</b>, <b>Agamben</b> in Italia, <b>Baudrillard</b>. Lo cito raramente, ma so con certezza che senza Lévi-Strauss non avrebbero visto la luce i libri che ho scritto in più o meno trent'anni.</blockquote><br />
Ora, a me è dispiaciuto davvero apprendere della morte di Lévi-Strauss, e considero <i>Tristi tropici</i> uno dei grandi libri del novecento. Perché, crudele BHL, devi portarmi a desiderare che non fosse mai nato?]]></description>
 <pubDate>Wed, 4 Nov 2009 12:21:23 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>&quot;Di me, io mi spavento&quot;</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2922</link>
<description><![CDATA[Non so granché della stravagante mitologia degli zombie, ma mi pare di ricordare che siano <i>revenant</i> che si cibano, all'occorrenza, di cervelli umani. Mi chiedo se sia contemplato il contrario; se cioè i viventi possano cibarsi dei cervelli di chi non c'è più. Se così fosse, annuncio fin da subito la mia opzione nel vasto assortimento cimiteriale: voglio il cervello di <b>Roger Caillois</b> (1913-1978). Quando sarà il tempo mi incamminerò, vanga in spalla, alla volta del Cimetière du Montparnasse.<br />
<br />
L'ultimo libro di questo straordinario poligrafo che mi è capitato di leggere è <i>Il mito del liocorno</i> (Medusa, 2003), capitolo di un ideale e incompiuto bestiario. Il liocorno mi ossessiona da anni, da quando - come tanti illustri e meno illustri, da Rilke in giù - rimasi folgorato dal ciclo di tappezzerie della Dame à la Licorne, a Cluny. <br />
<br />
<br />
<img src="http://www.internazionale.it/interblog/media/14/20091103-Licorne-a mon seul desir.jpg" alt="image"/><br />
<br />
<br />
Da allora ho inseguito per mari e monti l'elusivo animale, scovando di volta in volta i libri di <b>Bertrand d'Astorg</b>, di <b>Yannick Haenel</b>, di <b>René Nelli</b>. Ma in nessuno, se non in Caillois, ho trovato niente di simile:<br />
<br />
<blockquote>L'emblema LXXXIX della <i>Symbolographia sive de arte symbolica</i> di Jacobus Boschius, raffigura un liocorno che si sporge su un lago per rimirarsi. Il corno riflesso sembra minacciarlo, puntando in pieno petto: il motto, obbligatorio in questo genere molto regolato, è il seguente: "Di me, io mi spavento".</blockquote><br />
Esiste versione più sublime del mito di Narciso?]]></description>
 <pubDate>Tue, 3 Nov 2009 16:08:31 +0100</pubDate>
</item><item>
 <title>Lost in the Twilight Zone</title>
 <link>http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2920</link>
<description><![CDATA[Immaginate che qualcuno vi racconti questo abbozzo di storia, presentandola come canovaccio di una nuova e rivoluzionaria serie televisiva: un biplano Nieuport ai tempi della Grande guerra attraversa in volo una nube dalle misteriose proprietà; l'uomo che lo sta pilotando si trova catturato in un paradosso spazio-temporale, è scaraventato in una base aerea americana quarant'anni più tardi, sotto gli occhi dapprima scettici e poi allibiti degli abitanti del futuro. <br />
<br />
Ecco, se vi annoverate tra i tanti cultori incalliti di <i>Lost</i> che attendono sfiniti la sesta e ultima stagione, quasi di certo alzerete gli occhi al cielo e sospetterete che l'affabulatore in questione voglia immettersi nella scia fortunata della vostra serie prediletta, come tenta di fare proprio in queste settimane il furbesco e raffazzonato <i>FlashForward</i>. Vi sbagliereste, e di grosso. Non è del futuro che stiamo parlando, bensì del passato: la trama è quella di <i>L'ultimo volo</i>, uno degli episodi della prima stagione di <i>Ai confini della realtà</i>, la serie televisiva americana che debuttò sulla CBS nell'ottobre del 1959, esattamente cinquant'anni fa. <br />
<br />
<div style="text-align: center"><object width="325" height="244"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6Qj9L5U7csg&hl=it&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/6Qj9L5U7csg&hl=it&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="325" height="244"></embed></object></div><br />
<br />
Il minimo che si può concluderne è che <b>Rod Serling</b>, che di quella serie fu demiurgo e timoniere per tutte e cinque le stagioni dal 1959 al 1964, inventando e adattando decine di storie e scrivendo buona parte delle sceneggiature, aveva qualcosa in comune con il luogotenente William Decker, lo spaurito pilota britannico a bordo del Nieuport: anche a lui toccò in sorte il privilegio di dare una sbirciatina nel futuro. <br />
<br />
Non ci riferiamo tanto alle sue premonizioni storiche, politiche o tecnologiche – tanto per dirne una, nel 1972 Serling firmò la sceneggiatura di un film-tv (<i>The Man</i> di <b>Joseph Sargent</b>, dal romanzo di <b>Irving Wallace</b>) che pronosticava l'avvento del primo afroamericano alla Casa Bianca. E se pure è innegabile che gli oltre centocinquanta episodi di <i>Ai confini della realtà</i> contengono un buon numero di "cronache dal futuro", è altrettanto vero che per gli autori di fantascienza, specie se prolifici, esser profeti è affare più di probabilità statistiche che di genio, è come comprare mille biglietti della lotteria: quanto più si almanacca sui futuri possibili, tanto più si ha la chance di imbroccare quello giusto. <br />
<br />
Neppure ci riferiamo all'abilità di talent scout di Serling, che seppe reclutare per la sua serie televisiva futuri divi di Hollywood, nonché scrittori e sceneggiatori indirizzati a una luminosa carriera. No, il futuro che Serling intuì con spaventosa chiaroveggenza riguarda il cinema, la tv, la fiction dei cinquant'anni successivi; le storie, i personaggi, le idee narrative. Basta scorrere qualche episodio della prima stagione per constatarlo: <i>Il sarcofago</i>, dove un'attrice in declino scompare nella pellicola di un suo vecchio film per ritornare immortalmente giovane, è l'antenato delle mille variazioni sul tema di <i>La rosa purpurea del Cairo</i> di <b>Woody Allen</b>; <i>Un sogno lungo un attimo</i> ci catapulta nel mondo del noir onirico alla <b>David Lynch</b>; <i>L'autostoppista</i> lascia intravedere già i vari thriller metafisici come <i>Il sesto senso</i> e <i>The Others</i>, tutti giocati sul confine tra vita e morte, nel solco del <i>Giro di vite</i> di <b>Henry James</b>; <i>Un incubo dal passato</i> sembra uno schizzo di <i>Marnie</i> di <b>Alfred Hitchcock</b>, che sarebbe arrivato quattro anni dopo; <i>L'avventura di Arthur Curtis</i> è un <i>Truman Show</i> in embrione. <br />
<br />
Alcuni episodi sono piccoli capolavori, come <i>Mostri in Maple Street</i> (un piccolo saggio antropologico sulla ricerca di capri espiatori) o <i>La vendetta del campo</i>, nella terza stagione, dove la zona "ai confini della realtà" è il lager di Dachau. Altri sono decisamente malriusciti, ma chiamano a gran voce il rifacimento: come puntualmente è accaduto.<br />
<br />
Ma cos'era, cos'è stato esattamente, <i>Ai confini della realtà</i>? Difficile dirlo. La serie non era meno elusiva e imprendibile del suo creatore, la cui vita seguì una traiettoria sghemba da racconto picaresco, inimmaginabile nel Vecchio continente: campione di pugilato ai Golden Gloves, paracadutista durante la Seconda guerra mondiale, studioso di letteratura, poi autore radiofonico, teatrale, televisivo. La prodigiosa antologia di episodi di <i>Ai confini della realtà</i> slitta continuamente dalla fantascienza all'horror, dal fiabesco al western, dall'occulto all'allegoria morale, dal noir al poliziesco. Troviamo oggetti magici, pozioni e fatture, contrappassi morali, macchinari fantascientifici e patti col diavolo, enigmi matematici, viaggi nel tempo. <br />
<br />
A tenere insieme questo strabordante repertorio di temi e personaggi – qui sta la prima, grande intuizione di Serling – era uno schema narrativo semplice, ripetitivo, che però si presta a infinite variazioni: il protagonista di ciascun episodio si trova, a un certo punto, in una regione "ai confini della realtà"; nella <i>twilight zone</i>, la zona crepuscolare che dà il titolo alla serie nella versione originale. I bastioni del mondo noto prendono a vacillare, il quotidiano si fa irriconoscibile e al suo interno si apre un varco che può essere di volta in volta paradisiaco o infernale, ironico o spietato. <br />
<br />
Tutto accade sotto il segno dell'<i>Unheimliche</i>, il "perturbante" freudiano, il terrore che nasce dalla vicinanza del familiare e del non familiare, quell'inquietudine che ci afferra quando i lineamenti di un volto noto ci appaiono irriconoscibili, quando una persona in carne e ossa si svela essere un manichino o un robot (come nell'episodio <i>Ore perdute</i>) o viceversa la mostruosità si manifesta come la nostra dimensione abituale, solo che non ce n'eravamo accorti: in uno dei più celebri episodi della serie, <i>Il terzo dal sole</i>, degli astronauti in fuga dal pianeta dove sta per scoppiare una guerra nucleare approdano su un altro mondo votato alla disgrazia, salvo scoprire che si tratta della Terra.<br />
<br />
Tutto nuovo, dunque? Davvero Serling partorì la fiction dell'avvenire come <b>Zeus</b> fece spuntare <b>Atena</b> in armi dalla propria fronte? Qui sta il bello: di nuovo non c'è nulla, o quasi. Il re dell'Olimpo diede luce alla dea solo dopo averne inghiottito la madre <b>Metide</b>. Allo stesso modo il grande merito di Serling è quello di aver creato un "canone" narrativo fagocitando le fonti più disparate – riviste di fantascienza, letteratura <i>pulp</i>, favole antiche, romanzi del mistero, <i>morality plays</i>, racconti fantastici dell'ottocento europeo, storie di edificazione puritane, enigmi logici e matematici, rompicapi polizieschi. <br />
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Attinse a un immenso patrimonio di storie e le traghettò dalla carta stampata alla narrazione audiovisiva, allestendo un repertorio formidabile di idee appena sbozzate, pronte per essere ripescate e rielaborate. Quando si scriverà una storia non frivola e non altezzosa della narrazione novecentesca, probabilmente dovremo studiare Rod Serling come studiamo i fratelli <b>Grimm</b>, e il suo <i>Ai confini della realtà</i> come le fiabe e saghe germaniche dei due romantici.<br />
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Serling ha dato forma più di chiunque altro al fantastico americano, che è divenuto il fantastico <i>tout court</i>. Una regione dove convivono trascendentalismo emersoniano e immaginazione scientifica, pragmatismo religioso alla <b>William James</b> e moralismo protestante, e dove non c'è destino così cupo che non possa essere ribaltato dal libero arbitrio, dove per il più reietto c'è sempre una seconda chance. <br />
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La definizione più impeccabile di questa forma del fantastico l'ha fornita proprio quest'uomo minuto dalle vaste sopracciglia, che introduceva ogni episodio con la sua voce compìta e quasi scostante: "È la regione intermedia tra la luce e l'oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere. È la regione dell'immaginazione, una regione che si trova ai confini della realtà".<br />
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La serie chiuse i battenti nel 1964. Serling, dopo altri tentativi meno fortunati e alcuni anni d'insegnamento universitario, morì nel 1975 nel corso di un'operazione chirurgica. Per ben due volte si tentò invano di resuscitare i fasti di quella serie leggendaria: la prima a metà degli anni ottanta, la seconda – con ancor meno fortuna – nei primi anni del duemila. Se i revival non ebbero successo, tuttavia, non è perché il mondo di Serling non interessasse più nessuno. È perché era ormai ovunque.<br />
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<i>Articolo uscito sul Riformista il 27 ottobre 2009</i>]]></description>
 <pubDate>Sun, 1 Nov 2009 12:18:59 +0100</pubDate>
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