Internazionale

lunedì 21 maggio 2012 aggiornato alle 12.23

Ala Al Aswani

Lo spazzino e il presidente

  • 6 aprile 2011
  • 08.30

Ala al Aswani, Al Masry al Youm, Egitto

L’autocrazia è come un cancro che si diffonde dal palazzo presidenziale alla società nel suo insieme. Le persone oppresse si trasformano in piccoli autocrati.

Il periodo peggiore della mia vita è stato dopo la laurea, quando ho lavorato per un anno come specializzando nel dipartimento di chirurgia dentale dell’università del Cairo. La corruzione era diffusa, e i figli di persone ricche e influenti ricevevano un trattamento di favore. I risultati degli esami erano spesso contraffatti e le irregolarità finanziarie e amministrative erano molte. Per di più le prestazioni mediche lasciavano molto a desiderare: i medici trattavano male i pazienti che erano costretti a ricorrere alle cure gratuite, arrivando quasi a commettere veri e propri reati contro di loro. Ma la cosa che mi dava più fastidio era il trattamento che i docenti riservavano agli specializzandi. Ognuno si sentiva autorizzato a umiliare chiunque fosse di grado inferiore: il capo del dipartimento umiliava i professori, che a loro volta umiliavano gli assistenti e via dicendo.

Un relatore della tesi di dottorato di un suo assistente lo chiamava “asino”. Appena entrava nel dipartimento, si metteva a urlare: “Dov’è l’asino? Voglio vederlo”.
A quel punto, l’assistente rispondeva sorridendo: “Sono qui, signore”.
Una volta lo criticai perché non si ribellava.
Lui mi disse: “Il professore è come mio padre”.
“Tuo padre dovrebbe rispettarti, non umiliarti davanti agli altri”.
L’assistente restò un attimo in silenzio, e poi disse: “Che cosa è meglio, essere rispettato dal professore e bocciato all’esame, o essere insultato e laurearmi a pieni voti?”.
Era questa la logica prevalente nel dipartimento: “Rinuncia alla tua dignità, se vuoi fare carriera. Sopporta tutti gli insulti, e quando non ce la fai più insulta tutti quelli che stanno sotto di te”.

Un giorno il direttore del dipartimento mi fece chiamare e in tono condiscendente mi chiese di andare alla stazione di Alessandria a comprargli un biglietto ferroviario. Aveva ospiti e non volevo umiliarlo davanti a loro. Lasciai l’ufficio e lo chiamai da una clinica vicina: “Mi dispiace signore, ma non posso andare a comprarle il biglietto”.
“E perché no?”.
“Perché io faccio il medico, non l’addetto alle pubbliche relazioni”.
“Lei dev’essere pazzo. Mi passi il suo superiore”.
Il mio superiore era un professore. Lo chiamai e gli passai il telefono:
“Sì, signore. Provvederò”, fu la sua risposta.
Il professore andò a comprare il biglietto. Era onorato che il direttore del dipartimento gli avesse affidato quell’incarico.

Una nuova vita
Diedi le dimissioni da quel posto orribile e andai a specializzarmi negli Stati Uniti, alla University of Illinois. Seguivo le lezioni di istologia con studenti del secondo anno.
Durante una lezione, una ragazza alzò la mano e disse al professore: “Non ho capito. Potrebbe spiegarmelo di nuovo, per favore?”.
Il professore cancellò quello che aveva scritto alla lavagna e glielo rispiegò. Ma la studentessa insistette: “Mi dispiace, non riesco ancora a capire. Può ripetere un’altra volta la spiegazione?”.

Questa volta, mentre si girava per cancellare di nuovo la lavagna, il professore si lasciò sfuggire un gesto d’impazienza. La studentessa intervenne: “Perché ha fatto quel gesto con la mano, come se fosse infastidito dalla mia stupidità? Non sono una stupida. Se fossi stupida, non avrei preso i voti che mi hanno portato qui”.

Ci fu un grande silenzio. Venendo dal Cairo, mi aspettavo il finimondo. Invece, fui sorpreso dalla reazione del professore, che rispose gentilmente alla ragazza: “Non intendevo assolutamente umiliarla. La prego di accettare le mie scuse. Farò il possibile per spiegarmi meglio”.

Mi trovavo di fronte a due logiche opposte: all’università del Cairo gli studenti sono umiliati in nome del rispetto per i superiori. All’università americana gli studenti sono trattati come esseri umani con una dignità da rispettare. Lì gli studenti hanno diritti e responsabilità: se fanno il loro dovere, ottengono in cambio i loro diritti.

La differenza tra queste due logiche è la stessa che c’è tra autocrazia e democrazia. L’autocrazia è come un cancro che si diffonde dal palazzo presidenziale alla società nel suo insieme. Le persone oppresse si trasformano in piccoli autocrati con chi è più debole di loro, riproducendo così l’oppressione che hanno subìto.

I leader democratici servono chi li elegge attraverso regolari libere elezioni. I leader autocratici non possono rispettare le persone, perché le considerano inferiori a loro. Hosni Mubarak non usava alcun titolo quando si rivolgeva a scienziati, artisti e accademici. Preferiva metterli in ridicolo e si aspettava che loro gliene fossero grati. Un noto giornalista si sentì onorato quando Mubarak lo colpì alla stomaco davanti ai suoi colleghi, insultandolo. Disse, orgoglioso: “Avete sentito come mi ha chiamato il presidente? Gli è sempre piaciuto scherzare con me”.

L’interesse pubblico
Questo tipo di umiliazione è in netto contrasto con il rispetto che caratterizza i rapporti tra individui nelle società democratiche, dove uno spazzino ha gli stessi diritti e le stesse responsabilità di un presidente. I cittadini si rivolgono ai presidenti con rispetto, ma in un rapporto alla pari. In realtà, in una democrazia le critiche ai funzionari pubblici possono essere ancora più aspre di quelle rivolte ai cittadini comuni, e generalmente esprimono una preoccupazione per l’interesse pubblico.

Una volta, una donna avvicinò l’ex primo ministro britannico John Major durante la sua campagna elettorale, e gli urlò: “Signor Major, lei è un bugiardo!”. Poi gli lanciò delle uova marce, colpendolo in faccia. Le agenzie di stampa diffusero le foto del ministro con il volto imbrattato di uova. La donna fu arrestata ma rilasciata poche ore dopo. Il comunicato della polizia diceva: “Lanciare uova al primo ministro non costitui­sce una minaccia per la sua incolumità o per la sua vita, quindi non è considerato un reato. È un modo brusco di esprimere la propria opinione, e la democrazia britannica garantisce la libertà di espressione”.

La malattia autocratica si propaga sempre dalla politica all’etica. In una società democratica ognuno agisce all’interno di confini precisi. Una società autocratica come quella egiziana, invece, è un campionario di comportamenti incoerenti. Per esempio, un giurista può mettere la sua competenza al servizio di un governo, senza preoccuparsi dei diritti dei cittadini. Quando il governo non avrà più bisogno di lui, il professore si unirà all’opposizione per battersi contro il regime. Ma se pensa che il governo sia pronto a riprenderlo, tornerà di corsa a offrirgli i suoi servizi.

Poi c’è lo sceneggiatore che scrive film e serie tv contro la corruzione, e contemporaneamente elogia Mubarak e continua a dare un’immagine idealizzata della polizia, presentando agenti torturatori e stupratori come eroi nazionali che bisogna rispettare. Queste contraddizioni etiche sono un prodotto dell’autocrazia. In una società democratica non c’è bisogno d’ingraziarsi la polizia o di blandire chi ha il potere per assicurarsi il successo professionale: gli individui si affermano grazie al loro talento, non adulando e sostenendo un apparato poliziesco.

Vittime e carnefici
Recentemente ho incontrato l’ex premier Ahmed Shafiq, che era ancora in carica, in un dibattito televisivo. La mia conversazione con lui non è stata per niente cordiale. È stato piuttosto uno scontro con uno dei pilastri del regime corrotto di Mubarak. Shafiq è il principale responsabile di un massacro che ha portato alla morte di centinaia di egiziani.

In quella stessa occasione ci sono anche stati migliaia di dispersi e molti hanno perso la vista, colpiti dai proiettili di gomma. Volevo mettere Shafiq di fronte alle sue responsabilità ed ero deciso a non perdere la calma. È stato lui ad abbandonarsi agli insulti più violenti quando è stato messo con le spalle al muro ed è emerso chiaramente che il suo governo aveva offerto una via di scampo ai residui del vecchio regime.

In un sistema democratico, il presidente è al servizio del popolo, che lo tratta con rispetto ma da eguale. Nell’Egitto del doporivoluzione nessun cittadino sarà più costretto a umiliarsi inchinandosi davanti al presidente. Nessuno andrà fiero di essere insultato o colpito allo stomaco. D’ora in poi il presidente dovrà rendersi conto che il paese è cambiato, che gli spazzini sono cittadini egiziani e hanno il diritto di fargli domande, di criticarlo e di esigere da lui spiegazioni esaurienti sulle sue scelte politiche.

Appena ho lasciato lo studio televisivo, alla fine del dibattito, ho ricevuto centinaia di messaggi e telefonate di sostegno di miei connazionali, dall’Egitto e dall’estero. Le loro parole mi hanno riempito d’orgoglio.

L’onore più grande è stata la lettera del padre di Mohamed Ramadan, la vittima più giovane dei disordini di Alessandria. Dalla sua lettera, ho appreso che il figlio non ancora sedicenne era stato ucciso da un colpo sparato alla testa. “Grazie”, ha scritto. “Mentre guardavo la tv, ho pensato che adesso il sangue di mio figlio era in buone mani”.

La soluzione è la democrazia.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 891, 1 aprile 2011

Ala al Aswani è uno scrittore egiziano. Il suo ultimo libro è Se non fossi egiziano.

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