Internazionale

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Argentina

La ballata di Néstor e Cristina

  • 23 ottobre 2011
  • 15.49

Juan Morris, Gatopardo, Messico

Dal 2003 i Kirchner sono nel bene e nel male i protagonisti della vita politica argentina. Dopo la morte del marito, Cristina ha deciso di ricandidarsi. E il 23 ottobre potrebbe essere rieletta al primo turno. Anche grazie a un’opposizione divisa.

L’aereo presidenziale era appena decollato dall’aeroporto di Dulles, alla periferia di Washington. Erano le undici di sera. Néstor Kirchner aveva avuto un incontro di trentacinque minuti con George W. Bush nello studio ovale della Casa Bianca. E gli aveva detto di non essere né di destra né di sinistra: “Non ho questo genere di problemi. Sono peronista”. Era il luglio del 2003. Kirchner stava bevendo un bicchiere di whisky e Coca-Cola light a bordo dell’aereo. Chiacchierava con Alberto Fernández, il suo capo di gabinetto, quando il comandante del volo li avvisò che c’era una chiamata del ministro della difesa. Mentre Fernández rispondeva al telefono, Kirchner cominciò a sfogliare il quaderno con la copertina rigida su cui prendeva nota degli affari di stato: non aveva Blackberry, palmari o portatili. Gestiva la politica del paese su un quaderno di carta.

“Cos’è successo?”, chiese il presidente a Fernández pochi minuti dopo. Il giudice spagnolo Baltasar Garzón aveva ordinato l’arresto e l’estradizione in Spagna di quarantacinque capi delle forze armate argentine accusati di aver commesso gravi crimini durante l’ultima dittatura militare. “E cosa facciamo?”, disse il presidente.

La situazione era delicata: lasciar processare i militari argentini in un altro paese sarebbe stato inaccettabile per qualsiasi governo. Ma lo era ancora di più per un governo che si era schierato contro le leggi di amnistia Punto final e Obediencia debida, promulgate nel 1986 e nel 1987 da Raúl Alfonsín. Le leggi avevano bloccato per anni i processi contro i militari accusati di sequestri, torture e omicidi durante la dittatura.

Doppio comando
C’erano anche altri due problemi. Kirchner era al potere da quattro mesi. Aveva vinto le elezioni solo perché l’avversario, l’ex presidente Carlos Menem, non si era presentato al ballottaggio. Al primo turno Menem aveva ottenuto il 24 per cento dei voti, mentre Kirchner il 22 per cento. Ma poi Menem si era reso conto che avrebbe avuto pochissime possibilità di vincere e aveva preferito non presentarsi al secondo turno. La legittimità di Kirchner era fragile. Il secondo problema era il decreto dell’ex presidente Fernando de la Rúa che proibiva l’estradizione degli argentini per i crimini commessi durante la dittatura militare. Ma ricorrere a quel decreto per respingere l’estradizione equivaleva a favorire l’impunità.

“La logica vorrebbe che, se non concediamo l’estradizione perché sono argentini, li processiamo nel nostro paese. Ma non possiamo processarli a causa delle leggi di amnistia”, rispose Alberto Fernández al presidente.

Kirchner non lo ascoltava più. L’aereo stava sorvolando a undicimila metri d’altezza la costa occidentale degli Stati Uniti: era una luce intermittente che attraversava il nulla. “Sai cosa facciamo?”, disse all’improvviso Kirchner, come tornando in sé. “Appena rientriamo a Buenos Aires deroghiamo al decreto di De la Rúa, poi chiamiamo i presidenti del nostro gruppo al senato e alla camera e gli spieghiamo che devono trovare i voti necessari per abrogare le leggi di amnistia”.

“Sei sicuro? E come glielo spieghiamo ai militari?”. “Gli diciamo che hanno due possibilità: essere processati in Spagna e passare il resto dei loro giorni in carcere o affrontare i tribunali in Argentina e poter ricevere le visite dei parenti”.

“Kirchner era fatto così”, spiega oggi il suo ex capo di gabinetto. Era in grado di prendere uno dei provvedimenti più importanti del suo governo in pochi secondi, reagendo a una decisione di un giudice spagnolo. Nell’ufficio di Fernández c’è una scrivania elegante di legno scuro, un tavolo da riunioni per dieci persone, un’enorme biblioteca e vari quadri appesi alle pareti. È un mercoledì di marzo del 2011.
Fernández è uscito dal governo nel luglio del 2008. Il suo allontanamento è stato uno dei danni collaterali della prima grande crisi del kirchnerismo. Néstor Kirchner aveva terminato il suo mandato presidenziale un anno prima, con il 70 per cento di popolarità nei sondaggi. Sua moglie, Cristina Fernández de Kirchner, si era presentata alle elezioni e le aveva vinte ottenendo il 45 per cento dei voti.

Ma il peso politico di Néstor era ancora enorme. Secondo l’opposizione, il passaggio di consegne tra marito e moglie era stato solo simbolico: prima si era parlato di un governo gestito con un “doppio comando”, poi tutti avevano cominciato a sostenere che il vero presidente era Néstor. Una cosa era chiara: Kirchner gestiva le alleanze che reggevano il governo e, per garantire il sostegno dell’apparato peronista, si era fatto eleggere alla presidenza del Partido justicialista.

Generazione K
La primavera di Cristina, eletta nell’ottobre del 2007, è durata un anno, fino a quando il governo ha annunciato che avrebbe aumentato dal 35 al 44,1 per cento le ritenute sulle esportazioni di alcuni prodotti, come la soia e il grano. Il provvedimento non è piaciuto al settore agricolo, uno dei più potenti dell’Argentina. I produttori agricoli hanno bloccato le strade e hanno lasciato a corto di viveri Buenos Aires per varie settimane. Lo scontro tra gli agricoltori e il governo è diventato la madre di tutte le battaglie e ha portato alla rottura con il vicepresidente Julio Cobos che, quando il conflitto è arrivato in parlamento, ha votato contro l’aumento delle tasse. Per la sua intransigenza, il governo si è scontrato anche con il gruppo editoriale Clarín, proprietario di giornali, canali televisivi e radio, che si era schierato con i produttori agricoli.

“Quando è arrivato il momento di fare autocritica – e io l’ho fatta – mi sono scontrato con la rigidità di un governo convinto di non aver sbagliato neanche una mossa. Mi sono reso conto che la mia opinione non aveva nessun peso e ho deciso di farmi da parte”, spiega Fernández.

Nel suo scontro con il gruppo Clarín, il kirchnerismo è riuscito a trasformare il quotidiano più venduto del paese in un giornale di opposizione, che manipolava le notizie al punto da non costituire neanche più un pericolo per il governo. Per il kirchnerismo avrebbe potuto essere una grande vittoria, ma il fatto è che anche i giornali, le tv e le radio degli imprenditori alleati del governo manipolano l’informazione: attaccano solo i nemici dell’esecutivo e danno le notizie in base ai loro interessi. A partire da quel momento nel panorama politico argentino si è aperta una spaccatura abissale e non c’è stato più spazio per il dialogo tra il kirchnerismo e l’opposizione. In questo modo il kirchnerismo si è fatto molti nemici, ma ha guadagnato il sostegno incondizionato di una generazione che ha sposato la causa K come una vendetta.

Il movimento, ribattezzato La cámpora, è nato sui blog di alcuni leader politici e sui giornali vicini al kirchnerismo, per poi approdare alle tavole rotonde di programmi tv favorevoli al governo. La generazione K ha cercato nei simboli, nell’estetica e nell’epica degli anni settanta il materiale per trasformare Néstor Kirchner nel paladino della nuova politica.

Il sud dell’Argentina non è esattamente il sud: quando si dice “sud” si pensa a una regione montuosa vicina alla cordigliera delle Ande con grandi laghi blu, boschi immensi e cime innevate, che si trova quasi al centro della cartina della repubblica o poco più in basso. A questo pensano gli argentini parlando di sud. Da Buenos Aires fino alle città patagoniche e turistiche di San Carlos de Bariloche, San Martín de los Andes e Villa La Angostura ci sono più o meno 1.600 chilometri. Dopo, il nulla: più di 1.500 chilometri di terra incolta, una steppa inclemente sferzata da venti che raggiungono i centotrenta chilometri all’ora e inverni a venti gradi sotto zero. Lì non c’è niente, la vegetazione quasi non cresce e la vita è un riflesso che serve a proteggersi dalla natura.

Néstor Kirchner veniva da quel nulla. Era un politico che aveva imparato a sentirsi a suo agio in situazione scomode. “A Santa Cruz Kirchner governava nel disordine e nell’assenza di strutture, perché quel luogo è un deserto. E quell’esperienza gli è tornata utile quando l’Argentina è diventata un’enorme landa desolata”, spiega il sociologo Ricardo Sidicaro, autore del libro Los tres peronismos.

Per capire chi era Néstor Kirchner e perché arrivò fino alla presidenza del suo pa­e­se, bisogna ricordare l’Argentina di quel periodo. Nel dicembre del 2001 gli anni novanta erano implosi. Il governo di coalizione di Fernando de la Rúa era nato come una risposta agli anni di eccessi e corruzione del menemismo. De la Rúa aveva ereditato un paese in crisi. Aveva tagliato gli stipendi e le pensioni, aveva aumentato le tasse per la classe media e si era indebitato ancora di più con il Fondo monetario internazionale. La convertibilità (un peso uguale a un dollaro) era entrata nella sua fase terminale e, con l’economia ormai in fiamme, i capitali d’investimento non tardarono a sfumare.

Il governo aveva limitato al minimo la quantità di denaro che si poteva ritirare dai conti correnti. La misura, che aveva l’aria di una confisca, fece esplodere la rabbia della classe media. Migliaia di persone scesero in piazza per protestare davanti all’offensiva dello stato contro i risparmi degli argentini e De la Rúa perse il sostegno dei governatori peronisti. La classe media manifestava in plaza de Mayo, mentre i saccheggi organizzati dai leader di quartiere alimentavano in tv le fantasie apocalittiche di decadenza nazionale: la barbarie aveva la meglio sulla civiltà.

Dopo le dimissioni di De la Rúa, il 20 dicembre 2001, la presidenza della repubblica fu assunta dal presidente provvisorio del senato e il giorno successivo la maggioranza justicialista del parlamento elesse come presidente ad interim Adolfo Rodríguez Saá, che rinunciò sette giorni dopo. Per alcune ore gli successe il presidente della camera dei deputati, mentre il parlamento eleggeva l’ennesimo presidente. Il prescelto fu il governatore peronista della provincia di Buenos Aires, Eduardo Duhalde, l’unico politico in grado di calmare le acque e pacificare una provincia che rispondeva solo a lui. Duhalde ristabilì la normalità nel paese, rimise in moto l’apparato produttivo, svalutò la moneta e nel 2003 convocò le elezioni.

Sono le circostanze a fare gli eroi ed è stata la crisi economica a costruire il candidato Néstor Kirchner. La richiesta di rinnovamento politico si sposava perfettamente con il fatto che Kirchner era il governatore sconosciuto di una provincia lontana. E lo smantellamento dello stato e il bisogno di consolidare l’autorità presidenziale si adattavano al suo distacco dalle istituzioni e al suo personalismo. Kirchner somigliava all’Argentina.

“Kirchner arrivò alla presidenza grazie alla crisi del 2001”, sostiene Artemio López, direttore dell’agenzia di consulenza Equis, che si occupa di registrare la popolarità dei governi.

A colpo d’occhio
Nel 2003 Kirchner assunse il governo di un paese dove il 54 per cento delle persone era povero e il 24 per cento non aveva lavoro. Su queste premesse avviò un progetto di ripresa istituzionale ed economica incredibile, varando una serie di misure che hanno dato buoni risultati e approfittando delle condizioni internazionali favorevoli. Una volta eletto, Kirchner ottenne una riduzione del 75 per cento degli interessi sul debito estero, ristabilì i contratti collettivi di lavoro, rinnovò e ampliò una corte formata da giudici scelti da Carlos Menem e sfruttò gli alti prezzi della soia per riempire le casse dello stato.

Mentre stringeva accordi con la parte peggiore dei sindacati e distribuiva risorse pubbliche ai governatori delle province che lo sostenevano, Néstor Kirchner portò avanti un’agenda progressista unica nel suo genere: abolì le leggi di amnistia facendo tornare i militari in carcere e trasformò i diritti umani in un punto fondamentale del suo governo. Durante la presidenza della moglie Cristina, Kirchner fece approvare la legge sui matrimoni gay, stanziò il bonus universale per i figli (un piccolo contributo sociale per i lavoratori informali, disoccupati e per i collaboratori domestici con figli minorenni), fece approvare una legge per eliminare i monopoli nei mezzi d’informazione e statalizzò i fondi pensionistici.

“Per scherzare dico sempre che, al primo colpo d’occhio, il kirchnerismo è bello. La visione d’insieme è stupenda”, racconta il sociologo Gabriel Puricelli, uno degli analisti politici più taglienti d’Argentina. “Ma basta una seconda occhiata per rendersi conto della differenza che c’è tra la visione da lontano e quella da vicino”. Quali sono queste differenze?

“Néstor e Cristina non hanno saputo trasformare la crescita in sviluppo, promuovendo delle politiche che li avrebbero obbligati a delegare di più. Kirchner ha dato lavoro e responsabilità a pochissime persone. La logica dell’eccessiva concentrazione del potere accomuna tutti i settori dello stato e fa sì che l’Argentina sfrutti solo in minima parte le sue potenzialità”, spiega Puricelli.

Il filosofo peronista José Pablo Feinmann ha appena pubblicato El flaco, un libro in cui racconta il suo rapporto ambivalente con Néstor Kirchner. In un capitolo, per esempio, racconta la sera in cui stava cenando nella residenza presidenziale di Olivos con il presidente. All’improvviso entrò Alberto Fernández con una cartina della provincia di Buenos Aires, spostò tutto quello che c’era sul tavolo e l’aprì. Era il 2004 e il governo si preparava per le elezioni legislative dell’anno successivo, in cui Kirchner avrebbe dovuto convalidare il sostegno ottenuto nella prima metà del suo mandato. Il presidente, bevendo un bicchiere di vino rosso, indicò un punto a caso della cartina e chiese chi avevano lì.

“Hai fatto centro. Perché lì non abbiamo nessuno”, rispose Fernández. Sotto il dito lungo e ossuto del presidente c’era Escobar, un comune a cinquanta chilometri da Buenos Aires. Kir­chner gli chiese quali erano i leader di quartiere della zona, a quale partito appartenessero e quale fosse il leader più vicino al justicialismo. Nessuno era dalla loro parte, spiegò Fernández, ma quello più facile da avvicinare era Luis Abelardo Patti, un ex vicecommissario condannato per tortura e omicidio durante l’ultima dittatura, funzionario di Menem negli anni novanta e poi sindaco di Escobar.

Kirchner guardò Feinmann con aria maliziosa e gli chiese cosa ne pensasse. Lui gli consigliò di non candidare nessuno. Ma il presidente gli disse che non poteva dire ai militanti del Partido justicialista che avrebbe regalato il paese all’opposizione solo perché gli piacevano le persone per bene. “Allora metti questo Patti”, gli propose Feinmann. “E che dicano quello che vogliono. Dev’essere il più corrotto. In due giorni è tuo”.

Kirchner riuscì in quest’impresa: fece in modo che gran parte della sinistra immacolata si macchiasse del suo pragmatismo.

Nel 2007, alla fine del suo mandato, Kirchner lasciò un paese con il 20 per cento di poveri e il 7 per cento di disoccupati. Ma le cifre ufficiali includono tra gli occupati anche le famiglie che ricevono il bonus universale per i figli. “Kirchner contribuì alla fine della crisi con una combinazione quasi perfetta di pragmatismo e testardaggine”, spiega Puricelli. “Capì quali erano i princìpi di politica economica e di gestione del potere necessari in quel momento storico per uscire dalla recessione e non si lasciò commuovere quando si trattò di applicarli”.

“Sono un uomo della Patagonia: sono testardo e umile, ma ho forti convinzioni”. Il presidente argentino si era descritto così a George W. Bush quando lo aveva incontrato alla Casa Bianca. Ed era vero. Kirchner era un uomo robusto e sgraziato, aveva i capelli grigi e radi, la pelle ruvida e l’occhio sinistro strabico. Dava la sensazione di una persona che pensava sempre a qualcos’altro e non riusciva mai a concentrarsi su un’unica cosa. Sapeva a malapena usare internet, leggeva pochi libri, non aveva imparato nessuna lingua straniera e, nonostante una fortuna dichiarata di due milioni di pesos, era andato per la prima volta in Europa solo dopo essere stato eletto presidente.

Secondo Puricelli, Kirchner incarnava una visione conservatrice del mondo. “Intendo conservatrice nel minor senso ideologico possibile”, spiega. “Era alla ricerca della normalità e non del cambiamento. Però c’era un divario così enorme tra quello che può essere considerato normale e il contesto di dissoluzione del paese dopo il 2001 che voler risanare quel divario sembrò un salto rivoluzionario”.

Kirchner si alzava tutti i giorni alle sei e mezzo di mattina. Leggeva i giornali e faceva colazione con uno yogurt, una tazza di latte macchiato e qualche fetta di pane. Dopo la colazione camminava mezz’ora sul tapis roulant e chiamava i suoi collaboratori. Le sue giornate nella residenza presidenziale di Olivos, nella casa di Santa Cruz o all’hotel Four Seasons di New York cominciavano tutte così. All’inizio del suo governo cominciava la giornata facendo dei numeri telefonici a caso. Quando qualcuno all’altro capo del filo rispondeva, lui esordiva dicendo: “Buongiorno, sono Néstor Kirchner, il presidente, e volevo sapere cosa ne pensa del mio governo”.

“Aveva una leadership radiale: era al centro, tutti gli riferivano le informazioni e poi lui assegnava i compiti. Sapeva tutto quello che succedeva nel paese”, spiega Alberto Fernández. C’erano solo due momenti in cui la politica si faceva da parte: durante i novanta minuti delle partite del Racing, la sua squadra di calcio, e quando guardava un film nella residenza di Olivos.

I soldi e la politica
La ballata di Néstor e Cristina cominciò nei febbrili anni settanta sulle strade della Plata, la capitale della provincia di Buenos Aires. Néstor era arrivato nel 1969 da Río Gallegos, la capitale di Santa Cruz, per studiare diritto. Il suo compagno di stanza, Juan Carlos Conocchiari, sarebbe diventato un militante dei Montoneros, un’organizzazione peronista di sinistra con un braccio armato che nel 1974 passò alla clandestinità e diventò il principale nemico dei militari dopo il colpo di stato del 1976.

Cristina era cresciuta a Tolosa, un quartiere operaio della Plata. Era la figlia di una dipendente pubblica che simpatizzava con il peronismo e di un autista di autobus, radicale convinto, con cui aveva avuto sempre pochi rapporti. Dopo aver studiato psicologia per un anno, s’iscrisse a giurisprudenza e, nei corridoi della facoltà, fu contagiata dallo spirito militante dell’epoca. Il 20 giugno 1973 Néstor e Cristina erano tra gli universitari che accolsero all’aeroporto di Buenos Aires Juan Domingo Perón al ritorno dal suo esilio in Spagna. Ma ancora non si conoscevano. Néstor aveva 24 anni e militava nella Federación universitaria de la revolución nacional. Cristina ne aveva 21, era politicamente sempre più impegnata e da quattro anni aveva un fidanzato con cui si annoiava: a lui piaceva il rugby, a lei la politica.

Quello di Néstor e Cristina fu un amore veloce: il 9 maggio 1975 andarono in autobus a Tolosa per sposarsi. Perón era morto nel luglio del 1974 e il suo posto era stato preso dalla seconda moglie, Isabel Martínez. Ma con il peronismo diviso e la vita civile segnata dai gruppi armati di destra e di sinistra, la situazione le era sfuggita di mano e il 24 marzo 1976 i militari presero il potere. Molti compagni di Néstor e Cristina furono sequestrati o assassinati. Così, dopo l’ultimo esame di Néstor, la coppia decise di trasferirsi nella provincia di Santa Cruz, dove le acque erano più calme. Néstor aprì il suo studio di avvocato in calle 25 de Mayo, nel centro di Río Gallegos, mentre Cristina studiava per superare gli ultimi esami e si occupava del loro primo figlio, Máximo, appena nato.

Mentre l’Argentina entrava in uno dei periodi più violenti della sua storia, a Río Gallegos Néstor e Cristina cominciavano ad arricchirsi. Una società finanziaria aveva assunto Néstor per riscuotere i crediti non pagati. Nello stesso periodo la Banca centrale decise di legare le rate dei mutui all’inflazione, che alcuni mesi dopo raggiunse il cento per cento, impedendo a molti risparmiatori di pagare. Kirchner, responsabile della riscossione di quei debiti, si offriva di comprare le proprietà a prezzi stracciati prima che la banca le sequestrasse e i proprietari perdessero tutto. Tra il 1977 e il 1980 comprò a queste condizioni ventuno proprietà.

Poi, con i soldi, arrivò la politica. Kirchner creò un suo spazio all’interno del peronismo di Santa Cruz con l’ateneo Juan Domingo Perón. Poi aprì l’unità di base Los muchachos peronistas in un quartiere alla periferia di Río Gallegos. Facendo politica sul territorio, conquistò spazio nel partito e ottenne un posto alla cassa di previdenza sociale della provincia. Come avvocato rappresentava il sindacato dei minatori, un importante settore della provincia, che nel 1987 gli diede un sostegno fondamentale per la battaglia interna peronista a Río Gallegos e per ottenere il posto di sindaco.

Il 7 settembre 1987 Kirchner fu eletto sindaco con un vantaggio di appena 111 voti. Sapeva di avere un sostegno limitato e puntò su alcune iniziative spettacolari: costruì club sportivi, centri comunitari e piazze, rinnovò l’illuminazione della città piazzando dei lampioni gialli che sono ancora lì e quattro anni dopo, nel 1991, fu eletto governatore. Era appena nata Florencia, la sua seconda figlia.

“Ricevo in eredità una tragedia: non ci sono soldi per gli stipendi. Le casse sono vuote: ci sono solo cambiali”, disse Kirchner nel suo discorso d’insediamento. In effetti nel dicembre di quell’anno non pagò gli stipendi e tagliò del 10 per cento il salario di tutti i dipendenti pubblici, che a Santa Cruz erano la metà della popolazione, ma promise che nel giro di un anno gli avrebbe ridato i loro soldi.

Mantenne la promessa. Dopo aver ottenuto dal governo centrale quindici milioni di dollari – royalties mal liquidate dalla compagnia petrolifera Ypf – Kirchner restituì con gli interessi i soldi che aveva trattenuto. Cominciarono così i dodici anni del suo regno, in cui cambiò due volte la costituzione provinciale per poter essere rieletto. Gestì il suo rapporto con la stampa manovrando la pubblicità ufficiale (scegliendo quando comprare gli spazi e quando no) e amministrò le casse dello stato per dissolvere i fronti dell’opposizione.

Poi Kirchner inventò El Calafate come polo turistico della provincia di Santa Cruz: trasformò un paese a trecento chilometri da Río Gallegos in una città, costruendo un piccolo impero di hotel, aziende e terre demaniali comprate a prezzi stracciati e vendute in dollari. Grazie a queste operazioni, Kirchner accumulò una fortuna di più di cinquanta milioni di pesos. Costruì anche una villa che gli servì da quartier generale d’inverno per organizzare la sua avventura nazionale.

“Non c’è in noi una sola goccia di odio o di rabbia. Vogliamo solo che l’Argentina cresca”, disse Kirchner nel suo ultimo discorso pubblico. Lo pronunciò il 18 ottobre 2010, quando non era più presidente da tre anni. Fu un discorso breve, come tutti i suoi discorsi. Kirchner era l’uomo dalle duecento parole. Elisa Carrió, leader della Coalición cívica e oppositrice del governo, l’aveva ribattezzato così per prendersi gioco della debole architettura dei suoi discorsi. Aveva ragione. Le parole di Kirchner non erano all’altezza della sua statura politica: erano arnesi che non sapeva come gestire.

Quando Néstor Kirchner arrivò all’ospedale Jorge Formenti di El Calafate era già morto. Era la mattina del 27 ottobre 2010.

La fine di un’epoca
Kirchner voleva essere rieletto per un secondo mandato l’anno dopo. Nell’ultimo periodo era ossessionato dai sondaggi sulle elezioni presidenziali del 2011. Molti, nell’ambiente del kirchnerismo, preferivano che la candidata fosse di nuovo Cristina. Lui era stato operato due volte per problemi alle coronarie e la raccomandazione dei medici era stata sempre la stessa: riposarsi ed evitare gli stress. Ma Kirchner non poteva stare lontano dalla politica. Aveva fatto uscire quaranta milioni di argentini dalla peggiore crisi istituzionale della storia, ma non sembrava capace di pensare alla sua morte. E in parte le centinaia di migliaia di persone che la sera della sua scomparsa si raccolsero in plaza de Mayo a Buenos Aires non avevano mai pensato che quell’uomo potesse davvero morire.

“La leadership di Cristina è più legata alle istituzioni, e oggi questo stile di governo funziona. La realtà sociale è più omogenea e le aspettative sono diverse”, spiega il sondaggista Artemio López. “Lo stile di Néstor Kirchner è irripetibile e non sarebbe neanche una buona idea che si ripetesse, perché oggi il paese è diverso”, aggiunge.

Secondo Puricelli, “Menem aveva una relazione quasi erotica con il potere e la sua longevità è stata la prova del fatto che gli incarichi di responsabilità lo facevano sentire bene. Mentre per i Kirchner il potere è sempre stato sinonimo di sofferenza e tensione”.

“Mi sottoporrò ancora una volta alla volontà popolare”, ha annunciato Cristina nel giugno del 2011, quasi sette mesi dopo la morte del marito, portando ancora il lutto. “Ho sempre saputo quello che dovevo fare, lo sapevo anche l’anno scorso, quando migliaia di persone accorse per salutare un’ultima volta Néstor Kirchner mi hanno gridato: ‘Forza Cristina’”.

In ambulanza e all’ospedale i medici avevano fatto il possibile sperando che il cuore dell’ex presidente reagisse. Alla fine uno dei medici dichiarò l’ora del decesso: le 9.15. Dopo la camera ardente allestita alla Casa Rosada, un corteo attraversò la città sotto la pioggia lungo i viali transennati fino all’aeroporto, dove un aereo aspettava per portare il suo corpo a Río Gallegos.

“Cristina è meno disposta del marito a fare concessioni al peronismo”, sostiene Puricelli. “E poi sta aprendo nuovi spazi per i più giovani nell’amministrazione pubblica. Cosa succederà? Nel peggiore dei casi, i giovani che entrano nel sistema non sapranno dove sono i bottoni, faranno errori grandi come una casa e il peronismo si solleverà contro di lei. Nel migliore dei casi, il peronismo scontento farà buon viso a cattivo gioco perché alla fine, se Cristina sarà rieletta, il partito si allineerà con i vincitori. Tutto è possibile. Potrebbe essere un disastro. Ma potrebbe andare tutto bene”.

La mattina della morte di Néstor Kirchner fu lenta e desolata: un esercito di mezzo milione di funzionari era al lavoro per un enorme censimento nazionale. Le strade del paese erano vuote. Per sette anni Néstor Kirchner era stato il protagonista delle vita politica dell’Argentina e ora che lui non c’era più il paese rimaneva in silenzio.

Era la fine di un’epoca.

Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 920, 21 ottobre 2011

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