Internazionale

mercoledì 22 febbraio 2012 aggiornato alle 18.39

Cinema

I film della settimana

  • 27 gennaio 2012
  • 12.49


The iron lady
Di Phyllida Lloyd. Con Meryl Streep, Jim Broadbent, Richard E. Grant. Gran Bretagna, 105’


Meryl Streep che veste i panni di Margaret Thatcher è il motivo principale per andare a vedere The iron lady, diretto da Phyllida Lloyd. La sua interpretazione è l’unica ragion d’essere di un film che per il resto è mal concepito. La capacità della Streep di calarsi fin nella gola dei suoi personaggi è ormai leggendaria. E, per di più, è una grande attrice. In questo film riesce a richiamare la voce e lo spirito dell’ex premier britannica, sia all’inizio della sua carriera sia in età avanzata. L’effetto è fenomenale. Se chiudete gli occhi – o anche se li tenete aperti – vi sembrerà di essere tornati indietro nel tempo. In realtà il tempo di Margaret Thatcher non è ancora finito, anche se sono passati molti anni da quando si è ritirata a vita privata. A 86 anni la signora Thatcher conduce un’esistenza riservata con condizioni di salute non sempre buone, un fatto che solleva alcuni interrogativi sull’invadenza di una pellicola che la mostra nel presente, con gravi problemi di memoria, per non dire affetta da demenza vera e propria. Altre parti di The iron lady la mostrano al culmine della sua influenza o, ancora meglio, come una giovane donna consapevole del proprio destino che cerca di ottenere sempre più potere politico. Ma la sceneggiatura di Abi Morgan, con molti salti temporali, finisce per dare al film un tono blandamente imparziale rispetto a una delle figure più discusse e importanti della politica britannica. I momenti più intensi del film, quelli sui suoi ricordi amorosi e sui danni dell’età, sono indeboliti dall’inclinazione della regista per gli effetti cinematografici, che fanno sembrare The iron lady la brutta copia di un film di Fellini. Magari la pellicola fosse all’altezza della sua protagonista.-Joe Morgenstern, The Wall Street Journal

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L’arte di vincere
Di Bennett Miller. Con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman. Stati Uniti, 133’


Le statistiche e il loro presunto reale significato sono al centro di questo film, adattato dal saggio di Michael Lewis Moneyball. Ma il film è anche uno dei migliori in circolazione sul baseball. Nel 2002, Billy Beane (Brad Pitt), un giocatore che ha avuto una carriera deludente, è diventato general manager della squadra di Oakland. Un piccolo team confrontato con i colossi di New York e Boston. Beane assume Peter Brand (Jonah Hill), un laureato in economia a Yale che non ha mai giocato una partita in vita sua. Ma Brand è un seguace delle teorie del guru della statistica Bill James, che insieme ad altri teorici della sabermetrica, ha messo a punto un nuovo sistema per valutare i giocatori. Peter, smanettando sul suo computer, propone a Beane alcuni giocatori apparentemente scarsi, ma che il manager può permettersi con il suo budget. Rivoluzionario convinto, ma costantemente tormentato, Beane impone il suo sistema a tutta la squadra, compreso lo scettico allenatore Art Howe (Philip Seymour Hoffman in una silenziosa e magnifica interpretazione). Il regista Bennett Miller ci conduce lungo la stagione della squadra usando anche sequenze prese dalle vere partite (che funzionano insolitamente bene). Il film ha ritmo e ironia, ma al suo centro c’è una stranezza: Beane e Brand sono posseduti da una passione quasi religiosa non verso un ideale, ma per i duri e freddi numeri. Sceneggiatura firmata da Steven Zaillian e Aaron Sorkin.-David Denby, The New Yorker

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Mission impossible. Protocollo fantasma
Di Brad Bird. Con Tom Cruise, Jeremy Renner, Simon Pegg. Stati Uniti 2011, 132’


A sorpresa la quarta puntata delle avventure di Etan Hunt e del suo improbabile gruppo di spie è molto divertente. Tom Cruise, produttore della serie, ha preso come regista Brad Bird, geniale autore del film d’animazione Gli incredibili. La qualità dell’azione ne ha sicuramente beneficiato, anche se i personaggi sono meno fantasiosi e divertenti di Mr Incredible ed Elastigirl. Sicuramente, però, questo film è un’ottima opportunità per Tom Cruise di essere il leader di una squadra e non il solito cavaliere solitario. Hunt e i suoi compagni di sventura devono, come al solito, salvare il mondo. Notevole la scena, a Dubai, in cui Hunt deve scalare la parete di vetro del grattacielo più alto del mondo (il Burj Kalifa). Ma anche la sequenza dell’inseguimento in una furiosa tempesta di sabbia è tra le migliori delle varie missioni impossibili. Il film è pieno di assurdità, grandi e piccole, ma Brad Bird ha dato verve e ritmo a un film che, per quanto stupido, funziona alla grande.-Anthony Quinn, The Independent

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Il sentiero
Di Jasmila Zbanic. Con Zrinka Cvitesic, Leon Lucev. Bosnia Erzegovina 2011, 100’


Luna e Amar vivono insieme nel loro nido d’amore. Non sono tutte rose e fiori: Amar ha problemi con l’alcol e Luna vorrebbe restare incinta. Ma la coppia, malgrado tutto, ha fiducia nel futuro. Almeno fino a quando un amico salafita propone ad Amar di insegnare nella sua piccola comunità. Amar accetta e parte. Quando torna è cambiato. Sempre innamorato di Luna ma molto più annoiato e nervoso. Non c’è un attacco diretto all’islam. La fede non è il male assoluto: per esempio è proprio grazie alla fede che Amar trova la pace e smette di bere. E la regista sceglie di osservare senza preconcetti la traiettoria che compiono i suoi personaggi. La conversione di Amar è un po’ troppo repentina ma non rende meno credibile l’angoscia di Luna, che vede il suo fidanzato diventare un estraneo giorno dopo giorno.-Jacques Morice, Télérama

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I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Lee Marshall, collaboratore di Condé Nast Traveller e Screen International.


Benvenuti al nord
Di Luca Miniero. Con Claudio Bisio, Alessandro Siani. Italia 2012, 110’


L’ossobuco contro la mozzarella. La nebbia contro il sole. La settimana tutta programmata contro il vivere alla giornata. Terroni contro polentoni. Invertendo a specchio la trama di Benvenuti al sud, il sequel Benvenuti al nord mette in piedi lo stesso meccanismo comico sentimentale del primo film: ma questa volta è un impiegato delle Poste della ridente località balneare di Santa Maria di Castellabate, a sud di Salerno, che si deve trasferire a Milano. I contrasti, le diffidenze e i pregiudizi che esistono tra nord e sud prima danno luogo a dei malintesi più o meno comici, poi vengono ricomposti per lasciare posto a un’edificante morale buonista: “È bello pure ’o nord!”. Questo secondo adattamento italiano del fortunato film francese Bievenue chez les Ch’tis manca di brillantezza e ritmo rispetto al primo, perdendo tempo in scene poco incisive. Ma è accomunato al suo predecessore da una specie di nostalgia: la nostalgia per un’Italia non appiattita dalla tv, dove la mobilità era ridotta, come ai tempi di Totò, Peppino e la malafemmina (excursus molto più divertente sullo stesso tema). Sembra inscenare un esercizio del tipo: per combattere il pregiudizio e lo stereotipo, bisogna anche un po’ suscitarli.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

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