Cinema
I film della settimana
- 15 giugno 2012
- 12.45
C’era una volta in Anatolia
Di Nuri Bilge Ceylan. Con Yılmaz Erdoğan, Muhammet Uzuner. Turchia 2011, 150’

Nuri Bilge Ceylan ci invita a salire a bordo di un’automobile che viaggia attraverso un paesaggio desolato, accanto a un poliziotto malinconico, un magistrato, un uomo ammanettato e un giovane medico spaesato. Ci si addentra in un’oscurità crescente, alla ricerca di un luogo preciso dove l’uomo ammanettato ha sepolto la sua vittima. Questo vagare per la notte anatolica è estenuante ed è stato concepito così proprio per il pubblico. Chi accetterà di sottomettersi a lunghi momenti di disorientamento e di ansia sarà ripagato dal regista con un’alba fatta di rivelazioni e rimpianti che lascia sconvolti e inquieti come l’ultima pagina dei Fratelli Karamazov. In C’era una volta in Anatolia (Gran prix a Cannes nel 2011), Nuri Bilge Ceylan conduce i suoi quattro personaggi verso le loro rispettive epifanie. In questo non c’è nulla di astratto. Il motivo generale dell’intrigo, delitto e castigo, prende una forma perfettamente moderna che contiene osservazioni più o meno ironiche sulla Turchia di oggi. Alla fine del viaggio, lo spettatore, in possesso di tutte le informazioni, dovrà decidere sulle motivazioni e il destino dei quattro personaggi. Dopo aver messo a nudo l’angoscia che impregna il film, il regista chiarisce ogni cosa. Il medico, che fino all’ultimo sembra uno spettatore, diventa il protagonista assoluto, impastato di pulsioni contraddittorie, un alter ego dell’autore che ricorda i protagonisti di altri suoi film. Ma questa volta Nuri Bilge Ceylan ha in serbo un destino più esaltante per il suo personaggio, forzandolo di fronte a una scelta che è l’esito stesso di tutti i dilemmi e le incertezze che impegnano l’umanità, anche laggiù, nell’Anatolia più profonda.-Thomas Sotinel, Le Monde
***
Il dittatore
Di Larry Charles. Con Sacha Baron Cohen, Ben Kingsley, Anna Faris. Stati Uniti 2012, 83’

Nei panni dell’ammiraglio generale Aladeen, leader assoluto dello stato nordafricano di Wadiya, Sacha Baron Cohen ha adottato una strana camminata da cavallo, un fatuo ghigno da asino e una lunghissima barba nera, ovviamente finta. Parla un inglese fricativo, in cui le consonanti restano strozzate nel profondo della gola, alternato con lunghe sparate in uno pseudo-arabo (che per lo più sembra ebraico). Sperduto negli Stati Uniti, Aladeen fa amicizia con un’attivista vegana (Anna Faris) che gestisce il Free Earth collective, un negozio di prodotti biologici di Brooklyn. Nel film, almeno all’inizio, c’è la stessa sgangherata follia di un film dei fratelli Marx degli anni trenta, in particolare La guerra lampo dei fratelli Marx, in cui Groucho fa disastri nei panni di Rufus T. Firefly, leader di Freedonia. Ma Il dittatore ha dei risvolti maliziosi che il film dei fratelli Marx non aveva e punta troppo in basso per uguagliare quel loro mix di anarchia e umorismo surreale.-David Denby, The New Yorker
***
Adorabili amiche
Di Benoît Pétré. Con Jane Birkin, Caroline Cellier, Catherine Jacob. Francia 2o10, 90’

Tre donne intorno ai cinquant’anni, Chantal, Gabrielle e Nelly, decidono di andare insieme al matrimonio di un loro ex, a La Rochelle. Jane Birkin, ancora una volta, interpreta il ruolo di una donna frustrata, Catherine Jacob interpreta la disillusa e Caroline Cellier la sensuale. Non si capisce bene perché le tre donne sono ancora in qualche modo infatuate del loro ex, un insopportabile vanesio. E in effetti le tre cinquantenni sembrano un po’ stupide. Ma sono anche così spiegazzate che nel corso del loro viaggio ci diventano simpatiche. Una serie di canzoni che sentono lungo il viaggio evocano gli anni sessanta, anche se rivisti secondo i gusti attuali, ma finiscono per farci diventare, insieme a loro, un po’ malinconici. Il regista, pur con le migliori intenzioni, finisce per firmare un film piuttosto molle, che non suggerisce mai il senso di rivalsa richiamato nel titolo originale francese, Thelma, Louise et Chantal.-Pierre Murat, Télérama
***
Le paludi della morte
Di Ami Canaan Mann. Con Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan. Stati Uniti 2011, 105’

Le paludi della morte è un classico poliziesco ispirato da una serie di delitti irrisolti, avvenuti in una zona vicino a Houston. Ai fan dei polizieschi molte cose suoneranno familiari. Il poliziotto buono è un newyorchese trapiantato in Texas, va ai funerali delle vittime e ha in ufficio una mappa di tutte le donne scomparse nell’area di Houston, anche al di fuori della sua giurisdizione. Il poliziotto cattivo è più arrabbiato che cattivo, molto arrabbiato, ha qualche trauma nel passato, ma ha anche un cane, quindi una sua sensibilità. La donna poliziotto è l’ex del poliziotto cattivo, lavora in una giurisdizione vicina e quando trova l’ennesima vittima chiede aiuto ai colleghi. Le vittime in generale sono donne, nel dettaglio è Anne, un’adolescente sbandata che i poliziotti hanno cercato di aiutare. I sospetti sono il tipo con gli occhiali, il tipo con i tatuaggi e il pappone con la barbetta strana. Note: non dimenticate la madre tossica di Anne e la moglie comprensiva del poliziotto buono. Ambientazione: cupa, sporca e imprevedibile come il Texas ricreato in Louisiana. Motivi d’interesse: vedere quanto la regista al suo debutto è stata influenzata dal padre famoso (Michael Mann). È il caso di portare al cinema la nonna? Il film è violento e il linguaggio è tosto, alcune sequenze in notturna e la trama intricata potrebbero confondere. Preparatevi a rispondere a domande come: “Ma quello è suo fratello?”, o “Di chi è il telefono che squilla?”.-Lana Berkowitz, Houston Chronicle
***
Benvenuto a bordo
Di Eric Lavaine. Con Franck Dubosc, Valérie Lemercier. Francia 2011, 90’

Il mestiere di critico cinematografico, a volte, espone le persone a dei gravi rischi. Uno dei più terribili, in Francia, consiste nel seguire, con l’assiduità richiesta a una figura professionale, le evoluzioni della commedia brillante nazionale. Purtroppo, con poche eccezioni, si scopre che la commedia popolare non evolve affatto. E che la ripetizione fino alla nausea delle solite ricette con i soliti attori rivolta a un pubblico ben preciso è un genere in sé. Questo naturalmente spinge il critico a farsi determinate domande: abbiamo raggiunto il fondo? O scenderemo ancora più in basso? Per essere onesti va detto che il nuovo film di Eric Lavaine non è peggiore di molti altri che l’hanno preceduto. Ma poteva essere fatto sicuramente meglio. Malauguratamente in certi casi, come in Benvenuto a bordo, il risultato finale ha l’esattezza della matematica: trama scontata, tipologia dei personaggi poco più che abbozzata, caratterizzazioni tirate per i capelli, giochi di parole che cadono fuori bordo, gag imbarazzanti, ritmo altalenante, attori che si limitano al minimo sindacale. E la tentazione di scivolare nella commedia romantica non migliora il risultato finale. In tema di crociere, per evitare di deliziarsi con l’arte francese del naufragio comico, meglio rifugiarsi in illustri precedenti, come Monkey business. Quattro folli in alto mare, film del 1931 di Norman Z. McLeod, con i fratelli Marx, che purtroppo non è tra le fonti di ispirazione di questa brutta pellicola.-Jacques Mandelbaum, Le Monde
Internazionale, numero 953, 15 giugno 2012