Italieni
Cento giorni di Monti
- 26 febbraio 2012
- 10.51
Philippe Ridet, Le Monde Magazine, Francia
In tre mesi di governo, Mario Monti sembra aver trasformato l’Italia in un altro paese: dalle veline ai professori, dagli eccessi al rigore, dall’impunità alla lotta all’evasione. Il nuovo premier piace agli italiani, scrive il corrispondente di Le Monde. Ma il berlusconismo è sempre in agguato.
Il 2011 era agli sgoccioli. Ancora pochi minuti e sarebbe finito l’anno in cui Silvio Berlusconi ha dovuto lasciare il potere, dopo un’agonia politica che ha rischiato di coincidere con l’agonia del paese. Congedato dai mercati e snobbato dai politici, il 16 novembre il Caimano aveva abbandonato la scena e ceduto il posto all’austero Mario Monti. Come milioni di italiani, il 31 dicembre eravamo davanti ai nostri televisori più per sincronizzare gli orologi che per seguire i programmi. Sullo schermo le solite ballerine ancheggiavano con inquadrature ad altezza coscia. Lo spettacolo della volgarità continuava come se niente fosse. O quasi. Una volta uscite le ballerine, il conduttore in smoking ha proposto un sondaggio: “Cari telespettatori, chi tra queste donne secondo voi ha più caratterizzato il 2011: Angela Merkel, Belén Rodríguez o Kate Middleton? Avete cinque minuti per votare via sms”.
Ex indossatrice, argentina, star della tv italiana e di vari cinepanettoni, Belén Rodríguez aveva tutte le probabilità di vincere. Angela Merkel? Troppo seria, senza abbastanza fascino femminile per il paese dei latin lover. Kate Middleton, la giovane moglie del principe William? Quasi sconosciuta da questo lato delle Alpi, dove la stampa preferisce la sorella Pippa. Ma, a sorpresa, è proprio Merkel la vincitrice del sondaggio. Stavolta il peggio, che in Italia arriva sempre, è stato evitato. “Grazie a tutti”, ha detto il conduttore, quasi sollevato prima di lanciare il conto alla rovescia verso il nuovo anno. “Questo risultato dimostra che l’Italia è veramente cambiata!”.
Nello stesso momento Monti cenava nel suo appartamento a palazzo Chigi, sede della presidenza del consiglio. Il suo predecessore ci aveva dormito solo qualche volta: preferiva alloggiare nel suo appartamento privato a palazzo Grazioli, più adatto a ricevere le visitatrici serali con discrezione. Dieci persone erano riunite intorno alla tavola di Monti: la moglie, i due figli con le loro famiglie e la cognata con il marito. Il menù ha rispettato la tradizione del capodanno: tortellini in brodo, cotechino, lenticchie e pandoro. A mezzanotte e un quarto tutti a dormire. A casa Monti è così, rispetto delle tradizioni e a letto presto.
Come sappiamo tutto ciò? Semplice: rispondendo all’interrogazione di un deputato della Lega nord che accusava il capo del governo di aver festeggiato il capodanno a spese dello stato, la presidenza del consiglio ha diffuso un comunicato con l’elenco degli invitati, l’ora del loro arrivo e quella della partenza, la lista degli acquisti e il prezzo, e l’indirizzo dei negozi dove Elsa Monti è andata di persona a fare la spesa. Due pagine che finiscono così: “Il presidente Monti non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati, possano esservi stati per l’amministrazione di palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente”.
Lo spirito di Monti è tutto in queste parole, un misto di rigore, tradizione e ironia. In cento giorni di governo, l’ex commissario europeo è riuscito a imporre il suo stile a un’Italia stanca e nauseata dagli eccessi di Silvio Berlusconi. A gennaio, dopo un piano di rigore da 20 miliardi di euro e una serie di riforme impegnative (pensioni, lavoro, apertura alla concorrenza e semplificazione amministrativa), il presidente del consiglio godeva ancora della fiducia del 58 per cento degli intervistati in un sondaggio Ipsos. Non solo: il 35 per cento degli elettori di destra, il 60 per cento dei centristi e il 69 per cento degli elettori di sinistra preferisce questo professore estraneo alla politica ai leader dei partiti. Anche se contestano la cura, gli italiani approvano la scelta del medico curante. Dopo diverse stagioni di bunga bunga in cui si facevano incantare dalle prodezze sessuali del loro premier, gli italiani si sono convertiti dall’oggi al domani all’austerità del suo successore. Il passaggio dal vizio alla virtù è avvenuto in ventiquattr’ore: forse è un nuovo esempio di “trasformismo”, la capacità tutta italiana di passare da un regime all’altro.
La potenza di Serpico
“Gli italiani sono abituati ai cambiamenti bruschi”, spiega il giornalista Beppe Severgnini, che scrive la rubrica Italians sul magazine del Corriere della Sera e ha 170mila follower su Twitter. “Conosco abbastanza bene il paese”, dice con falsa modestia. “Siamo una società molto teatrale. Applaudiamo i tenori fino a quando steccano una nota. Dopo è un massacro. Per ora Monti sembra intonato, saremo indulgenti con lui fino a quando ci ricorderemo degli eccessi che lo hanno preceduto. In un certo senso è protetto dalla nostra memoria visiva”.
Questo cambiamento ha il suo simbolo: un cappotto di lana nato in Tirolo e nella provincia di Bolzano. Il loden di Monti forse rimarrà nella storia come il berretto frigio dei sanculotti del 1789. Il premier italiano ne indossa uno verde il fine settimana e uno blu scuro gli altri giorni. Berlusconi preferiva un cappotto doppio petto in cashmere, così attillato da sembrargli cucito addosso. In Italia il loden ha resistito a tutte le mode. È caldo, pratico, confortevole e resistente. Raro al sud, molto più diffuso al nord, è comunissimo a Milano nelle vicinanze della Borsa e delle grandi banche.
Per alcuni il suo taglio semplice e immutato nel tempo è il riflesso della modestia di Monti. Per altri la sua ampiezza evoca un paracadute che permetterà di evitare all’Italia, gravata da un debito di 1.900 miliardi di euro (il 120 per cento del pil), di precipitare nel default. Per altri ancora, infine, il piccolo risvolto di cuoio ai bordi delle maniche per proteggerle dall’usura simboleggia la propensione al risparmio degli italiani. Sul web circola già il nuovo soprannome di Monti: Bin Loden, l’estremista dell’austerità.
Forse qualcuno sta già sorridendo. Ma come? Gli italiani si sarebbero convertiti alle virtù di un nuovo leader alla semplice vista di un mantello da pastore? Il protagonista del Sorpasso di Dino Risi, interpretato magistralmente da Vittorio Gassman, potrebbe forse rinunciare alle automobili? In realtà la questione è più complicata. Il loden per dare l’esempio non basta, ci vuole anche un po’ d’impegno. Per questo c’è Serpico, l’acronimo di Servizi per i contribuenti. Nel paese in cui l’evasione fiscale è uno sport nazionale e costa allo stato tra i 120 e i 150 miliardi di euro all’anno, Serpico promette di essere un arbitro molto severo.
Si tratta di un enorme computer che si trova a Roma ed è collegato a duemila server sparsi in tutto il paese. La sua potenza gli permette di gestire 22mila informazioni al secondo. È in grado di incrociare le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti con il loro stile di vita e di entrare nel segreto dei loro conti bancari. Basterà inserire nel computer il codice fiscale di qualunque italiano per controllare le sue operazioni bancarie, le sue bollette, la marca della sua auto e perfino la sua iscrizione al circolo del tennis. Serpico ha già scoperto più di 500 proprietari di aerei ed elicotteri privati, 40mila possessori di barche di più di dieci metri che dichiaravano redditi da “indigenti” e settemila persone sconosciute al fisco.
Se si può parlare di una “rivoluzione Monti”, è questa. L’evasione fiscale, che finora era stata tollerata, se non giustificata e incoraggiata, è diventata il nemico numero uno. Le Fiamme gialle sono i nuovi eroi di un paese che in passato guardava con invidia o addirittura ammirazione ai furbetti e ai profittatori di turno. I controlli a sorpresa della finanza nei paradisi per miliardari di Cortina d’Ampezzo e Portofino, ma anche a Roma e a Milano, fanno le aperture dei telegiornali della sera. I nuovi paladini della trasparenza hanno il loro alfiere in Attilio Befera, il direttore dell’agenzia delle entrate Befera fa i conti dei miliardi di euro recuperati e promette una lotta senza tregua.
Una campagna pubblicitaria molto aggressiva paragona l’evasore fiscale a un parassita. La musica è cambiata, le parole anche. Da Berlusconi che dichiarava: “Se le imposte mi chiedono il 50 per cento del reddito mi sento moralmente autorizzato a frodare il fisco”, si è passati a Monti che afferma: “È inaccettabile che i lavoratori facciano dei sacrifici quando una parte importante della ricchezza sfugge alle tasse, aumentando così la pressione fiscale sui contribuenti onesti”.
Questa dimostrazione di fermezza da parte del governo corrisponde a un primo cambiamento di mentalità. Una percentuale importante di italiani sembra aver preso coscienza del problema e ha deciso di mobilitarsi, in particolare attraverso internet e i social network. Edoardo Serra, un ingegnere informatico di 27 anni, ha creato insieme a un gruppo di amici non ancora trentenni il sito Tassa.li, dove si può scaricare gratuitamente un’applicazione per iPhone o Android e segnalare dal cellulare i negozi che non rilasciano lo scontrino o la fattura. Il gruppo Facebook Amici dello scontrino e della ricevuta fiscale e il sito Evasori.info rivelano i nomi e gli indirizzi degli evasori. Mantenendo l’anonimato, un consulente fiscale di Roma dice: “Sempre più clienti vengono da me spaventati e mi chiedono di essere messi in regola”. Un tempo lo supplicavano di nascondere i loro redditi. Una parte della destra parla di “terrorismo fiscale”.
Altre curve
Cambiamento culturale profondo o semplice parentesi virtuosa? “È veramente la fine di un’epoca”, osserva Giuseppe Roma, direttore del centro studi del Censis, che da sempre tasta il polso del paese. “Quest’anno per la prima volta la maggioranza degli italiani si dice pronta a pagare le tasse in cambio di servizi. Questo cambiamento segna la fine del nostro individualismo dopo anni in cui gli italiani hanno privilegiato il benessere privato e delegato a una classe politica mediocre la gestione della collettività. Le nostre ricerche confermano un passaggio importante. Abbiamo capito che non basta essere capaci di trarsi d’impaccio da soli. La crisi rimette in primo piano i valori collettivi e la solidarietà. Monti e la sua austerità, che contrastano con gli eccessi di Berlusconi, sono ben visti perché sono in linea con questa trasformazione”.
I mezzi d’informazione hanno sentito girare il vento. I giornali e i talk show politici, che fino allo scorso novembre si preoccupavano soprattutto di attaccare o difendere Berlusconi, si sono convertiti alla pedagogia delle riforme. La svolta del quotidiano la Repubblica è particolarmente significativa. Un tempo dedicava pagine intere alle intercettazioni telefoniche del Cavaliere, oggi invece pubblica ogni giorno dei dossier sulla riforma delle pensioni, del lavoro o del fisco. Le curve delle veline sono state sostituite da quelle dello spread.
“Ormai per noi Berlusconi è un protagonista dell’attualità politica come un altro”, spiega il direttore Ezio Mauro. “Non è più il capo del governo, non può più fare leggi ad personam. In tutti questi anni ci siamo preoccupati di difendere i valori repubblicani, e ne sono orgoglioso. Ma abbiamo voltato pagina, il paese non ne poteva più. Abbiamo vissuto un periodo di eccessi: il patrimonio di Berlusconi, le sue amanti, le sue case, le sue televisioni, i suoi aerei. Oggi il nostro giornale è di nuovo un luogo di divulgazione al servizio del lettore”. E a quanto pare funziona. Repubblica ha registrato le migliori vendite dell’anno nel dicembre del 2011, durante il dibattito sul nuovo piano di austerità.
Anche la televisione ha preso atto del cambiamento. La portata e la complessità delle riforme hanno permesso agli esperti di assumere finalmente un ruolo di rilievo. In passato erano relegati in tarda serata, nascosti come la polvere sotto il tappeto, oggi invece gli specialisti, i professori e i tecnici sono sempre sotto i riflettori. “Sono i protagonisti di questo nuovo periodo”, spiega Giovanni Floris, conduttore del talk show di Raitre Ballarò. “Prima apparivano in collegamento, ora hanno il loro posto fisso in studio”. Spesso Berlusconi interveniva in dibattiti già infuocati telefonando durante la trasmissione per gettare benzina sul fuoco e insultare il conduttore. “Ma è finito il tempo delle invettive. I telespettatori hanno bisogno di spiegazioni, vogliono capire cosa succederà”, sottolinea Floris. Le cifre parlano da sole: nelle prime settimane del 2012 Ballarò è stato visto in media da cinque milioni di telespettatori, rispetto ai 4,3 milioni del 2010-2011.
Il rigore ha successo. “Vorrei che l’Italia diventasse un paese noioso”, ha dichiarato Monti al Financial Times. Di questo passo la sua scommessa rischia di essere vinta. In via dell’Umiltà a Roma, nella sede della stampa estera, alcuni corrispondenti rimpiangono i bei tempi delle orge, degli scandali, degli articoli facili, delle foto di belle ragazze. “Siamo in lutto”, spiega un collega inglese. “Prima scrivevamo un articolo al giorno, era facile trovare i personaggi”, dice sconsolato un olandese.
Ma cosa resta del bunga bunga e di Berlusconi in questa Italia che sembra averlo archiviato? È scomparso sul serio, caduto nel dimenticatoio della storia? Davanti a palazzo Grazioli si vede solo una camionetta dei carabinieri e una troupe della tv in formazione ridotta. In un’Italia meno isterica Berlusconi è tornato a essere un cittadino quasi come tutti gli altri. Assiste ai suoi processi (Mills e Ruby) e ha preso un ufficio in un’ala di Montecitorio. “È incerto, non sa che strada prendere.
Politicamente è fuori gioco e lo sa”, dice Vittorio Sgarbi. L’ex sottosegretario alla cultura, noto per le sue provocazioni, oggi si presenta come consigliere dell’ultima ora. Il suo partito, il Popolo della libertà, che sostiene ufficialmente il nuovo governo, è diviso. I falchi vorrebbero al più presto togliere la fiducia a Monti e tornare alle urne; le colombe, gli indecisi e i tiepidi, sanno che in caso di sconfitta non riceveranno facilmente un nuovo mandato parlamentare. Tra i due schieramenti, il Cavaliere, 75 anni, oscilla secondo l’andamento dei suoi procedimenti giudiziari e del valore di borsa delle sue aziende. Un giorno minaccia tuoni e fulmini, un altro è più accomodante. Meglio salvare un posto nella storia indossando l’abito della “responsabilità” o tornare in prima fila facendo saltare tutto?
Un’anomalia sospesa
Nel suo ufficio milanese di via Negri, Vittorio Feltri, direttore del Giornale, il quotidiano di Paolo Berlusconi, è preoccupato per queste indecisioni. Prima era semplice: i nemici di Berlusconi erano anche i suoi. In quel gioco al massacro era tutto lecito, compresa la calunnia. Oggi Feltri deve fare attenzione: “Finché Berlusconi non avrà deciso una strategia, mi limito a prendere in giro Monti, il suo rigore e i suoi loden. Anch’io ne ho cinque o sei nell’armadio, ma non mi fanno le congratulazioni per i miei cappotti!”.
Su Berlusconi invece il suo parere è chiaro: “È un fallimento su tutta la linea. Un fallimento suo e di tutta la classe politica. Per risollevare le sorti del paese mille parlamentari hanno dovuto far ricorso a un tecnico. Ma questi professori universitari che ci governano si sono limitati ad aumentare le tasse, un’operazione che avrebbe potuto fare qualunque funzionario. Dopo diciotto anni di scandali e di impotenza, non stupisce che siano accolti come dei liberatori”.
Altri tempi, altri costumi, altri attori. Gli austeri professori dell’università Bocconi di Milano hanno preso il posto degli incredibili personaggi che affollavano la corte del Cavaliere. Il suo bardo, Mariano Apicella, con cui aveva composto delle canzoni, sfrutta gli ultimi scampoli di celebrità nel reality show L’isola dei famosi. L’uomo che gli procurava le prostitute, l’agente delle star Lele Mora, è in prigione per bancarotta fraudolenta. Il suo confessore, don Luigi Maria Verzé, è stato travolto dagli scandali finanziari prima di morire in disgrazia a gennaio.
Resta un interrogativo: la silenziosa rivoluzione culturale di Monti, il loden e il computer per stanare gli evasori, cambieranno davvero gli italiani? Un giorno l’Italia riuscirà a essere un paese normale, una Germania tra l’Adriatico e il Mediterraneo? Stefano Rodotà, illustre costituzionalista che si è duramente battuto contro Berlusconi, teme che la rapida conversione alla virtù dei suoi compatrioti non sarà mai completa: “Per tanti anni Berlusconi ha coccolato i nostri vizi solo per ottenere voti. Certo, il cambiamento in corso è impressionante e sarà difficile tornare alle abitudini del passato, ma restano ancora tante cose da fare, per esempio rinnovare la classe politica. Al massimo Monti rimarrà al governo fino alla primavera del 2013. È un periodo molto breve”.
Per Ernesto Galli della Loggia, professore di storia contemporanea ed editorialista del Corriere della Sera, “il cambiamento è solo superficiale. È cambiato solo il volto del potere, il suo discorso ufficiale. Ma questo non corrisponde a un cambiamento della società. Nemmeno i giacobini con la ghigliottina ci sono riusciti. Monti non è lo specchio dell’Italia, così come non lo è stato Berlusconi. Diciamo più modestamente che l’anomalia italiana è provvisoriamente sospesa in favore di un’anomalia politica, poiché c’è un governo non eletto. A essere cambiata è la percezione del paese nei mezzi d’informazione”.
Marco Travaglio, altro acerrimo nemico del Cavaliere, parla sul suo giornale, il Fatto quotidiano, di un “governo trompe l’oeil”. Per lui “questa squadra di professori è l’ultimo travestimento dei politici italiani, sia di destra sia di sinistra. Non sono stati capaci di dire la verità e di riformare il paese, per mediocrità intellettuale o per timore. E alla fine hanno delegato a un alieno della politica il lavoro sporco delle riforme. Ma si riprenderanno il paese alla prima occasione”. L’autore dell’Odore dei soldi (Editori Riuniti 2001) punta il dito anche contro la presunta irreprensibilità del nuovo governo. Un ministro ha dovuto dimettersi dopo aver ammesso che un imprenditore dalla dubbia fama gli aveva pagato le vacanze in un albergo di lusso. Altri sono al centro delle polemiche per aver sovrapposto il loro ruolo di ministri con altre funzioni che esercitano ancora.
Il severo Monti, che ha rinunciato allo stipendio di presidente del consiglio e di ministro dell’economia, vigila sull’onestà dei suoi ministri, sapendo bene che dalla loro immagine dipende il suo successo. Per ora funziona bene così. Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, David Cameron e Barack Obama continuano a elogiare questo ex consulente della Goldman Sachs. Gli italiani gli sono riconoscenti per aver ridato al l’Italia il suo posto sulla scena internazionale. Ma è un equilibrio ancora molto fragile. “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”, diceva Giorgio Gaber. “Berlusconi è finito”, dice oggi Stefano Rodotà, “ma siamo sicuri di aver detto addio al berlusconismo?”.
Traduzione di Andrea De Ritis.
Internazionale, numero 937, 24 febbraio 2012