Internazionale

lunedì 21 maggio 2012 aggiornato alle 12.23

Argentina

La fame e le bugie di un decennio

  • 23 ottobre 2011
  • 16.00

Martín Caparrós per Internazionale

Durante i governi dei Kirchner, gli unici legami saldi erano quelli di parentela.

Tra cent’anni, quando il mondo sarà diverso, i manuali di storia dell’Argentina (sempre che ci siano ancora i manuali, la storia e l’Argentina) dedicheranno poche righe al “decennio dei dottori Kirchner”. Il breve riferimento a quell’epoca si aprirà con un commento stupito sul tribalismo arcaico di una moglie che succede al marito. Forse il manuale ne parlerà come il climax di quella che qualcuno chiamò “la politica del sangue”: un periodo in cui, in mancanza d’idee e progetti in grado di unire i militanti, gli unici legami saldi erano quelli di parentela.

Il manuale spiegherà che il peronismo d’inizio millennio, sotto la guida dei Kirchner, si spese per la ricostruzione dell’apparato statale che il peronismo degli anni novanta del novecento (guidato da Carlos Menem, con la collaborazione locale dei Kirchner) aveva smantellato. Dirà che non è compito di un manuale fare un processo alle intenzioni e non offrirà certezze sul motivo che spinse i Kirchner a lanciarsi in quella ricostruzione. Offrirà un ventaglio di possibili motivazioni: dalla loro convinzione che lo stato fosse l’unico strumento per ridurre le diseguaglianze fino all’idea sibillina secondo cui, se qualcuno vuole governare, ha interesse a fare in modo che uno stato esista. Scriverà che i Kirchner furono mossi da questi due fattori e da altri ancora.

Il manuale ricorderà di sicuro che i Kirchner arrivarono al potere alla fine di una crisi economica (come quasi tutti i governi argentini) che loro capirono e misero a tacere, eliminandone il potenziale di cambiamento. Che, per adattarsi ai nuovi tempi, passarono da un discorso favorevole alla privatizzazione degli anni novanta a uno velatamente statalista e abbandonarono la loro indifferenza nei confronti dei diritti umani per diventare degli strenui difensori di quegli stessi diritti.

Retorica del cambiamento
A quel punto forse il manuale aggiungerà che i dottori Kirchner fecero appello ai diritti umani e alla memoria mistificata di alcune lotte degli anni settanta per legittimare un governo che, con quelle idee rivoluzionarie, non aveva niente a che fare. Il manuale potrebbe citare la frase di uno scrittore, già dimenticato all’epoca, che non aveva niente contro il fatto che i Kirchner difendessero i diritti umani del 1976, ma avrebbe preferito che difendessero quelli del 2011. Lo scrittore diceva così: i Kirchner non solo non difendevano i diritti umani fondamentali – alimentazione, istruzione e sanità – ma neanche quelli più specifici: durante i loro governi le vittime delle repressioni e degli abusi della polizia furono molte.

A proposito di confusioni e discorsi, forse il manuale ricorderà che, dopo la morte di Néstor Kirchner nel 2010, ci fu un breve periodo in cui i mezzi d’informazione vicini alle istituzioni ripetevano che la “gioventù” s’identificava nel progetto del defunto presidente e della vedova. Il manuale dirà che questa bugia venne meno pochi mesi dopo quando, alle elezioni studentesche dell’università di Buenos Aires, il fallimento dei gruppi kirchneristi dimostrò che quell’idea d’identificazione era falsa.

Prima di concludere, il manuale citerà una frase felice di quegli anni: il kirchnerismo fu un esempio insolito e fecondo di “epica possibilista” o “possibilismo epico”. Pochi movimenti politici proclamarono con tanta convinzione di essere portatori di un cambiamento decisivo, allo stesso tempo dicendo di non poter far molto perché era tutto complicato. Il manuale accennerà al fatto che quella retorica del cambiamento si sosteneva sul confronto tra le cifre socioeconomiche del loro periodo e quelle del peggior momento della crisi, e che questo era un vecchio trucco peronista.

Forse ricorderà che i Kir­chner vietarono la divulgazione di cifre sull’inflazione e sulla povertà diverse da quelle ufficiali. E citerà il fenomeno più importante del decennio, insieme alla ricomposizione di parte dello stato: l’Argentina tornò a essere conosciuta come un pae­se esportatore di prodotti agricoli. O detto altrimenti: l’Argentina tornò agli anni dieci del novecento, quando non aveva velleità industriali. Sottolineerà l’errore di un governo che per dieci anni contò su un’enorme quantità di soldi facili per le esportazioni agricole e non li usò per costruire un’alternativa economica in grado di reggere quando la domanda di questi beni primari, dipendenti dai mercati esteri, fosse venuta meno. E forse dirà che c’era da aspettarselo: l’Argentina è sempre stata brava a perdere le sue opportunità.

Infine il manuale si chiederà come mai un governo che sosteneva di ridistribuire la ricchezza fallì proprio su quel punto: rimase dieci anni al potere in un paese che si arricchiva con le esportazioni, ma alla fine lasciò dieci milioni di poveri, più dei peggiori anni del peggiore neoliberalismo menemista. Oppure, volendo fare il drammatico, il manuale si chiederà com’è stato possibile che in un paese che produceva così tanti prodotti alimentari, ancora tante persone morissero, letteralmente, di fame.

Nel manuale ci sarà la risposta. In quest’articolo basta la domanda.

Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 920, 21 ottobre 2011

Martín Caparrós è uno scrittore e giornalista argentino. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Non è un cambio di stagione.

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