Hanif Kureishi
Perché scrivo
- 24 novembre 2011
- 12.01
Hanif Kureishi
Scrivere è un lavoro che richiede molta manodopera. Ci vuole tanto tempo per concludere qualcosa. Dopodiché si tenta di venderla a un mondo che non sa di volerla.
Il mio desiderio di fare lo scrittore – di dedicarmi alle parole e a raccontare storie – risale a quando avevo quattordici anni. Ricordo il momento in cui me ne resi conto, un giorno a scuola, e come dopo il mondo non mi parve più lo stesso, quasi si fosse aperta una porta sul futuro. Però non avevo riflettuto più di tanto su come mi sarei mantenuto, e su come un giorno avrei mantenuto una famiglia, convinto che in un modo o nell’altro me la sarei cavata. I dettagli non avevano importanza, soprattutto perché presi la decisione di scrivere nel 1968, un’epoca in cui, più del pane quotidiano, contava la creatività. E poi gli scrittori che ammiravo – Kafka, Beckett, Kerouac, Henry Miller, tra gli altri – di certo non avevano la dicitura di “scrittore professionista” sulla carta d’identità. Erano artisti, qualcosa di molto diverso, e che io sapessi nessuno di loro si era mai curato del prezzo dei passeggini, né aveva mai mandato i figli a una scuola privata. Due cose che, stando al malizioso parere di Cyril Connolly, per uno scrittore erano letali: “Non c’è nemico dell’arte più cupo di un passeggino nell’ingresso”.
Può darsi che per alcuni diventare artisti presupponga l’abbandono della normalità in favore di una vita bohémienne, ma di scrittori così io ne conosco ben pochi. Scrivere è un lavoro stabile come qualunque altro. La routine attiva l’immaginazione. È per così dire un esprimersi verso l’interno anziché verso l’esterno. La gente invidia gli scrittori perché la scrittura, come forse qualsiasi forma d’arte, è la più appagante delle sublimazioni possibili. Per praticarla non occorre uscire di casa, e l’unico requisito, oltre a un minimo di talento, è possedere biancheria calda seppure non eclatante.
L’idea di “professionismo” credo di averla ereditata da mio padre. Il suo più grande desiderio sarebbe stato vivere di scrittura, anziché fare l’impiegato d’ambasciata, ed era convinto che essere retribuiti rappresentasse un riconoscimento più alto, un elogio più solido e utile di una buona recensione, e qualunque scrittore sarebbe pronto a dargli ragione.
Quando abbandonai la mia prima università, e mio padre era malato – e le cose per me avevano cominciato a precipitare ancor prima di decollare – qualcuno mi disse che forse avrebbe potuto aiutarmi a trovare lavoro a Fleet street. Valutai l’ipotesi, pur sapendo già allora che non avrei mai potuto fare il giornalista. Il giornalismo non somigliava affatto a quel che volevo fare. Era troppo funzionale. Temevo annacquasse il mio stile. E per me era troppo veloce.
In seguito, qualche quotidiano mi avrebbe chiamato chiedendomi un pezzo, spesso su un argomento affascinante, da consegnare il mattino dopo o di lì a due ore e mezza. Io sono in grado di scrivere velocemente. Mi piace, a volte è perfino il modo migliore, procedere a passo di carica, senza esitazioni né inibizioni. Ma essere costantemente sottoposto a quella pressione non m’interessa. Mi assale il panico, mi blocco e scendo al pub.
La parte di scrittura che mi diverte di più è immancabilmente quella che non dovrei fare, tanto da dare a volte il piacere del proibito. Mi piace lavorare alla stessa cosa per molto tempo, tornandoci ripetutamente, aggiungendo, sottraendo e modificando, ascoltando i consigli di editor e amici, fino a quando non riesco più a guardarla, che è poi il momento in cui capisco di aver concluso. Scrivere è un lavoro che richiede molta manodopera. Ci vuole tanto tempo – e una grande resistenza alla noia, alla frustrazione e all’autoflagellazione – per arrivare a concludere qualcosa. Dopodiché si tenta di venderla a un mondo che non sa di volerla.
George Orwell parla, tra il perplesso e il divertito, di coloro che decidono semplicemente di scrivere senza sapere esattamente di cosa. Nessuno scrittore lo sa, né vorrebbe saperlo. Avverte probabilmente un impulso a esprimersi e comincia a scrivere per esplorarlo, scoprirlo. Per creare una personalità. È una modalità di gioco più dialettica che programmatica. Scrivere un saggio, per me, rappresenta l’opportunità di passeggiare e pensare, oltre che di immergermi nella mia biblioteca. È un’occasione per continuare a fare lo studente – che è la cosa più bella del mondo – tentando nel frattempo di scoprire se ho qualcosa da dire.
Spesso gli scrittori si percepiscono, e vengono descritti, come dei nullafacenti, dei perditempo e dei fannulloni, e questo perché buona parte della nostra attività si svolge mentre non lavoriamo, nel nostro inconscio e al bar. Non saprei da dove cominciare a spiegarvi quanto possa essere faticoso guardare fuori dalla finestra interrogandosi sulla propria penna preferita, e sul colore di inchiostro più adatto per quel giorno, e in ogni caso temo che non sarei troppo convincente.
Perdere tempo è comunque sempre più fruttuoso della concentrazione ossessiva. Non lo sarebbe se sapessi in anticipo che cosa penso, soprattutto su argomenti importanti come la scrittura, l’insegnamento, il liberismo e il cosiddetto fondamentalismo religioso. So però di essere interessato a quello spazio in cui s’intrecciano filosofia, letteratura e psicoanalisi, all’interazione tra la mente e il mondo. E che come argomento prediligo la sostanziale estraneità dell’essere umano, a se stesso come agli altri.
Negli anni cinquanta e sessanta il sistema scolastico voleva che gli studenti stessero zitti. Non era interessato a conoscere il loro parere. La creatività dei giovani, il loro coinvolgimento nel nuovo pop, esisteva solo a dispetto dell’autorità. Quasi tutta la mia istruzione scolastica è stata caratterizzata dall’inibizione e dal controllo imposto. Ho dovuto provvedere da solo a liberare la mia immaginazione e imparare a lasciarla spaziare. Dire che l’immaginazione si può allenare può sembrare strano, ma quantomeno è possibile imparare ad ascoltare quel che ha da dire, e a rispondere.
Da quando, all’inizio degli anni ottanta, attraversai un periodo in cui non riuscivo a progredire nel lavoro, al mattino utilizzo il metodo della libera associazione, che lo stesso Freud scoprì, curiosamente, in un manuale di scrittura di Ludwig Börne, meravigliosamente intitolato L’arte di diventare uno scrittore originale in tre giorni. Capii che ero in grado di creare idee ed evitare l’ansia buttando sul foglio parole a caso, scrivendo qualsiasi cosa mi venisse in mente, un po’ come mi servivo dei sogni per far emergere idee e collegamenti. Il mio inconscio la sapeva più lunga di me, era più svelto, spiritoso e sintetico, ma le sue emanazioni andavano organizzate e ponderate.
Il motivo per cui ho sempre saputo di voler vivere di scrittura è che per farlo occorrono impegno e serietà. Tanto per cominciare, non avrei dovuto chiedermi cos’altro mi sarebbe piaciuto fare. E così spariva almeno un’incertezza: in periferia, dove vivevo, gli sbocchi lavorativi erano limitati, criminale o impiegato. Sapevo che il desiderio di fare arte e quello di fare soldi erano solo occasionalmente compatibili. È strano come la curiosità del pubblico sia più spesso rivolta alla routine dello scrittore che a come si guadagna concretamente il pane, che invece è la sua preoccupazione principale.
Quando cominciai a scrivere per il teatro, vivevo di sussidio statale, e guadagnavo pochissimo. Otto anni dopo aver lasciato l’università, scrissi un film di successo, My beautiful laundrette, e accolsi con sorpresa e un certo disorientamento la quantità di assegni che cominciarono ad arrivare presso il condominio popolare in cui vivevo. In fin dei conti non avevo nessuno per cui spenderli, se non me stesso, e sprecai mesi a chiedermi se li meritassi, se me li fosse davvero guadagnati.
Se la scrittura è sostanzialmente un piacere, e se scopri che la gente ti invidia per il mestiere che fai, può venirti qualche dubbio sul fatto di meritare un compenso. Io, alla fine, decisi di comprarmi quello che per uno scrittore è il bene più prezioso: il tempo. Cominciai il romanzo che avevo sempre voluto scrivere. Quello dello sceneggiatore è un ruolo scomodo: il vero artista del film è il regista, e se sei fortunato gli attori faranno sembrare belli i tuoi dialoghi. Il romanziere lavora da solo. La responsabilità è tutta sua.
Ricordo un mattino, dieci anni dopo, quando i miei primi due figli erano piccoli. Stavano giocando con la ragazza alla pari. Nel frattempo, una clandestina sottopagata puliva la casa. Più tardi sarebbe arrivato un tecnico di certo costosissimo a riparare il riscaldamento. Io, intanto, lavoravo a un insulso racconto con il quale avrei guadagnato cento sterline nel migliore dei casi. E mi chiedevo se saremmo riusciti a sopravvivere.
Da allora, come capita a quasi tutti gli scrittori, di alti e bassi ce ne sono stati parecchi e credo che sarà sempre così. Almeno uno dei libri che ho scritto, il mio primo romanzo Il Budda delle periferie, viene ristampato in tutto il mondo da vent’anni, e mi ha procurato un reddito costante, benché non stratosferico. Per la maggior parte degli scrittori, tuttavia, è quasi impossibile prevedere i propri guadagni di lì a un anno, figuriamoci di lì a cinque. Forse è una paura e insieme una speranza comune a chi fa questo lavoro: finire i soldi e dover fare qualcos’altro. Io di paure ne ha tante, tra cui quella di terminare la carta e quella di non riuscire a finire nulla, di avere un computer pieno di pezzi incompleti.
La condizione di scrittore è molto cambiata da quando io ho cominciato a scrivere. Negli anni ottanta le grandi conglomerate cominciarono a comprare le piccole case editrici, e per alcuni scrittori gli anticipi aumentarono a dismisura. Se prima circolavano solo cifre relativamente modeste, ora alcuni editori presero a scialacquare, anche in modo insensato. Una casa editrice poteva ambire ad avere un certo autore nella sua scuderia per acquisire peso, rispettabilità o fare notizia. Ma il problema degli anticipi sostanziosi è la quantità di promozione e stampa a cui gli scrittori devono sottoporsi per ammortizzarli. Non sono costretti a farlo. Ma se non lo facessero l’anticipo successivo potrebbe essere ben inferiore.
Io devo rilasciare almeno un’intervista alla settimana. La cosa non mi dà fastidio, ma così le domande e le risposte sembrano sempre preconfezionate, anche se a qualcuno possono sembrare nuove. Quando ti fanno più volte la stessa domanda, puoi rifiutarti di rispondere un po’ infastidito oppure sforzarti di rendere la cosa interessante, soprattutto per te stesso. Nel corso del tempo, intervista dopo intervista, costruisci un racconto di te che poi continui a sviluppare, finché un giorno non arrivi a crederci. È diventato la storia della tua vita. Il problema delle interviste è che, in generale, le due persone coinvolte hanno scopi diversi. Una vuole piazzare qualche copia del suo nuovo libro a prezzo pieno e fuggire incolume, mentre l’altra vuole scoprire qualcosa di nuovo e magari clamoroso, per poi comunicarlo al mondo. Per fortuna, di solito rimangono deluse entrambe. Alla fine mi chiedo sempre quanti sono quelli che possono vendere il loro prodotto solo vendendo anche una parte di se stessi.
Di questi tempi, lo spazio che separa uno scrittore da una pulce ammaestrata è diventato strettissimo. Si fa molta più promozione, e ci sono molti più mezzi d’informazione. Critici e recensori sono meno influenti, e lo stesso vale per i giornali. Ogni anno nascono nuovi festival e nuove occasioni perché gli autori, accompagnati da un esercito di uffici stampa armati di cartellette, possano mostrare il loro lavoro e i loro corpi, incontrare i lettori e scarabocchiare i frontespizi dei loro libri. Per un autore esistono poche immagini più rincuoranti di una fila davanti al tavolo dove sta autografando i libri, e poche esperienze peggiori del dividere il tavolo con uno la cui fila è molto più lunga. La scrittura è diventata intrattenimento leggero, una sorta di cabaret. È una cosa che ho imparato ad apprezzare, ma molti altri no.
Non c’è alcun legame tra saper scrivere e saper spiegare il proprio lavoro sotto un tendone battuto dalla pioggia a un pubblico di persone che ti fissano come animali famelici davanti a una potenziale bistecca. Ascoltare e leggere sono esperienze diverse. Leggere, scrivere per un lettore ed essere letti sono atti intimi, e c’è qualcosa, nella pretesa di raccontare quel che hai fatto, che può impoverirlo, talvolta orribilmente. Ci sono scrittori che scelgono la parola scritta perché faticano a parlare in modo diretto. Molti sono innamorati della solitudine. In entrambi i casi, la buona scrittura dovrebbe resistere all’interpretazione e al bisogno di applausi.
Molti scrittori, naturalmente, lavorano come insegnanti, per denaro, piacere e distrazione. Si dice che il due per cento della popolazione abbia un romanzo nel cassetto. A quanto pare, il numero sta crescendo. L’offerta di corsi di scrittura è aumentata enormemente. Molti di questi studenti non possono che diventare insegnanti a loro volta, e personalmente sono scettico nei confronti di chi di mestiere insegna scrittura creativa. Gli insegnanti più utili sono gli scrittori “veri”, quelli che considerano il lavoro con gli studenti come un aspetto del loro mestiere.
Ma resta scarsa l’offerta di consigli pratici e realistici per i giovani scrittori, soprattutto su quanto sia difficile guadagnarsi da vivere decorosamente. Qualsiasi artista deve esistere in un rapporto funzionale con il mondo reale. Dei miei studenti, i più avveduti e pragmatici sono quelli di cinema, perché fare film significa confrontarsi continuamente con questioni di budget e di tempo. Chi fa letteratura, nel migliore dei casi è folle e promiscuo: di mestiere inventa persone, gli mette in bocca delle parole, gli entra in testa, ci si trastulla e spesso gli rovina la vita. Qualcuno può anche definirsi realista; ma resta il fatto che buona parte del mondo materiale è intangibile, poiché è fatto di sogni, fantasie, proiezioni paranoiche e immaginazione. L’unica rappresentazione che si avvicini a cogliere questo caotico insieme nella sua interezza è la letteratura.
Il saggio è un monologo, una sorta di discorso diretto, per giunta sussurrato. È una forma flessibile, come un racconto o un romanzo, e può accogliere quasi ogni tipo di contenuto. Può essere intellettuale come nel caso di Roland Barthes o Susan Sontag, informale e disinvolto come in Max Beerbohm, oppure composto e minimalista come in Joan Didion.
A differenza dei testi accademici, di solito un saggio si scrive per il lettore comune, anziché per esperti o studenti. Per chi siede su una sdraio, non dietro una scrivania. Un saggio non dovrebbe contenere note né eccessive informazioni. Come forma di scrittura somiglia più a una meditazione che a un atto persuasivo. È così che il bel saggio di Robert Louis Stevenson Elogio dell’ozio mi ha incoraggiato, com’era giusto, a una maggiore indolenza: “La devozione perpetua a ciò che un uomo chiama i suoi affari può essere sostenuta soltanto dal perpetuo oblio di molte altre cose”.
Può darsi che l’ozio sia la levatrice dell’arte, ma in me il desiderio di scrivere non è diminuito nel corso degli anni. Semmai è aumentato. C’è ancora la stessa tensione quotidiana a raggiungere un briciolo di verità, o perlomeno a buttar giù qualche parola. Oppure, meglio ancora, ad avere una buona idea prima di andare a letto, un’idea che possa far avanzare il lavoro. Mi piace essere sorpreso da quel che scrivo, e a volte mi capita perfino di ridere davanti ai risultati. Sono il mio primo lettore. Se qualcosa piace a me, forse piacerà anche agli altri.
Spesso mi domando se ormai non ho detto tutto. Potrei tranquillamente ripeterlo da capo e a metà prezzo, ma uno non smette mai di crescere, di seppellire vecchi sé, cercare nuovi ostacoli e nuove resistenze nel materiale, e desiderare di appuntare parole alle cose. Non sono sicuro che esista uno scrittore che smette definitivamente di sentirsi goffo, o a tratti superficiale. Ci sono cose che non gli riusciranno mai bene, cose sulle quali vorrà lavorare. Con l’età, gli scrittori rallentano, leggono di più, e lottano contro la disperazione. Ma anche durante il declino, pochi artisti sono disposti a rinunciare alla creatività. È sempre emozionante essere raggiunti da una buona idea. La fine di una vita è interessante quanto il suo inizio. Se chiedete a uno scrittore quale delle sue opere preferisca, la risposta non potrà che essere: quella che devo ancora scrivere.
Traduzione di Matteo Colombo.
Internazionale, numero 924, 18 novembre 2011
Hanif Kureishi è uno scrittore britannico di origine pachistana. Il suo ultimo libro è Tutti i racconti. Il titolo originale di questo articolo è “The art of writing”.
© 2011 Hanif Kureishi/Agenzia Santachiara.