Internazionale

martedì 22 maggio 2012 aggiornato alle 16.05

Cinema

I film della settimana

  • 25 novembre 2011
  • 12.14


Miracolo a Le Havre
Di Aki Kaurismaki. Con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin. Finlandia/Francia/Germania 2011, 103’


Aki Kaurismaki festeggia il ritorno al festival di Cannes con i suoi attori più affezionati (André Wilms e Kati Outinen), espatriati provvisoriamente in Alta Normandia. E mette in scena una piccola meraviglia di intelligenza, ispirazione formale e spiazzante umorismo. Senz’altro uno dei suoi film migliori. Un aspirante scrittore s’improvvisa lustrascarpe e riesce a condurre un’esistenza a suo modo di vedere soddisfacente. Finché non s’imbatte in un bambino proveniente dall’Africa, deciso ad attraversare la Manica per entrare clandestinamente in Gran Bretagna. Fedele alla sua arte minimale e alla sua singolarissima stilizzazione della realtà, Kaurismaki non s’impegna in una requisitoria politica. Più sottilmente mette a confronto mondi diversi per dare vita a un’ipotesi utopica che fa bene agli occhi e alle orecchie. Gioca con il senso dell’assurdo, con il contrasto, con l’anacronismo e ambienta il tutto in una Francia senza tempo. Su questa meravigliosa tela dipinge una storia assolutamente attuale, con tanto di politici per cui l’unica cosa che conta è l’identità nazionale, amministratori che pensano al loro tornaconto e poliziotti fin troppo zelanti. Ma ovviamente Kaurismaki non è Ken Loach: al realismo sostituisce un’atmosfera dove regnano la fantasia e il rimescolamento dei generi cinematografici.-Olivier De Bruyn, Evene

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Tower heist. Colpo ad alto livello
Di Brett Ratner. Con Alan Alda, Ben Stiller, Eddie Murphy. Stati Uniti 2011, 104’


L’uomo ricco e potente, chiuso nel suo castello – per l’esattezza il suo attico a Central park west – truffa i poveretti che bussano alla sua porta, compresi l’amministratore e il portiere del palazzo in cui vive. Come possono fare i poveretti a riavere indietro i loro sudati risparmi? Ben Stiller, Eddie Murphy, Casey Affleck, e Matthew Broderick interpretano i cittadini indignati che si uniscono per vendicarsi del gran signore (Alan Alda). Un film di protesta di Brett Ratner, carico di un potente senso di ingiustizia, sarebbe stato proprio una gran sorpresa. Ma purtroppo non è questo quel film. Al suo posto abbiamo una delle trame più traballanti della storia, che si aggrappa freneticamente qui e là nel disperato tentativo di evitare qualsiasi cosa lo possa far sembrare più plausibile o peggio ancora politicamente impegnato. Quello che impedisce al film di crollare nel baratro della totale incoerenza è la fotografia del maestro Dante Spinotti che mostra, fin troppo chiaramente, che non è tutto oro quel che luccica. Piacevole ritrovare Téa Leoni nel ruolo di un’agente dell’Fbi.-Anthony Lane, The New Yorker

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Happy feet 2. In 3d
Di George Miller. Australia/Stati Uniti 2011, 100’


È veramente dura resistere ai pinguini che ballano, ma Happy feet 2 riesce a mettervi veramente alla prova. Perché oltre a mostrare migliaia di pinguini che ballano il tip tap, per gli autori evidentemente non è stato facile trovargli qualcos’altro da fare. La semplicissima idea alla base del primo capitolo delle avventure di Mambo, un pinguino nato per danzare, ha fatto di Happy feet uno dei migliori film d’animazione degli ultimi anni, ma qui è completamente perduta. Si passa da una spettacolare coreografia di moltitudini di pinguini all’altra senza un vero filo logico a unirle. La sensazione generale è che le tre dimensioni e le scenografie più curate non riescano a sostituire l’utilità di una storia ben congeniata, anche se semplice.-Kenneth Turan, Los Angeles Times

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Real steel
Di Shawn Levy. Con Hugh Jackman, Dakota Goyo, Hope Davis. Stati Uniti 2011, 123’


“Il coraggio è più forte dell’acciaio”, recita l’insensato sottotitolo di questo film di boxe futuristico in cui i pugili sono tutti dei robot. Sforzandosi di farsi sentire, coperta dal rumore assordante dei colpi di metallo, c’è una commovente (ovvero sdolcinata) storia di una famiglia spaccata. Hugh Jackman (che recentemente ha ammesso di essere amico fraterno di Rupert Murdoch), interpreta il padre disadattato, bisognoso di soldi, che molla ai suoi parenti il figlio in età preadolescenziale (Dakota Goyo). Poi però si riavvicina a lui e il ragazzo, che ha recuperato un robot dalla spazzatura, convince il padre ad allenarlo per farlo combattere sul ring. Tutto questo mentre chi assiste al film comincia seriamente a rivalutare Transformers. Come il recentissimo Warrior, Real steel sembra pensato per tredicenni che passano molto più tempo a giocare ai videogiochi che non a vedere film. Probabilmente è per questo che la trama si può permettere sviluppi così assurdi e considerazioni così banali sulle relazioni familiari. Devono sembrare delle grandi novità a chi si è sempre interessato esclusivamente all’azione.-Anthony Quinn, The Independent

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Il buono il matto il cattivo
Di Kim Jee-woon. Con Kang-ho Song, Lee Byung-hun, Woo-sung Jung. Corea del Sud 2008, 130’


Il western è un genere che si adatta a ogni tipo di cucina. Dopo la versione spaghetti, crauti e paella, per quello che secondo André Bazin è “il genere americano per eccellenza”, si profila la versione kimchi, il piatto nazionale coreano. Una temibile mistura di verdure fermentate e peperoncino. Non proprio raffinatissimo, ma capace di resuscitare i morti. Si esce dalla sala completamente rintronati ma euforici.-Samuel Douhair, Télérama

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I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Lee Marshall, collaboratore di Condé Nast Traveller e Screen International.


Scialla!
Di Francesco Bruni. Italia 2011, 95’


L’esordio alla regia di Francesco Bruni prova che anche una storia banale può raggiungere lo stato di grazia, se i personaggi sono realistici e gli attori bravi. Forse solo nei film succede che un padre scapolo scopra di avere un figlio adolescente perché la madre del ragazzo deve partire. Ma se la premessa è inverosimile, il padre, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, non lo è, e nemmeno il figlio (Filippo Scicchitano), liceale romano di buona famiglia con un atteggiamento da teppistello ma con il “core bbono”. Mi rendo conto che colgo certe sfumature (e dunque una parte importante della non banalità del film) solo perché sono in Italia da tanti anni. Per esempio, il filone della formazione classica della scuola italiana. A proposito: vi ricordate chi era il padre di Enea? Nella tradizione hollywoodiana, da My fair lady a Will Hunting, la cultura di solito è un veicolo di trasformazione sociale. Scialla! invece inquadra molto abilmente, con ironia ma anche con una certa indulgenza, una società che spesso considera la cultura come ornamento, apprezzata proprio perché è difficile e inattuale. E così dalla coniugazione dei verbi latini alla pornostar che suona Chopin o al piccolo boss che costringe il suo entourage a guardare Truffaut il passo è breve.

Internazionale, numero 925, 25 novembre 2011

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