Internazionale

mercoledì 22 febbraio 2012 aggiornato alle 18.39

Italieni

Come sarà l’Italia del futuro

  • 21 novembre 2011
  • 12.14

Tobias Jones, The Guardian, Gran Bretagna

Le misure di austerità trasformeranno il paese. Con grandi rischi ma anche molte opportunità.

Carlo Levi una volta paragonò l’Italia a un carciofo: ogni foglia ne nasconde un’altra, ogni strato ne protegge un altro e lo tiene “gelosamente nascosto”. Ma la settimana scorsa un coltello ha spaccato in due il carciofo, e i segreti della penisola sono venuti alla luce, rivelando un’economia e un sistema politico in profonda crisi. E forse c’è poco da sorprendersi se quel coltello è stato impugnato dai mercati.

Pochi giorni prima di dimettersi, Silvio Berlusconi ha fatto un ultimo tentativo di convincere gli italiani che tutto andava bene: “I ristoranti sono pieni”, ha detto. Ma nessuno sta più a sentire le sue sciocchezze, a partire dagli investitori. L’Italia è arrivata al punto esatto in cui l’Irlanda, la Grecia e il Portogallo hanno dovuto chiedere l’elemosina all’Unione europea. Anche il sistema politico è allo sbando. Rimettere insieme i pezzi sarà un’impresa lenta e dolorosa, e nel frattempo l’Italia diventerà un paese molto diverso. Arriveranno le misure di austerità, che comporteranno un aumento delle tasse, della disoccupazione e della povertà. Ma è difficile immaginare che le cose possano andare peggio di così. La festa non è finita nelle ultime due settimane: per la maggior parte degli italiani era già finita molto tempo fa. Negli ultimi quindici anni l’economia è cresciuta solo dello 0,75 per cento, la disoccupazione ha raggiunto l’8,3 per cento e la Caritas calcola che otto milioni di italiani vivano ormai nella povertà. Se il paese non ha ancora toccato il fondo, è difficile pensare che manchi molto.

Nonostante questo, qualcuno sorprendentemente crede che d’ora in poi le cose miglioreranno. Dal punto di vista economico sarà indubbiamente dura, ma il costo di molti prodotti e servizi potrebbe scendere. Chiunque sia stato in vacanza in Italia negli ultimi tempi sa che è diventata incredibilmente costosa: una breve corsa in taxi in una piccola città può costare più dell’attraversamento di Londra, i prezzi dei vestiti sono alle stelle, i prodotti farmaceutici spesso costano il doppio o il triplo che in Gran Bretagna. Le assicurazioni, i notai, le poste, le bollette: è tutto troppo caro.

Il potere delle caste
La colpa dei costi così alti è del corporativismo. Molte categorie professionali sono rappresentate da un ordine, un’associazione che in sostanza fissa i prezzi delle prestazioni. Diversi governi, soprattutto quello di Romano Prodi, hanno cercato di aumentare la concorrenza, ma hanno dovuto fare i conti con la perdita di consensi. Si sono spaventati e sono scesi a compromessi prima che gli effetti positivi delle liberalizzazioni arrivassero agli elettori.

Il prossimo esecutivo potrebbe riuscire a piegare questi interessi privati perché, in quanto governo tecnico, non dovrà preoccuparsi della vendetta degli elettori. È già successo con il governo di Carlo Azeglio Ciampi all’inizio degli anni novanta: l’ex governatore della Banca d’Italia riuscì a somministrare la medicina giusta agli italiani perché non doveva preoccuparsi della sua carriera politica. Forse è un pensiero eccessivamente ottimistico, ma le riforme potrebbero introdurre in Italia l’unica cosa di cui il paese ha disperatamente bisogno: la meritocrazia. In Italia è quasi impossibile ottenere un lavoro grazie esclusivamente al merito. Serve sempre una raccomandazione o una segnalazione. Oppure bisogna essere figli di qualche pezzo grosso. Negli ultimi anni questa tendenza ha portato molti dei giovani più brillanti a lasciare il paese per andare a cercare altrove un lavoro e un salario che fossero proporzionati alle loro qualifiche. Visti i tempi difficili, se la competenza diventerà improvvisamente più importante dei rapporti di parentela, qualcuno di questi cervelli emigrati potrebbe comprare il biglietto di ritorno.

E questo, a sua volta, potrebbe comportare un miglioramento dei servizi. Se ultimamente avete volato con Alitalia, o avuto a che fare con Telecom Italia, vi sarete accorti che l’assistenza ai clienti non è esattamente il loro punto forte. Mi ero quasi stancato dello stile eccessivamente amichevole, un po’ all’americana, dei customer service britannici fino a quando, alla fine degli anni novanta, non mi sono trasferito in Italia. Improvvisamente, mi sono reso conto di qual era l’alternativa: alla stazione ferroviaria c’era un musone seduto dietro a un vetro così spesso che non si sentiva una parola di quello che diceva, e alla notizia che un pacco era andato perduto l’impiegato dell’ufficio postale scrollava le spalle come se la cosa non lo riguardasse.

Pericolo populista
L’austerità potrebbe anche rafforzare il pilastro centrale della società italiana: la famiglia. Molti stranieri storcono il naso di fronte alle famiglie italiane allargate. Quest’usanza produce adulti immaturi, dicono. Ma non capiscono che la scelta di vivere insieme è spesso dovuta a motivi economici piuttosto che affettivi (in Italia i salari sono molto bassi: lo stipendio mensile medio è di 1.286 euro). Ignorano anche il fatto che la centralità della famiglia è il motivo per cui il tessuto sociale italiano è molto più compatto di quello britannico. Se l’austerità significa che i parenti dovranno tornare ad ammassarsi sotto lo stesso tetto, il risultato potrà essere claustrofobico, ma almeno l’Italia potrà ancora una volta evitare la disintegrazione sociale.

Inoltre, dicono gli ottimisti, la situazione potrebbe non essere così brutta come sembra. Il debito italiano è enorme (120 per cento del pil) ma è di gran lunga inferiore a quello della Grecia (162,8 per cento del pil). E anche se il debito pubblico è alto, quello privato è relativamente basso. A differenza dei britannici, gli italiani sono risparmiatori. I giorni a venire saranno duri, ma gli italiani conoscono meglio di tanti altri l’arte di arrangiarsi. Inoltre il tramonto di Berlusconi potrebbe coincidere con un attacco alla criminalità organizzata del paese. La molla non sarà morale ma economica: si calcola che il sommerso costituisca il 20 per cento dell’economia italiana, una fetta enorme di reddito che lo stato potrebbe tassare, se avesse il coraggio di contrastare le mafie.

Questo è il punto di vista degli ottimisti. Quello più pessimistico, e forse più realistico, è che Berlusconi non rinuncerà mai veramente al potere. Non sarà più premier ma, con il suo impero televisivo ancora intatto, sarà sempre in grado di creare o distruggere un governo. Continuerà ad avere il diritto di veto sulle grandi decisioni. C’è anche il rischio che, come è già successo in passato, Berlusconi se ne stia astutamente all’opposizione mentre vengono prese le decisioni difficili per poi tornare vittorioso al potere quando tutto sarà finito. Romano Prodi, come Ciampi, era un economista serio che ha somministrato all’elettorato medicine impopolari. Berlusconi si è fatto da parte per un paio d’anni, tra il 2006 e il 2008, e poi ha vinto di nuovo le elezioni.

Un’altra conseguenza delle misure di austerità potrebbe essere l’introduzione della spietata mobilità che finora l’Italia è riuscita a evitare. La stragrande maggioranza degli italiani continua a vivere nella città d’origine. Se la precarietà sul lavoro diventerà la norma, vivere vicino ai propri amici d’infanzia sarà un lusso che pochi potranno permettersi. E con questo potrebbe scomparire uno degli aspetti più piacevoli dell’Italia: il ritmo di vita rilassato. L’Italia è sempre stato un paese in cui in genere le persone non corrono dietro agli autobus e finora è riuscito a evitare i ritmi frenetici della Gran Bretagna. Se le ore di lavoro e gli spostamenti si allungheranno, questo potrebbe diventare un ricordo.

Ma forse l’elemento più preoccupante è legato al fatto che il paese ha una lunga storia di estremismo violento. Gli anni di piombo appartengono ormai al passato, ma non mi sorprenderei se le forze extraparlamentari si rafforzassero. All’estrema destra e all’estrema sinistra ci sono molti elettori delusi, stanchi di vedere i loro vecchi leader riciclarsi come centristi moderati. Inoltre, ci sono molte persone che faticano a capire perché negli anni novanta gli italiani hanno dovuto accettare le misure di austerità per entrare nell’euro e ora devono sopportarle di nuovo per poterci restare. Partiti come la Lega nord esprimono da tempo la loro ostilità per il progetto europeo, e se altri partiti troveranno politicamente conveniente spostarsi su posizioni antieuropee, non è escluso che l’Italia sia costretta a uscire dall’euro. Un paese che aspira a essere al centro dell’Europa come la Francia e la Germania potrebbe trovarsi più vicino alla Grecia e al Portogallo. Questo sarà forse l’effetto più duraturo della crisi: l’Italia ha sempre avuto un problema di autostima.

Una delle frasi che si sentono pronunciare più spesso nei bar di tutta la penisola è: “Il problema del nostro paese è che…”. Nella storia della letteratura, gli scrittori italiani hanno paragonato il loro paese a una prostituta, bella e seducente, ma che ormai sta invecchiando e non ha più rispetto per se stessa. Berlusconi è sempre stato molto scaltro nel giocare con questo complesso di inferiorità, dipingendo se stesso e gli italiani come vittime degli stranieri sprezzanti. Se l’Italia dovesse uscire dall’euro, o anche solo diventare un paese di secondo piano, questa fragile autostima subirebbe un altro colpo mortale.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 924, 18 novembre 2011

Tobias Jones è un giornalista britannico. Ha scritto Il cuore oscuro dell’Italia.

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