Internazionale

martedì 22 maggio 2012 aggiornato alle 16.05

Cinema

I film della settimana

  • 20 febbraio 2012
  • 18.09


Paradiso amaro
Di Alexander Payne. Con George Clooney, Shailene Woodley. Stati Uniti 2011, 110’


Con una voce fuori campo all’inizio del film, il protagonista Matt King (George Clooney) mette in discussione il mito che le Hawaii, dove vive, siano un paradiso in terra. La sua breve invettiva è rafforzata da immagini di povertà e disagio, forti quanto fuorvianti, perché la storia di Matt non è – almeno non esplicitamente – una storia di povertà o disuguaglianza sociale. Anche se sembra un po’ in imbarazzo ad ammetterlo, Matt discende dai primi bianchi arrivati sulle isole e vanta anche del sangue reale indigeno nel suo lignaggio. Da questa discendenza è uscito fuori un piccolo plotone di pallidi fannulloni in sandali e camicia a fiori (i cugini di Matt) che possiede un tratto di costa incontaminata sull’isola di Kauai. Matt ha avuto l’incarico di venderlo. Ma l’affare immobiliare sembra essere l’ultimo dei suoi problemi. Sua moglie giace in coma dopo un incidente nautico. Poco dopo aver appreso che il coma è irreversibile, Matt scopre che la moglie gli metteva le corna. Questa doppia ferita, insieme al fascino schivo di Clooney, fa pendere il pubblico dalla parte di Matt. Ma lo stesso Clooney e il regista Alexander Payne faranno di tutto per mettere in discussione questo legame. Le vicende di Matt procedono tra sorprese, commozione e divertimento. Il cast è perfetto e Payne ha un tocco soave. Definire Paradiso amaro “perfetto” sarebbe una specie di insulto o di tradimento al suo impegno nel descrivere e celebrare l’imperfezione umana.-A.O. Scott, The New York Times

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… E ora parliamo di Kevin
Di Lynne Ramsay. Con Tilda Swinton, John C. Reilly, Ezra Miller. Gran Bretagna 2011, 110’


Potrebbe essere uno dei film più inquietanti mai fatti sul rapporto genitori-figli, ma anche uno dei più misteriosi. Infatti, anche se riuscissimo a capire l’intensità dell’attrito ai limiti del disgusto che corre tra una tipica madre americana e il suo velenoso primo genito, questo non basta a spiegare l’atroce atto di violenza che definirà la vita di entrambi. La nota ansiogena genitoriale che risuona nel titolo, in questo caso, sembra tragicamente irrilevante. Il film è tratto dal best seller di Lionel Shriver in cui una donna scrive una serie di lettere al marito all’indomani di una strage stile Columbine compiuta dal figlio adolescente. La regista Lynne Ramsay, che ha anche scritto la sceneggiatura del film insieme a Rory Kinnear, ha tradotto la forma epistolare in un fluido impasto tra passato e presente che si spiegano e si commentano l’un l’altro. Nel libro di Shriver s’insinuava il dubbio che la rabbia e lo scarso affetto della madre (che ha accettato con difficoltà la gravidanza) nei confronti del figlio potesse essere una delle cause del suo gesto folle. Nel film, invece, la madre appare da subito una vittima di una specie di mostro con l’aspetto di un bambino. Rispetto a come Hollywood tratta i bambini, vale la pena di sottolineare il coraggio del film di Lynne Ramsay che è anche artisticamente molto valido. Essenzialmente è un film horror, dove la componente principale però non è la paura ma il pathos.-Anthony Quinn, The Independent

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War horse
Di Steven Spielberg. Con Jeremy Irvine, Peter Mullan. Stati Uniti/Gran Bretagna 2011, 146’


Nella sua forma originale, War horse era un romanzo per ragazzi sulla follia della guerra, scritto da Michael Morpurgo e narrato dal punto di vista del cavallo, che si scopriva avere sentimenti complessi e una prosa discreta. Poi è stato trasformato in un sensazionale spettacolo teatrale realizzato con le marionette. Spielberg, per la sua versione, ha scelto uno splendido e pittorico realismo: Albert, un giovane del paradisiaco Devon, alleva un baio, Joey, che poi segue in Francia, nella carneficina della prima guerra mondiale. Forse non è il caso di chiedersi perché, mentre sullo sfondo stanno morendo dieci milioni di persone, dovremmo preoccuparci di un cavallo. In ogni caso, vista la scelta realistica di Spielberg, la storia tra il ragazzo e il cavallo appare un po’ banale: la guerra sembra fermarsi, in modo che Albert e Joey possano ritrovarsi.-David Denby, The New Yorker

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Jack and Jill
Di Dennis Dugan. Con Adam Sandler, Al Pacino, Katie Holmes. Stati Uniti 2011, 91’


Ci sono dei film che, loro malgrado, fanno venire i brividi. Un po’ come quando si guardano quelle stucchevoli fotografie di epoca vittoriana con dolci bambini vestiti da angioletti e poi ci si rende conto che ormai sono morti e sepolti. La nuova commedia con Adam Sandler, Jack and Jill, è quel genere di film. Non c’è stata un’anteprima per la stampa, e così sono andato a vederlo, pagando, in un cinema di Londra. La sala era praticamente vuota. Oltre a me c’era un unico altro spettatore. Alla fine, siamo usciti in silenzio, scuri in volto. Siamo passati davanti al banco dove vendono i popcorn e davanti ai cartelloni di altri film, terrorizzati all’idea che qualcuno dicesse qualcosa, terrorizzati all’idea che i nostri sguardi potessero incontrarsi. Era chiaro che ci stavamo facendo la stessa domanda: “Qual è il numero di telefono della Dignitas, la clinica svizzera dove praticano l’eutanasia?”. Adam Sandler non è divertente, c’è Al Pacino che interpreta se stesso, Katie Holmes sembra aggiunta con Photoshop in postproduzione e John McEnroe compare in un cameo così inutile che ho avuto il dubbio di essermelo sognato. In ogni caso, eravamo solo in due a vedere il film. Questa è l’unica cosa che mi ha trattenuto dal prenotare un volo per Zurigo.-Peter Bradshaw, The Guardian

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I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Gerhard Mumelter, del quotidiano austriaco Der Standard


L’era legale
Di Enrico Caria. Italia 2011, 76’


Il film dello scrittore satirico e vignettista Enrico Caria racconta l’irresistibile ascesa a sindaco di Napoli di Nicolino Amore, figlio di un parcheggiatore, populista, cialtrone e pregiudicato, che s’inventa politico e riesce a liberare la città dalla camorra, dall’immondizia e da altri mali endemici, elevandola a un modello di vivibilità ammirato in tutto il mondo. Caria affronta questa bizzarra sceneggiatura ad alto rischio nello stile del falso documentario, facendo raccontare a Isabella Rossellini e a Renzo Arbore in che modo l’improbabile protagonista sia riuscito nella sua impresa. Arricchiscono il film un fiume di interviste “rubate” a personaggi famosi come Giancarlo De Cataldo, Piero Grasso, Carlo Lucarelli e Bill Emmott, che parlano di lotta alla mafia o di legalizzazione delle droghe. È l’ennesima volta che Napoli deve prestarsi  come specchio e  simbolo dei mali che opprimono l’Italia. Ed è l’ennesimo fallimento perché il film, con il suo linguaggio volutamente televisivo, si esaurisce ben presto nei meandri dei luoghi comuni che intende denunciare. L’era legale è un film indigesto e superficiale, che smentisce la diffusa convinzione che per divertire possano bastare alcune idee spassose.

Internazionale, numero 936, 17 febbraio 2012

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