Tecnologia
La rivolta dei blog
- 25 aprile 2011
- 12.10
Xavier Ternisien, Le Monde, Francia
I blogger ospitati sui grandi siti d’informazione, come l’Huffington Post negli Stati Uniti, in cambio dei loro articoli ricevono solo visibilità. Ma ora non vogliono più scrivere gratis
Per ora si tratta della sfuriata di pochi, una protesta limitata. Niente per cui valga la pena creare un sindacato o un partito. Ma il dibattito c’è: i blogger si sono stufati di scrivere gratis. E lo dicono forte e chiaro. A marzo è stato Hughes Serraf a sbattere la porta di Rue89. Blogger a titolo gratuito per il sito d’informazione francese da tre anni, ha chiesto al direttore Pascal Riché di essere pagato a cartella. In cambio, si è visto proporre una retribuzione netta di duecento euro al mese. Una miseria.
“Produco almeno quanto un giornalista della redazione, e i miei pezzi sono altrettanto letti”, racconta Serraf. Indispettito, ha spostato il suo blog su Atlantico, un altro sito d’informazione dove scrive cinque editoriali alla settimana e riceve un compenso adeguato. Secondo Hughes Serraf, i responsabili di Rue89 vogliono far credere che il sito sia animato da un’allegra banda di amici, invece si tratta di una start up con l’obiettivo di fare soldi. Da parte sua, Pascal Riché giustifica la politica del sito: “Paghiamo tutto quello che è frutto di lavoro giornalistico. I commenti, però, non li paghiamo. Ci piacerebbe dare un compenso ai blogger, ma siamo un’azienda giovane e per ora non ce lo possiamo permettere. In cambio offriamo visibilità”.
Negli Stati Uniti il malcontento dei blogger si è trasformato in un appello allo sciopero quando, a febbraio, Arianna Huffington ha venduto l’Huffington Post al gigante dell’informazione Aol per 315 milioni di dollari (217,2 milioni di euro). Qualcuno dei seimila blogger regolari ha reclamato la sua fetta di torta. Bill Lasarow, caporedattore del sito Visualartsource, ha scritto che non è giusto regalare articoli all’Huffington Post, anche perché è il secondo sito d’informazione più visitato degli Stati Uniti dopo il New York Times.
Il 12 aprile, un blogger ha deciso di spingersi oltre e ha fatto causa ad Aol e all’Huffington Post: chiede un risarcimento di 105 milioni di dollari per i danni subiti dalle migliaia di collaboratori del sito. Vuole che quest’azione venga considerata come una class action. “Speriamo di creare un precedente, in modo che chi produce contenuti venga pagato per il valore che crea”, precisa uno dei suoi avvocati, Jesse Strauss. I responsabili dell’Huffington Post replicano con l’argomento della notorietà: “I blogger usano la nostra piattaforma in modo che il loro lavoro venga letto da più persone possibile”.
Infermiere di successo
In Francia, qualche sito d’informazione versa i diritti d’autore a blogger selezionati. Le Monde, per esempio, ne ha una trentina con cui divide le entrate pubblicitarie generate dai blog. Le somme versate sono calcolate in base al pubblico: partono da un minimo garantito di 500 euro a trimestre e possono arrivare a più di tremila euro al mese, per i blogger più famosi. Nella maggior parte dei casi, però, la regola è offrire ai blogger solo la visibilità. “Il blog è come un curriculum, permette di farsi conoscere”, dice William Réjault.
Ex infermiere, Réjault ha avviato la sua attività di blogger nel 2004. La sua è una storia di successo. Ha cominciato raccontando le sue giornate all’ospedale, usando lo pseudonimo Ron l’infirmier. I post migliori sono stati pubblicati con il titolo La chambre d’Albert Camus. Nel 2009 ha lasciato il suo lavoro di infermiere per dedicarsi alla scrittura e da allora ha pubblicato altri quattro libri. “Il mio percorso come autore è legato alla mia attività di blogger e alla mia notorietà online”, conferma. L’argomento della visibilità, quindi, non è del tutto fuori luogo.
Tenere un blog, però, è molto faticoso. “Bisogna scrivere tutti i giorni”, insiste Réjault. “È come lavarsi i denti prima di andare a letto”. Poi, un giorno, arriva un fenomeno conosciuto come la stanchezza del blogger. “Si ha l’impressione di non avere più niente da dire”, racconta Caroline Franc, che scrive su Pensées de ronde. “Scrivi un pezzo per dire che chiudi il blog. E poi ricominci, spinto dalla comunità dei lettori. In fin dei conti, scrivere un blog è una droga”.
Traduzione di Caterina Benincasa.
Internazionale, numero 894, 22 aprile 2011