Internazionale

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India

La mia estate nel call center indiano

  • 25 gennaio 2012
  • 14.03

Andrew Marantz, Mother Jones, Stati Uniti

Per parlare al telefono con clienti statunitensi, australiani e inglesi, i dipendenti devono fare corsi di “cultura internazionale”. E non dire mai dove si trovano.

Schiacciato contro la vetrina di uno showroom della Toyota, sto tentando di rimanere in una striscia d’ombra sempre più sottile. L’afa di mezzogiorno è al culmine, e a New De­lhi, a giugno, dura quasi tutto il giorno provocando un torpore generale. Sto aspettando da un’ora e mezzo un’auto aziendale che dovrebbe portarmi in un call center dall’altra parte della città, dove un “formatore culturale” indiano mi insegnerà a sembrare australiano.

Su uno sgabello accanto a me, una guardia in uniforme si è appisolata con il fucile appoggiato sulle gambe. Dietro la vetrina dello showroom, che due ragazzi stanno pulendo con degli stracci, una decina di berline rosse scintillano su un lucido pavimento bianco. Sul bordo sterrato della strada, alcuni bambini vanno a scuola tenendosi per mano.

I call center, giustamente, non si fidano dei mezzi di trasporto indiani, motivo per cui le macchine aziendali – in genere delle Toyota Qalis bianche – sono diventate un benefit molto comune. Questa mattina ventiquattro neoassunti, tra cui il sottoscritto, saranno convogliati da vari angoli della città verso la sede di una piccola azienda chiamata Delhi Call Centre. Per tre settimane un formatore culturale ci istruirà sull’arte della conversazione, sulla cultura pop australiana e sui contratti di telefonia mobile che dovremo riuscire a vendere. Chi di noi supererà il corso di formazione sarà promosso all’area chiamate.

Il nostro primo incarico sarà disturbare gli australiani a cena e chiedergli di cambiare operatore telefonico. Solo a New Delhi circa centomila telefonisti si guadagnano da vivere vendendo vitamine agli inglesi e aiutando gli americani a far funzionare la stampante. Quasi certamente sono l’unico ad aver imparato l’arte della conversazione per caso, ovvero nascendo negli Stati Uniti.

Il mio cellulare vibra. Il tempo di portarlo all’orecchio e sento una voce maschile roca che strilla in hinglish, un miscuglio rapidissimo di hindi e inglese. “Sono allo showroom Toyota!”, rispondo urlando. “Bene, signore, arrivo tra venti minuti”.

Sapendo che “venti minuti” è un’espressione hinglish per dire “mezz’ora”, richiamo dopo quaranta minuti. Questa volta mi risponde una donna: “No problem, sir, venti minuti”. Gli occhi mi bruciano per colpa della crema solare che, mista al sudore, mi è colata dalla fronte. Alle mie spalle i ragazzi continuano a pulire la vetrina. Le tracce che lasciano si confondono con quelle che eliminano.

Ogni mese migliaia di indiani lasciano i loro villaggi sull’Himalaya o le loro cittadine di pescatori per cercare lavoro nel business process outsourcing (Bpo, esternalizzazione dei processi aziendali), che comprende il servizio clienti, le vendite e tutte le attività per le quali le aziende straniere impiegano degli indiani. La concorrenza è feroce. Non ci sono dati attendibili, ma ogni anno le persone a caccia di un posto di lavoro in questo settore potrebbero essere milioni. Molti sono brillanti neolaureati, ma le loro conoscenze di econometria e storia sovietica non servono a granché nei colloqui di lavoro. Per questo si buttano su flashcard e audiocorsi cercando di perfezionare la pronuncia dei tipici shibboleth (parole difficili da pronunciare) della lingua inglese, come wherever, pleasure, socialization, usati dai reclutatori per distinguere i candidati papabili da quelli ancora influenzati dalla lingua madre. Molti non superano la selezione e tornano a casa ancora più indebitati. I più fortunati ottengono un alloggio spartano e, grazie alle differenze di fuso orario, passano le notti in uffici climatizzati. Guadagnano fino a ventimila rupie al mese, circa cinquemila dollari all’anno, ma raramente resistono così a lungo.

In un paese dove il reddito pro capite medio è di circa 900 dollari all’anno, gli stipendi dei lavori esternalizzati corrispondono a quelli della classe media. Quasi tutti gli operatori di call center, però, preferiscono dormire in miseri pensionati, mangiare poco come i monaci e mandare i loro guadagni a casa. I milioni di telefonate che fanno e ricevono costituiscono uno dei più grandi scambi interculturali della storia.

Telefono senza fili
Le ditte indiane di questo settore lavorano con aziende di tutto il mondo, ma nella maggior parte dei casi i call center sono rivolti agli statunitensi. Anche se i nuovi assunti devono parlare un ottimo inglese, molti di loro non hanno mai interagito con uno straniero. Per guadagnarsi le cuffie, devono seguire un corso di formazione che dura da un minimo di una settimana a un massimo di tre mesi. Si comincia dall’allenamento della voce, per “neutralizzare” la pronuncia e la dizione eliminando le vocali tipiche dell’hinglish.

Parlare hindi in ufficio è uno strappo che può costare il licenziamento. Poi si passa alla “formazione culturale”. I partecipanti imparano modi di dire e capitali degli stati americani, studiano spezzoni del telefilm Seinfeld e foto di Walmart, mangiano in mense dove gli servono hamburger al paneer (un formaggio tipico indiano) e pizza con salame d’agnello. I docenti dicono di insegnare una materia chiamata “cultura internazionale”, cioè un ibrido distorto di segni linguistici indiani e occidentali pensato per essere riconosciuto da tutti senza essere familiare a nessuno. Il risultato è una traduzione comicamente approssimativa, una specie di telefono senza fili che fa girare miliardi di dollari. “La competenza più utile nell’India di oggi”, scriveva il Guardian nel 2003, “è la capacità di abbandonare la propria identità per scivolare in quella di qualcun altro”.

Quando, con due ore di ritardo, arriva l’auto, mi ritrovo seduto accanto ad altri due nuovi assunti. I bocchettoni dell’aria condizionata emettono un soffio anemico, efficace quanto un cubetto di ghiaccio in una palude. Mentre siamo bloccati nel traffico, il mio collega Nishant mi chiede di dove sono. “Sei americano?”, dice. “Ora ti spiego cos’è l’America”.

Devo sembrargli diffidente, perché si affretta a precisare che, dopo anni passati a lavorare per cinquanta ore a settimana, ha probabilmente parlato con molti più americani di me. “Gli Stati Uniti non sono solo rose e fiori, come vi dicono”, mi rivela. “La verità è che il 90 per cento degli americani fa le cose più stupide e irrazionali. So quel che dico. Allo stesso tempo, però, sono generosi, e il restante dieci per cento è sveglio, molto sveglio. Per questo governate il mondo”.

Cresciuto nello stato rurale di Haryana, Nishant ha tratto la sua visione del mondo dai film di Sylvester Stallone che guardava dal vicino. Come tutti i maschi del suo villaggio, sognava di vivere in California. “Mi sembrava il paese delle meraviglie, dove nessun bambino ha mai fame e tutti guidano bolidi tipo la Ford Mustang rossa”. Nishant, che oggi ha 26 anni, si è trasferito a New Delhi a 18. Il suo primo lavoro consisteva nel rintracciare degli statunitensi morosi: “Durante il corso di formazione ci hanno detto: ‘È semplicissimo. I soldi li hanno, solo che non vogliono pagare’. Poi ci hanno detto: ‘Minacciate di abbassare il giudizio sulla loro solvibilità. Gli americani non possono vivere senza un buon credit score’”.

Il primo giorno Nishant si è messo le cuffie, ha composto il numero sullo schermo e si è ritrovato a parlare con una sessantenne del Tennessee. Aveva 400 dollari di spese mediche da saldare. “Le ho detto: ‘Paghi e non se ne parla più, no?’. Mi ha risposto: ‘Lei non capisce. Non posso pagare’”. Hanno parlato per tre quarti d’ora, la donna si è messa a piangere mentre raccontava a Nishant della guerra in Iraq e del suo impatto sulle famiglie statunitensi. “Alla fine piangevo anch’io”, ricorda Nishant. Quello stesso giorno ha chiamato un signore che viveva in una roulotte. “Gli ho chiesto: ‘Cos’è una roulotte?’. Mi ha risposto: ‘È una casetta di metallo. La temperatura supera i 32 gradi. Non abbiamo il bagno’”. Nishant mi ha detto di aver scoperto più cose sugli Stati Uniti in quel primo giorno di lavoro che nel corso di tutta la sua infanzia.

Quando ho deciso di cercare lavoro in un call center sono andato a Gurgaon, un centro industriale e finanziario a 30 chilometri da New Delhi. Gurgaon è stata costruita trent’anni fa. Fino al 1979 c’erano solo terreni incolti, poi il principale gruppo immobiliare indiano, Dlf, ha cominciato a comprare appezzamenti. Oggi Gurgaon è una non città. Durante il mio soggiorno non ho visto nemmeno un marciapiede, un negozio di alimentari o un giardino pubblico. C’era solo qualche mucca che vagava per le strade bruciate dal sole tra i grattacieli pieni di uffici.

Ho aperto un pezzo di carta bagnato di sudore su cui avevo scritto l’indirizzo dell’ufficio esternalizzazioni della Ibm. Visto l’alto tasso di dimissioni, le grosse ditte di servizi esternalizzati sono sempre pronte ad assumere. Chiunque può presentarsi e fissare un colloquio. Il mio non è andato come previsto.
“Hai fatto quattro anni di studi universitari?”, ha chiesto la reclutatrice, tenendo la penna sospesa sopra il mio curriculum.
“Sì”, ho risposto.
“Il tuo ramo?”.
“Scusi?”.
La donna ha sospirato. “Cosa hai studiato?”.
“Religione, anzi, scienze umanistiche”.
Ha fatto una smorfia e ha scarabocchiato qualcosa.
“Cosa fa tuo padre?”.
“È medico”.
“Tua madre è casalinga?”.
“No, è medico anche lei”.
“Anche lei medico! Perché non hai seguito le loro orme?”.
“Perché… non mi andava”.
“Non ti andava?”. Non riusciva più a nascondere la sua esasperazione.
“Negli Stati Uniti le cose funzionano in modo diverso”, ho spiegato con un filo di voce.
Si è alzata e mi ha teso la mano. “Ti faremo sapere se cerchiamo qualcuno”.

Il giorno dopo a New Delhi ho notato un annuncio sulla vetrina di un negozio: “Offerte immediate di lavoro nel settore Bpo. Servizio gratuito e sicuro!”. Sono entrato. L’elettricità era saltata. Seduta a una scrivania illuminata da alcune candele, una giovane reclutatrice ha attaccato a parlare con un accento americano esagerato, come un personaggio dei Monty Python. “Se ti do un argomento”, ha chiesto, “sei in grado di parlarne per trenta secondi di fila? L’argomento è: la tua città”. Ho preso a sciorinare fatti su New York – “Per strada vendono hot dog. C’è una via che si chiama Madison avenue” – finché lei mi ha interrotto.

“Bene, Andrew. In realtà non ci interessano tanto i contenuti quanto il tono e la sicurezza della voce, che nel tuo caso sono lieta di definire eccellenti, motivo per cui ti segnalerò come un ottimo elemento. Complimenti”. Sapevo che stava recitando un copione, eppure non ho potuto fare a meno di provare una punta di orgoglio. “Il che vuol dire che sei appena stato selezionato per il nostro esclusivo corso di ricerca di un lavoro nel settore Bpo, che si terrà domenica. Il che vuol dire che ora devi pagare cinquecento rupie”. Ho sborsato la somma, undici dollari, l’equivalente di una settimana di paga media di un lavoratore indiano.

A scuola
Il “corso per migliorare le nostre competenze” consisteva in una tizia che leggeva un libretto fotocopiato mentre io e altre novantanove persone prendevamo appunti. “Cos’è un call center secondo voi?”, urlava. Poi, senza darci il tempo di aprire bocca, recitava la risposta corretta: “Un call center è un posto dove” – con un cenno ci esortava a scrivere – “prestiamo dei servizi ai nostri clienti e” – pausa, tutti annotavano – “il responsabile dell’assistenza clienti gestisce le richieste di informazioni”.

Per cinque ore siamo rimasti inchiodati ad ascoltarla recitare l’intero opuscolo, che spaziava da “gli elementi di modulazione della voce” a come vestirsi per un colloquio di lavoro a che tipo di clienti ci sarebbero potuti capitare. “Primo tipo: l’eccentrico!”, gridava la tizia. “Secondo, l’arrogante!”. “Terzo, il cafone!”. “Quarto, l’attaccabrighe!”. “Quinto, il circospetto!”. “Sesto, l’aggressivo”. “Settimo, il mite”. “Avete domande?”. “Scusi”, ha chiesto un ragazzo seduto in prima fila, “lei ha detto che la cravatta dovrebbe arrivare a metà busto, giusto?”. “Sì”. “Ma io non ho cravatte. In India non portiamo la cravatta”. “È vero”, ha risposto lei. “Ci sono altre domande?”.

Grazie alle mie freschissime competenze comunicative, ho trovato un posto alla Delhi Call Centre. Il primo giorno l’auto aziendale ci porta a Okhla, una fangosa zona industriale sulle rive del fiume Yamuna, lasciandoci di fronte all’anonimo cancello metallico di un bunker in cemento bianco. Dopo aver superato delle scale e un architrave decorato da una svastica di buon auspicio, ci ritroviamo in una sala conferenze che odora di disinfettante. Mentre aspettiamo, mi guardo attorno: quasi lo stesso numero di donne e di uomini, quasi tutti tra i venti e i trent’anni e di estrazione borghese. Se fossi indiano, sarei perfettamente inserito. Ma con i miei capelli rossicci e la pelle chiara, sono un ufo.

“Che sta facendo?”, sussurra in hindi una ragazza alle mie spalle.
“Sta scrivendo!”, risponde il suo amico.
“Scrivendo cosa?”.
“Non lo so, chiediglielo!”.
Dopo un’ora di attesa entra la nostra trainer, Lekha, una ragazza alta, magra e con gli occhi sgranati da bambola. Ha un accento che nelle alte sfere del settore Bpo è definito “perfettamente neutrale”: le vocali sono morbide e lunghe, la “r” è un ragionevole compromesso tra alveolare e monovibrante alveolare. “La formazione dura tre settimane”, ci spiega. “Comprende lezioni di pronuncia e di cultura. Diamo per scontato che voi tutti abbiate già un accento più che decente”. In tono scherzosamente minaccioso, elenca le regole: è vietato bere, mangiare e usare il cellulare. Inoltre, aggiunge per punzecchiarci, ci prenderà una rupia per ogni parola non inglese che sentirà in classe. “Avete domande?”. “Quando ci pagherete?”, chiede un ragazzo con un berretto da baseball della Nike, occhiali da sole con le lenti gialle e una barbetta curatissima. Se fossimo a New York direi che è un party promoter di Long Island City.

“Molto spiritoso”, risponde Lekha. “Sarete pagati, anche per le tre settimane di formazione, ma solo tra due mesi. Sapete come funziona qui: non vogliamo che la gente sparisca appena finisce il corso”.

Durante la prima pausa sigaretta, Mr Long Island City mi rivela che invece il suo piano è proprio quello: si è già fatto una quindicina di corsi in varie ditte di New De­lhi. “Che senso ha rimanere per sgobbare? E poi”, aggiunge con un sorriso malizioso, “così incontri molte più ragazze”. Dopo la pausa facciamo un giro degli uffici ancora vuoti (gli operatori arriveranno più tardi). Gli ingombranti computer hanno un’aria tra il rétro e l’antidiluviano. Come ammette la stessa Lekha, Dcc non è “uno di quei posti tipo Dell o Ibm, con le postazioni di lavoro all’avanguardia e la mensa con McDonald’s”. A quel punto le torna in mente un’altra regola: “È vietato allontanarsi durante gli orari di lavoro. Potete uscire qui fuori a fumare, ma senza oltrepassare il cancello”.

Nella pausa successiva chiedo a Mr Long Island City se questa regola non gli sembra strana. “No, è per ragioni di sicurezza”, mi spiega. “Soprattutto per le ragazze. Non sai mai cosa può succedere”. Un altro compagno di corso ha una teoria diversa: “Là fuori c’è l’India, amico”, mi fa, indicando il cancello, oltre il quale vediamo una capra che urina. “Se usciamo e rientriamo, rischiamo di portare dentro l’India”.

Vent’anni fa, prima che l’India aprisse i suoi mercati al resto del mondo, le prospettiva di carriera qui erano poche. Gli uomini potevano diventare operai o magari funzionari, ma le donne, anche le più ambiziose, spesso cedevano alle pressioni sociali e rimanevano a casa. Oggi quasi la metà degli impiegati nei Bpo è composta da donne, e molte guadagnano più dei loro genitori. I sostenitori dell’economia di mercato, che tendono a confondere l’aumento degli stipendi con l’aumento della felicità, si sono affrettati a celebrare l’India per la sua “maturità” economica. Ma la verità è più complessa: secondo i sondaggi, poter contare su un crescente benessere non sempre rende felici.

Gli operatori dei call center ottengono l’indipendenza economica a rischio di perdere la loro identità. Nei Bpo lo stipendio è proporzionale alla capacità di occidentalizzare il proprio nome, l’accento e, almeno in parte, il proprio atteggiamento. Scimmiottare la cultura occidentale era già una moda. Nei Bpo è diventata una politica aziendale. Gli operatori sanno che il loro lavoro esiste solo grazie allo scarso valore che il mercato globale attribuisce alla manodopera indiana. Più abbracciano la logica del capitalismo globale e più devono fare i conti con la consapevolezza di valere meno.

Ogni giorno, alla fine delle lezioni, l’auto aziendale mi riporta davanti allo showroom della Toyota. Da lì prendo una stradina sterrata, poi giro in un vicolo così stretto che una mucca e un essere umano ci stanno a malapena (parlo per esperienza). Come gran parte degli operatori di Bpo che non sono di New Delhi, ho affittato una stanza in una pensione. Per l’equivalente di ottanta dollari al mese ho una cella di sei metri quadri con un letto matrimoniale di compensato, un ventilatore al soffitto e due finestre coperte da fogli di giornale, oltre a due pasti caldi.

Nella pensione ho conosciuto Satish, un ragazzo esile e occhialuto che si occupa di computer e sembra sempre raffreddato. Un giorno mi ha tirato per una manica e mi ha sussurrato che quella sera sarebbe venuta Shail, la sua ragazza. Shail vive in una pensione per ragazze in fondo alla strada, ma i due non si vedono quasi mai perché lei fa il turno di notte in un call center. Shail ha 23 anni e viene da una cittadina dell’Uttar Pradesh. Al college si è diplomata con il voto più alto, ma ha sempre saputo che sarebbe finita a lavorare in un call center. Risponde al telefono per conto dell’azienda statunitense Target e dice ai clienti quanto credito gli rimane sui loro buoni regalo. Il lavoro è noioso, ma almeno sta “imparando a sentirsi indipendente” e mette da parte i soldi per la sua dote.

Shail è una ragazza sveglia e simpatica, una bellezza acqua e sapone. Le ho chiesto dove ha conosciuto Satish. “Su internet”, mi ha risposto con una risatina. “Sulla chat di Yahoo. Mi ha fatto la proposta senza avermi mai vista. Ero così imbarazzata”. Satish aveva scelto a caso il suo nickname e le aveva “fatto la proposta” di uscire. In seguito mi ha raccontato che l’aveva già fatto con decine di ragazze. “Abbiamo cominciato a parlare e mi sono resa conto che mi amava davvero. Dopo qualche mese, ho accettato la sua proposta”.

Satish e Shail vorrebbero lavorare per qualche anno a New Delhi prima di sposarsi e trasferirsi in Tamil Nadu, lo stato di origine di Satish. Quando smetto di farle domande, Shail ne fa una a me. “Ho notato che alcuni americani non apprezzano gli indiani. Diventano sgarbati appena scoprono che sono indiana. Come mai?”. Balbetto qualcosa sul protezionismo, ma la verità è che non so cosa dire.

La mattina seguente, di sabato, esco sul tardi a fare colazione. Al mio ritorno trovo un uomo seduto sul mio letto, vestito di tutto punto e addormentato. Scopro così che la mia cella è diventata una “camera doppia” e che Amit è il mio nuovo compagno di stanza. Sta recuperando dopo un triplo turno di 36 ore in un’azienda che fornisce assistenza informatica. Per un mese io e Amit dormiamo nello stesso letto. È abbastanza largo da permetterci di non toccarci, ma ognuno sente l’altro respirare. Le notti in cui salta l’elettricità e il ventilatore si ferma, rimaniamo svegli a sudare, imprecare e invocare un po’ di sollievo.

Faccio amicizia anche con Arjuna, un ragazzo in carne con una fossetta sul mento. Affitta un bilocale nel quartiere. Tra i suoi hobby ci sono suonare la batteria e i viaggi in moto da solo sull’Himalaya. Anche nell’opprimente afa estiva non esita a indossare la sua tuta da motociclista: bomber nero, stivali neri e bandana intorno al collo. Arjuna mi racconta che ha passato i primi sei mesi del 2003 a raccogliere fondi per il Partito repubblicano degli Stati Uniti. Lavorava per l’azienda di outsourcing Hcl e doveva chiamare gli iscritti al partito invitandoli a fare una donazione. Arjuna dice che si divertiva, però era contrario a Bush, soprattutto alla guerra in Iraq. Gli chiedo se si sente responsabile della sua rielezione. “Per fortuna all’epoca non ero molto bravo”, ammette.

Mentre ripercorre gli otto anni di lavoro passati nel settore, i suoi occhi si accendono. Arjuna contava di lavorare nei call center solo per qualche mese. Oggi, a 34 anni, si sente in trappola. Lavora ancora per la Hcl, dove si occupa di assistenza ai clienti per conto della British Telecom. “Sono anni che ‘perfeziono le mie competenze’”, osserva con amarezza. “Quali competenze? L’accento e la dizione? E questo dovrebbe assicurarmi una carriera?”. Arjuna è nato a Calcutta e non è mai andato d’accordo con i genitori. “Negli Stati Uniti ve ne andate di casa dopo il liceo o il college”, dice. “Qui non funziona così”.

In famiglia si aspettavano che restasse a casa, lavorasse nella banca dove lavorava il padre e sposasse la sua fidanzatina del liceo. Invece ha sconvolto tutti trasferendosi a New Delhi. I Bpo facevano al caso suo. I corsi di formazione culturale gli hanno fatto scoprire società dove i ragazzi vivono come vogliono. Con il suo accento americano impressionava i colleghi. E quando ha ricevuto il primo stipendio, ne ha assaggiato il potere liberatorio. Ben presto, però, i suoi interessi personali hanno cominciato a sembrargli meno interessanti. Non era più in contatto con la famiglia e la sua fidanzatina del liceo era rimasta a Calcutta e aveva incontrato qualcun altro, mentre lui a New Delhi non aveva trovato nessuno.

Il secondo giorno di “formazione culturale” Lekha disseziona la psiche australiana in venti minuti. “Vi elencherò alcuni fatti”, attacca. “L’Australia è nota per essere il pae­se più stupido. Fino a poco tempo fa non esistevano i college. Quindi dovete parlare lentamente”. Un ragazzo con il turbante accanto a me annota “parlare lentamente” nel suo quaderno. “Anche dal punto di vista tecnologico sono un po’ arretrati. L’australiano medio, per dire, ha il Nokia 3110 classic”. L’informazione scatena una risatina generale. “Gli australiani bevono sempre”, continua Lekha. “Se chiamate il venerdì sera, saranno sistematicamente ubriachi. Ah, e non provate a fare conversazione sugli animali, mi raccomando. Sull’argomento sono piuttosto suscettibili”.

“Che tipo di persone sono gli australiani?”, chiede qualcuno. “Be’, come prima cosa”, risponde Lekha, “è inutile negarlo: sono razzisti. Non amano gli indiani. Il termine preferito per indicarci è brown bastards. Se sentite espressioni del genere, riattaccate”.

E qui finisce la nostra lezione di sociologia sull’Australia. Passiamo alla geografia. Lekha disegna un cerchio sulla lavagna e lo divide in spicchi. “Naturalmente sapete tutti che l’Australia è divisa in sei stati”. A quanto pare sono l’unico che ignorava la cosa. Dopo dieci minuti passiamo al capitolo “pseudonimi inglesi”. Lekha ci spiega che al lavoro avremo dei nomi non indiani, “tranne Andrew, che può tenere Andrew”. Alcuni scelgono un nome che somiglia al loro (Adarsh diventa Adam), altri prendono il nome di un personaggio famoso. Lekha ci consiglia di non usare l’espressione “call center” durante le chiamate. Inoltre non dovremo dire dove ci troviamo o che ora è da noi, a meno che non ci venga chiesto esplicitamente.

Quando manca poco alla fine della lezione, Lekha porta la conversazione sul sottoscritto. È vero che alloggio in una pensione per indiani? “È vero”, rispondo. “Non volevi vivere con gli altri stranieri?”, mi chiede. “No”, rispondo. “In genere ordinano pizza a domicilio e si lamentano del caldo. Volevo vivere un’esperienza più completa”. “Quindi hai qualcosa contro i tuoi connazionali?”, mi chiede. Per lei, come per i miei colleghi, è assolutamente normale che i bianchi vogliano autosegregarsi e mangiare cibo insipido.

A pranzo e durante le pause chiacchiero con vari colleghi. Vidya ha 19 anni ma sembra più giovane. È una bravissima studentessa di chimica, ma ha dovuto sospendere l’università per aiutare la famiglia. Indossa jeans a vita bassa e magliette con scritte scintillanti del tipo “No Angel”, e passa gran parte delle pause a flirtare con Mr Long Island City. Le altre ragazze – soprattutto le poche sposate, sulla trentina e che portano il più tradizionale salwar kameez – passano le pause a sparlare dell’attrice Vidya Balan.

Sono l’unico del mio corso che non ha mai lavorato in un Bpo. Gli altri hanno tutti aneddoti legati alle loro precedenti esperienze, che chiamano “processi”. Nidhi preferisce i “processi in entrata” (cioè rispondere alle chiamate) ai “processi in uscita” (fare le chiamate), perché non le piace disturbare la gente. Quasi tutti hanno lavorato nel campo delle “vendite estreme”. Rohan e Sube dicono di preferire i “finti processi” (le truffe). “È semplicissimo”, mi spiega Rohan. “Chiami un cliente americano e gli dici: ‘Il governo regala soldi!’”. “Basta dire ‘regala soldi’ e lasciar reagire le persone”, conferma Sube.

Rohan prosegue: “A quel punto dici: ‘Deve solo darmi qualche informazione, poi non si preoccupi, riempiamo noi la domanda, lei non deve fare nulla. Deve solo pagare il servizio’”. “In realtà non c’è nessuna domanda, nessun servizio”, dice Sube, con gli occhi che brillano. “Ti danno tutte le informazioni al telefono, ma tu non scrivi nulla, annoti solo il numero della carta di credito. Poi ti prendi la tua provvigione e la settimana seguente l’azienda stacca il telefono”.

Tutti sono felici di farmi un resoconto delle diverse nazionalità che hanno incontrato. “Gli inglesi s’innervosiscono”, afferma Nidhi. “Gli americani invece urlano”, osserva Sube. Tutti mi assicurano che la maggior parte dei clienti si comporta bene, però hanno aneddoti sulle telefonate migliori e peggiori. “Ricordo un tizio che mi ha chiamato e se n’è uscito dal nulla con una cosa come: ‘Pachistano di merda!’”, mi racconta Arnab durante una pausa. “Non ce la prendiamo per queste cose, fanno parte del lavoro. Così gli ho risposto, con molta calma: ‘Se fossi un pachistano, signore, sarei un pachistano che l’aiuta a riparare il suo computer’. Alla fine si è scusato e mi ha dato il massimo dei punti nella valutazione della telefonata”.

Con i suoi capelli impomatati, i denti bianco perla e quel suo modo affabile di darmi grandi pacche sulla schiena, Arnab potrebbe essere un deputato statunitense. Solo dopo diverse chiacchierate scopro che, durante il suo dottorato alla prestigiosa Jawaharlal Nehru university, era anche un militante marxista. Lavora nei Bpo perché la sua famiglia ha bisogno di soldi, ma il suo sogno è organizzare i lavoratori: “Sto riflettendo su come far crollare il sistema dall’interno. Nel frattempo incasso con piacere la loro paga”.

Per problemi legati al visto non ho portato a termine la formazione, ma sono rimasto in contatto con alcuni colleghi. Molti di loro hanno mollato poco dopo di me per lavori pagati meglio. Un anno dopo Arnab ha abbandonato i suoi sogni marxisti e ora lavora alla Dartnell Publications, un’azienda statunitense che ha un ufficio a New De­lhi. Scrive newsletter sulle strategie di management. Ormai costella le sue email di espressioni come take it easy e no worries e si firma Joe. Mi dice che la formazione culturale ora gli sembra un pessimo tentativo di lavaggio del cervello. “Ci chiedono di odiare tutto ciò che è indiano e di amare tutto ciò che è occidentale, ma non li prendiamo mai sul serio”, spiega. Gli è stato chiesto di mangiare cibo americano e di ascoltare musica americana. “Ma tutto questo non ci ha resi meno indiani”.

Arjuna è più combattuto. Si occupa ancora di assistenza ai clienti, è ancora sull’orlo della depressione ed è ancora single. Non ha mai imparato a frequentare una ragazza senza impegno, come fanno gli americani. Ma non si è mai neanche rassegnato a usare i siti di annunci matrimoniali, popolarissimi in India. “I matrimoni combinati sono una buffonata”, dice. Arjuna è troppo occidentalizzato per essere felice in India. Parla con l’accento americano, ascolta rock americano e il suo malessere è tipicamente americano. Ammette che la sua vita sarebbe stata più semplice se non si fosse allontanato da casa. “Ho passato l’adolescenza a cercare il mio vero io”, dice. “A volte ho l’impressione di averlo distrutto. Mi sento sospeso a metà”.

Traduzione di Fabrizio Salulini.

Internazionale, numero 932, 20 gennaio 2012

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