Una manifestazione contro le leggi antiabortiste a San Salvador, il 22 aprile 2015.

La Svezia dà asilo a una donna salvadoregna incarcerata perché aveva abortito

Una manifestazione contro le leggi antiabortiste a San Salvador, il 22 aprile 2015.
10 aprile 2017 12:56

Quando María Teresa Rivera è stata scarcerata da una prigione del Salvador, nel 2016, sperava di ricominciare una nuova vita con il figlio di undici anni. Rivera era stata accusata di omicidio perché aveva avuto un aborto spontaneo. La sua condanna era stata poi annullata.

Pensava di potersi lasciare alle spalle gli oltre quattro anni di prigione, ma è stato impossibile. “Tutti mi bollavano come l’assassina di neonati. Nessuno mi voleva dare un lavoro”, racconta Rivera, 34 anni, che era stata condannata a quarant’anni di carcere, la pena più lunga mai inflitta a una donna accusata di aborto nel Salvador, dove l’interruzione di gravidanza, per qualunque motivo, è illegale dal 1997. Quando i pubblici ministeri hanno presentato ricorso per ribaltare la decisione della corte suprema di scarcerarla, Rivera ha capito che doveva cercare asilo all’estero per non rischiare di tornare in carcere.

Il 17 marzo 2017 Rivera è diventata la prima donna a ricevere asilo in Svezia dopo essere stata detenuta ingiustamente per aver violato una legge che vieta l’aborto. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, è solo una delle centinaia di donne salvadoregne accusate di procurato aborto anche se in presenza di aborto spontaneo, parto di feto morto o complicanze insorte in gravidanza.

Secondo gli avvocati del Center of reproductive rights con sede negli Stati Uniti, Rivera è la prima donna al mondo a vedersi riconosciuto il diritto di asilo con queste motivazioni.

Alla fine le autorità svedesi per l’immigrazione hanno ritenuto che la pena inflitta a Rivera rappresenta una persecuzione

“Ero così nervosa. Non pensavo che mi avrebbero concesso l’asilo in Svezia e che tutto sarebbe successo così in fretta, nel giro di pochi mesi”, ha detto Rivera in un’intervista telefonica dal villaggio svedese di Horndal, a due ore di automobile da Stoccolma. “Loro (le autorità svedesi) mi hanno detto che erano stati violati i miei diritti. Invece di proteggermi, lo stato mi aveva perseguitato”.

Nonostante gli sforzi per adattarsi al clima freddo e a una lingua nuova, Rivera dice di essere felice in Svezia, dove gli abitanti del posto e la comunità latinoamericana l’hanno accolta a braccia aperte. “Non siamo abituati a doverci coprire così tanto e la nuova lingua è stata per me un enorme shock culturale. Ma la cosa più importante è che mi hanno accolta bene. Gli svedesi ci hanno mostrato molta solidarietà”.

Precedente storico
Catalina Martínez, avvocata e direttrice del programma latinoamericano del Center of reproductive rights che ha sostenuto Rivera, ha descritto il provvedimento come “un precedente molto importante non solo per le donne del Salvador, ma per le donne di tutto il mondo”.

Sebbene la decisione delle autorità svedesi di accogliere la richiesta di asilo non faccia esplicito riferimento al divieto di aborto nel Salvador, prosegue Martínez, dice in modo chiaro che Rivera è stata detenuta per aver vissuto un’emergenza di carattere ostetrico. “I funzionari dell’immigrazione hanno tenuto conto del fatto che aveva subìto una persecuzione legale e sociale”, ha dichiarato Martínez.

Alla fine le autorità svedesi per l’immigrazione hanno ritenuto che la pena inflitta a Rivera, il tempo trascorso dietro le sbarre e i pericoli che potrebbe correre se tornasse nel Salvador rappresentano una persecuzione, ha aggiunto Martínez.

El Salvador è uno dei sette paesi dell’America Latina e dei Caraibi in cui è in vigore un divieto assoluto di aborto. La procedura è illegale anche in caso di stupro, incesto, pericolo di vita della donna e rischio di malformazione del feto.

Nelle carceri del Salvador ci sono attualmente 26 donne condannate per procurato aborto a pene comprese tra i trenta e i quarant’anni. Tra di loro, secondo il Centre for reproductive rights, anche una donna incarcerata l’anno scorso. “Questa legge fa finire in prigione solo le donne povere, mai quelle ricche”, dice Rivera, che ha annunciato di volersi battere per il loro rilascio.

“Non ci sono parlamentari o sindache finite in carcere per questo motivo. Loro possono lasciare il paese se vogliono abortire”.

Dal suo arrivo in Svezia lo scorso ottobre, Rivera ha rilasciato numerose interviste per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla difficile situazione delle donne ancora dietro le sbarre. “Ci siamo promesse che se fossi riuscita a lasciare El Salvador avrei parlato a loro nome. Non meritano di essere in carcere per reati che non hanno commesso”, spiega Rivera, che sogna di studiare giurisprudenza. “Alcune madri hanno trascorso dieci anni in prigione, lontane dai loro figli”.

Secondo gli attivisti, per le donne che chiedono di poter abortire in caso di rischio di morte si è acceso un barlume di speranza lo scorso ottobre, quando la parlamentare Lorena Peña del partito di sinistra Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale, attualmente al potere nel Salvador, ha proposto una legge per abolire il divieto. La proposta di legge, ha spiegato Peña a febbraio, vuole “salvare la vita delle donne” e consentire l’aborto in circostante specifiche, tra cui i casi di stupro e le gravidanze a rischio.

La proposta dovrebbe essere discussa dal parlamento entro la fine dell’anno.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Thomson Reuters Foundation.

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