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David Rieff

È un giornalista statunitense. In Italia ha pubblicato, tra l’altro, Sulla punta del fucile. Sogni democratici e intervento armato (Fusi orari 2007) e Un giaciglio per la notte. Il paradosso umanitario (Carocci 2005).

La rivoluzione di Twitter non riempie la pancia

  • 17 febbraio 2011
  • 16.58

Nell’euforia e nella preoccupazione per le rivolte nel Medio Oriente arabo – che hanno già fatto cadere due tiranni e minacciano il potere di vari altri – si è molto parlato di libertà e democrazia.

Abbiamo anche sentito una valanga di tecnochiacchiere ciberutopiche sul potenziale di emancipazione di Bluetooth e di Twitter, secondo cui i tiranni sarebbero impotenti di fronte alle nuove tecnologie. In effetti la Cnn ha dedicato molti dei suoi servizi dall’Egitto a ciò che si leggeva sui blog e che passava su Twitter, e alla decisione del regime di Mubarak di chiudere ogni accesso a internet e ai cellulari, di fronte all’intensificarsi delle manifestazioni. Come se il mezzo – come aveva previsto Marshall McLuhan – fosse davvero il messaggio, e come se l’accesso alla rivoluzione senza internet fosse bloccato.

La delusione della rete, la forza dell’esempio
Se le tecnologie dell’informazione non fossero l’idolo dei nostri tempi, nessuna persona sensata potrebbe mai credere che la rivoluzione nordafricana sia avvenuta grazie ai social network. Come osserva Evgeny Morozov nel suo bellissimo libro The net delusion, siamo di fronte alla stessa idea utopistica che fece prevedere a Marx la liberazione degli indiani dal sistema delle caste grazie alla rivoluzione delle comunicazioni prodotta dalle ferrovie dell’impero britannico. Non voglio certo dire che i social network non contano, anzi: contano molto.

Però non sono l’incarnazione della libertà né affrettano l’arrivo di chissà quale stadio paradisiaco della storia umana. Se l’insurrezione tunisina ha avuto una causa scatenante, bisognerebbe cercarla in un gesto politico tutt’altro che virtuale. Parlo della decisione di Mohamed Bouazizi – un ambulante di Sidi Bouzid, una cittadina della Tunisia centrale – di darsi fuoco per protestare contro la polizia che gli aveva sequestrato il carrettino e i prodotti che tentava di vendere, e più in generale contro la brutalità della polizia, la disoccupazione, la miseria e la mancanza di opportunità. È stato il suo gesto a scatenare le prime manifestazioni antigovernative in Tunisia, imitato da varie altre persone che si sono immolate un po’ dappertutto dall’Egitto alla Mauritania.

Ma nella narrazione dei ciberutopisti, i gesti di auto-immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweet di piazza Tahrir, tifiamo per noi stessi. A questo punto potreste rispondere: che c’è di male, se poi ciò per cui facciamo il tifo a Tunisi o al Cairo sono gli ideali ai quali tendiamo come persone e come società, cioè la libertà personale e la democrazia rappresentativa? E io risponderei: niente, basta non confondere la nostra condizione con la loro. E invece lo stiamo facendo.

Giustizia e speranza
La democrazia, la libertà di espressione, i diritti sono cose molto belle. Ma senza giustizia economica – cioè senza la speranza di una vita decente, di avere un’assistenza sanitaria adeguata e di non vivere nello squallore – quei sogni democratici rischia di goderseli solo una minoranza della popolazione. Non occorre essere marxisti per capire la forza dell’amara osservazione di Brecht nell’Opera da tre soldi: “Prima viene lo stomaco, poi viene la morale”. Certo, sarà una gran bella cosa se l’esercito manterrà la promessa, fatta sia in Egitto sia in Algeria, di mettere fine allo stato d’emergenza in vigore da decenni. Ma questi cambiamenti dall’alto, che porteranno vantaggi quasi immediati al ceto medio-alto serviranno a dare un destino migliore a tutti i Mohamed Bouazizi del mondo? È ancora tutto da vedere.

I tunisini poveri non sembrano molto ottimisti. Nelle settimane successive alla caduta della dittatura di Ben Ali, migliaia e migliaia di loro sono salpati a bordo di gommoni per cercare di raggiungere l’Europa e una vita migliore, e sono sbarcati nell’isola italiana di Lampedusa. Questa gente non sembra nutrire una grande fiducia di ottenere migliori prospettive economiche in una Tunisia democratica.

Ma i ragazzi che salgono a bordo di quelle carrette del mare non si mettono certo a fare la cronaca della traversata con la videocamera del telefonino, non scrivono su Twitter o su Facebook per far sapere agli amici che hanno deciso di tentare la sorte in Europa. E oggi, nel Medio Oriente arabo, questi ragazzi sono ben più numerosi dei giovani attivisti per la democrazia che noi occidentali abbiamo giustamente elogiato in queste settimane.

Quelli di cui parlo sono i fantasmi al banchetto della democrazia. E se i governi occidentali, che oggi promettono aiuti e appoggio politico, e le grandi organizzazioni filantropiche come la Open Society Foundation di George Soros, non terranno presente che lo stomaco conta quanto la morale – cosa che invece i Fratelli musulmani in Egitto ed Hezbollah in Libano hanno capito da un pezzo – quest’anno le rivoluzioni del mondo arabo faranno molto per alcuni, ma lasceranno emarginata e sofferente la maggioranza dei cittadini. Con tutte le conseguenze, sia morali sia politiche, che ne deriveranno.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 885, 18 febbraio 2011

Nell’euforia e nella preoccupazione per le rivolte nel Medio Oriente arabo – che hanno già fatto cadere due tiranni e minacciano il potere di vari altri – si è molto parlato di libertà e democrazia.

Abbiamo anche sentito una valanga di tecnochiacchiere ciberutopiche sul potenziale di emancipazione di Bluetooth e di Twitter, secondo cui i tiranni sarebbero impotenti di fronte alle nuove tecnologie. In effetti la Cnn ha dedicato molti dei suoi servizi dall’Egitto a ciò che si leggeva sui blog e che passava su Twitter, e alla decisione del regime di Mubarak di chiudere ogni accesso a internet e ai cellulari, di fronte all’intensificarsi delle manifestazioni. Come se il mezzo – come aveva previsto Marshall McLuhan – fosse davvero il messaggio, e come se l’accesso alla rivoluzione senza internet fosse bloccato.

La delusione della rete, la forza dell’esempio
Se le tecnologie dell’informazione non fossero l’idolo dei nostri tempi, nessuna persona sensata potrebbe mai credere che la rivoluzione nordafricana sia avvenuta grazie ai social network. Come osserva Evgeny Morozov nel suo bellissimo libro The net delusion, siamo di fronte alla stessa idea utopistica che fece prevedere a Marx la liberazione degli indiani dal sistema delle caste grazie alla rivoluzione delle comunicazioni prodotta dalle ferrovie dell’impero britannico. Non voglio certo dire che i social network non contano, anzi: contano molto.

Però non sono l’incarnazione della libertà né affrettano l’arrivo di chissà quale stadio paradisiaco della storia umana. Se l’insurrezione tunisina ha avuto una causa scatenante, bisognerebbe cercarla in un gesto politico tutt’altro che virtuale. Parlo della decisione di Mohamed Bouazizi – un ambulante di Sidi Bouzid, una cittadina della Tunisia centrale – di darsi fuoco per protestare contro la polizia che gli aveva sequestrato il carrettino e i prodotti che tentava di vendere, e più in generale contro la brutalità della polizia, la disoccupazione, la miseria e la mancanza di opportunità. È stato il suo gesto a scatenare le prime manifestazioni antigovernative in Tunisia, imitato da varie altre persone che si sono immolate un po’ dappertutto dall’Egitto alla Mauritania.

Ma nella narrazione dei ciberutopisti, i gesti di auto-immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweet di piazza Tahrir, tifiamo per noi stessi. A questo punto potreste rispondere: che c’è di male, se poi ciò per cui facciamo il tifo a Tunisi o al Cairo sono gli ideali ai quali tendiamo come persone e come società, cioè la libertà personale e la democrazia rappresentativa? E io risponderei: niente, basta non confondere la nostra condizione con la loro. E invece lo stiamo facendo.

Giustizia e speranza
La democrazia, la libertà di espressione, i diritti sono cose molto belle. Ma senza giustizia economica – cioè senza la speranza di una vita decente, di avere un’assistenza sanitaria adeguata e di non vivere nello squallore – quei sogni democratici rischia di goderseli solo una minoranza della popolazione. Non occorre essere marxisti per capire la forza dell’amara osservazione di Brecht nell’Opera da tre soldi: “Prima viene lo stomaco, poi viene la morale”. Certo, sarà una gran bella cosa se l’esercito manterrà la promessa, fatta sia in Egitto sia in Algeria, di mettere fine allo stato d’emergenza in vigore da decenni. Ma questi cambiamenti dall’alto, che porteranno vantaggi quasi immediati al ceto medio-alto serviranno a dare un destino migliore a tutti i Mohamed Bouazizi del mondo? È ancora tutto da vedere.

I tunisini poveri non sembrano molto ottimisti. Nelle settimane successive alla caduta della dittatura di Ben Ali, migliaia e migliaia di loro sono salpati a bordo di gommoni per cercare di raggiungere l’Europa e una vita migliore, e sono sbarcati nell’isola italiana di Lampedusa. Questa gente non sembra nutrire una grande fiducia di ottenere migliori prospettive economiche in una Tunisia democratica.

Ma i ragazzi che salgono a bordo di quelle carrette del mare non si mettono certo a fare la cronaca della traversata con la videocamera del telefonino, non scrivono su Twitter o su Facebook per far sapere agli amici che hanno deciso di tentare la sorte in Europa. E oggi, nel Medio Oriente arabo, questi ragazzi sono ben più numerosi dei giovani attivisti per la democrazia che noi occidentali abbiamo giustamente elogiato in queste settimane.

Quelli di cui parlo sono i fantasmi al banchetto della democrazia. E se i governi occidentali, che oggi promettono aiuti e appoggio politico, e le grandi organizzazioni filantropiche come la Open Society Foundation di George Soros, non terranno presente che lo stomaco conta quanto la morale – cosa che invece i Fratelli musulmani in Egitto ed Hezbollah in Libano hanno capito da un pezzo – quest’anno le rivoluzioni del mondo arabo faranno molto per alcuni, ma lasceranno emarginata e sofferente la maggioranza dei cittadini. Con tutte le conseguenze, sia morali sia politiche, che ne deriveranno.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 885, 18 febbraio 2011

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