Internazionale

martedì 22 maggio 2012 aggiornato alle 16.05

Cinema

I film della settimana

  • 8 luglio 2011
  • 15.38


Ancora tu
Di Andy Fickman. Con Kristen Bell, Odette Yustman, Jamie Lee Curtis, Sigourney Weaver. 
Stati Uniti 2010, 100’



Povera Marni (Kristen Bell), liceale con acne, brutti capelli, apparecchio ai denti e occhiali. Nella scena iniziale di questa stupida commedia, Marni è perseguitata ed etichettata come perdente da Joan-na (Odette Yustman), arrogante primadonna delle cheerleader. Qualche anno dopo il fratello maggiore di Marni, Will, presenta ufficialmente la fidanzata alla famiglia. I traumi adolescenziali di Marni tornano a manifestarsi quando scopre che la promessa sposa di Will è proprio la sua bestia nera del liceo. Joanna ora è tutta sorrisi e gentilezze con la sua ex vittima, che nel frattempo ha corretto le sue imperfezioni fisiche ed è diventata una ricercatissima pr. Marni non si fida del nuovo atteggiamento di Joanna e decide di fare il possibile per far saltare il fidanzamento. C’è poco da ridere con questa commedia di vendetta, rancida e misogina. Nessuno dei personaggi femminili (comprese le suocere Jamie Lee Curtis e Sigourney Weaver) sfugge a un rigido schema: o vittime o carnefici, o tutte e due. In più Kristen Bell non è Reese Witherspoon, attrice che forse avrebbe potuto dare un po’ di grinta al personaggio di Marni. L’unica interpretazione divertente è quella di Sigourney Weaver, che però ricicla totalmente la Katharine Parker di Una donna in carriera. Come spesso succede con i film della Disney, Ancora tu esalta valori superficiali e materialistici, poi prova a mascherare i suoi contenuti potenzialmente velenosi con diversi strati di zucchero. Una volta consumato il tortino, aspettatevi un orrendo retrogusto di cartone. Stephen Holden, The New York Times

***


Big Mama. Tale padre tale figlio
Di John Whitesell. Con Martin Lawrence, Brandon T. Jackson. Stati Uniti 2011, 107’


Come Alan Dershowitz, l’avvocato che è diventato famoso per aver accettato la difesa di clienti molto discussi come O.J. Simpson, Mike Tyson e Claus von Bülow, in passato ho difeso Martin Lawrence, ho sghignazzato colpevolmente di fronte a molti dei suoi film. E anche la pura volgarità di Big Mama, film in cui Lawrence interpreta un agente dell’Fbi che per motivi di servizio è costretto a travestirsi ripetutamente da donna molto grassa, mi ha strappato qualche sorriso stanco. Ma ci devono essere stati dei momenti in cui Dershowitz, poco dopo aver rivolto un accorato appello a un giudice o a una giuria, si è ritrovato con il suo cliente che pianificava il prossimo colpo. Diciamo che è quello che provo in questo momento. Big Mama. Tale padre tale figlio è il terzo capitolo di quella che se ci azzardassimo a chiamare trilogia, saremmo polverizzati da un fulmine scagliato da una divinità giusta e saggia. Eppure sono stati i numeri, cioè gli incassi, a spingere Lawrence a indossare per la terza volta gli enormi e vistosi panni di Big Mama. Comunque, il peggiore tra i tanti misfatti di questo film è il fatto che ha osato andare a riprendere qualche scheggia della trama di A qualcuno piace caldo. Se dovesse uscire Big Mama 4 significa che sarà arrivato il momento di prendere contatto con l’associazione Dignitas e di saltare sul primo volo economico diretto a Zurigo. Peter Bradshaw, The Guardian

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In viaggio con una rock star
Di Nicholas Stoller. Con Jonah Hill, Russell Brand, Rose Byrne. Stati Uniti 2010, 109’


Commedia satirica sfacciatamente divertente su un impiegato di basso livello di una casa discografica, incaricato di andare a Londra a raccattare una rock star fuori di testa e portarla sana e salva a Los Angeles per un concerto commemorativo. Nicholas Stoller, regista e sceneggiatore, collaboratore di lunga data di Judd Apatow (che ha prodotto il film), ha un magnifico orecchio per le spacconate e la piaggeria che soffocano il mondo dell’industria discografica, ma anche per testi particolarmente assurdi. Stroller crea classiche parodie che butta in mezzo ad altrettanto classiche scene di feste sfrenate e di vita dissoluta. Un concentrato di mezzo secolo di eccessi del rock che piombano sul capo di un giovane impiegato che prova semplicemente a fare il suo lavoro. Russell Brand, poi, nel ruolo dello stallone scatenato e in quello della sua stessa parodia, dà grande carica al film, e sotto il narcisismo furioso si può intravedere l’uomo sensibile e solitario. David Denby, The New Yorker

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L’albero
Di Julie Bertuccelli. Con Charlotte Gainsbourg, Aden Young. Francia/Australia 2010, 99’


Nel 2003, Julie Bertuccelli, che è stata assistente di Kieslowski e di Otar Iosseliani, aveva conquistato tutti con un film girato in Georgia, Da quando Otar è partito. Per il suo secondo lungometraggio da regista si è spostata in Australia, nella casa di un’allegra famiglia: Aden, Dawn e i loro quattro figli. All’improvviso Aden muore, colpito da un infarto. Ognuno reagisce a modo suo, ma in pochi minuti si capisce che nella famiglia c’è un altro componente. L’enorme albero che ripara la casa diventa sempre più presente e “invadente” nella vita di Dawn e dei suoi figli. La piccola Simone è convinta che l’anima del padre le parli attraverso i rami dell’albero. Dopo una ventina di minuti tutto appare estremamente chiaro. Meno evidente è quale direzione possa prendere il film. Intanto, per non correre il rischio di perdersi qualcuno per strada, si susseguono le scene che ribadiscono il concetto dell’identificazione tra papà e albero. È altrettanto evidente l’intenzione della regista di far poggiare tutto il film sulle spalle di Charlotte Gain­s­bourg, che accetta la sfida con il sorriso (fisso) sulle labbra. Non è il caso di svelare il finale del film. Possiamo solo dire che è piuttosto amaro e moralista. Dawn accetta il destino che è stato scelto per lei con il sorriso sulle labbra. E se va bene per lei… Les Inrockuptibles

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When you ’re strange
Di Tom DiCillo. Stati Uniti 2009, 90’


“Se le porte della percezione fossero purificate, tutte le cose apparirebbero agli uomini come sono veramente: infinite”. Questo è il celebre verso di William Blake dal quale i Doors presero il loro nome. Nel tributo di Tom DiCillo a una delle band più emblematiche degli anni sessanta, le porte della percezione sono molto purificate, eppure niente sembra particolarmente infinito. Perché sicuramente DiCillo è un ottimo regista di commedie indipendenti, ma il suo documentario è un po’ rudimentale e grezzo, a misura di fan dei Doors. Alcune pseudo-profondità tipiche della band, riflesso dei tempi in cui agiva, estrapolate dal contesto suonano un po’ ridicole. In ogni caso il documentario riesce a soddisfare delle curiosità su alcuni atteggiamenti dei Doors e mostra per la prima volta moltissimo materiale ripreso durante i concerti e le sessioni di registrazioni del gruppo. Inevitabilmente la figura di Jim Morrison finisce per rubare la scena a tutto il resto. E DiCillo, come tanti altri esegeti dei
Doors, cade sotto l’incantesimo del cantante. Comprensibile anche se un po’ frustrante. Keith Uhlich, Time Out New York

Internazionale, numero 905, 8 luglio 2011

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