Pechino, luglio 2016.

La serie tv sulla corruzione che conquista i cinesi

Pechino, luglio 2016.
16 maggio 2017 13:04

Trecentocinquanta milioni di spettatori per l’episodio pilota, 1,7 miliardi nel mese di messa in onda. Il fenomeno televisivo della primavera cinese è la serie Renmin de mingyi – Nel nome del popolo – la cui prima stagione è stata trasmessa dal 28 marzo al 28 aprile dalla Hunan tv. C’è anche su YouTube con sottotitoli in inglese e, se superate il primo impatto con il mondo della burocrazia cinese, lo troverete molto istruttivo.

“Nel nome del popolo” è infatti una serie sulla corruzione in Cina e arriva proprio nel quinto anniversario della grande campagna “contro le tigri e le mosche” – cioè i grandi e i piccoli funzionari corrotti – voluta dal presidente Xi Jinping fin dal suo insediamento nel 2012.

L’hanno anche chiamata la House of cards cinese, perché gli intrighi di palazzo non mancano, ma il fatto notevole è che parla al pubblico televisivo di un problema che fino a qualche anno fa era mingan, sensibile, e quindi indicibile. Ora non più.


La prima stagione l’ho vista tutta. Fin dalla prima puntata compaiono gli alti papaveri di partito che mettono puntualmente i bastoni tra le ruote ai due “eroi” impegnati a indagare su una grande speculazione immobiliare: il detective Hou Liangping e Chen Hai, capo dell’agenzia anticorruzione nella città di Hanguang, che si trova nelle provincia dell’Handong, entrambe di fantasia. E si comprende come il cortocircuito provocato da due strutture parallele di potere – il partito e lo stato – crei lungaggini burocratiche che ostacolano chi vuole fare giustizia. Ma il detective Hou non molla e anche con metodi poco ortodossi costringe il funzionario Zhao Dehan – un pesce piccolo che però tiene nascosti nell’armadio, nel frigorifero e sotto il copriletto 240 milioni di yuan – a confessare.

Ogni cinese può ritrovare, nelle vicende narrate, non solo fatti di cronaca, ma anche esperienze personali.

È vero che nelle case di alcuni funzionari corrotti sono stati trovati così tanti soldi da inceppare i contatori automatici di banconote della polizia. Oppure, come si vede in un altro episodio, è vero che ogni tanto gli operai picchiano letteralmente i loro padroni, a volte fino ad ammazzarli, data l’assenza di sindacati simili ai nostri che facciano da mediatori nei conflitti di lavoro. È altrettanto vero che si corre sempre il rischio di diventare complici, come succede a Hou Liangping quando un amico imprenditore cerca di portarlo dalla sua parte riempiendogli il salotto di sigarette e Maotai, la più pregiata grappa cinese.

Un partito imperfetto ma riformabile
Renmin de mingyi serve a descrivere al vasto pubblico le difficoltà della lotta contro il malaffare, rendendola popolare, umanizzandola, mostrando gli inquirenti come persone che si sacrificano per il bene comune. Ma anche i corrotti sembrano stranamente umani, figure un po’ meno caratterizzate in quanto “cattivi”, come accadrebbe nell’opera di Pechino o nella commedia dell’arte. Hanno sbagliato, devono essere puniti, ma c’è sempre un tarlo che li rode. “Compagni, abbiamo un problema, ci siamo dentro tutti, seguiamo l’esempio degli onesti”.

La serie vorrebbe anche convincerci che gli sforzi del presidente Xi Jinping – per centralizzare la campagna in una sola agenzia che superi le divisioni tra partito e stato – sono utili, anzi necessari. Il nuovo organismo, annunciato all’inizio dell’anno, si chiama commissione nazionale di supervisione e sarà probabilmente guidata dal suo fedelissimo “zar anticorruzione”, Wang Qishan.

Mi vengono in mente tutte le volte che un laobaixin cinese – una persona ordinaria – mi ha detto digrignando tra i denti: “Il partito? Sono tutti corrotti”. Anche il presidente Xi? “No, il presidente Xi sta facendo pulizia”. Ecco, Renmin de mingyi contribuisce all’idea di un partito imperfetto ma riformabile, soprattutto grazie agli uomini di buona volontà che seguono Xi Jinping.

La serie tv entra nelle case, e cerca di creare un nuovo senso comune. Non solo: induce i cinesi a collaborare

Andrew Wedeman, professore di scienze politiche alla Georgia university, da anni studia il fenomeno della corruzione in Cina e mi ha spiegato che dopo avere messo sotto torchio ormai 500mila “mosche” e almeno un centinaio di “tigri”, la campagna sta entrando in una fase di “nuova normalità” nella quale, dopo il picco del 2014-2015, le autorità puntano ad abbassarne l’intensità rendendola al tempo stesso un fatto normale.

Le “tigri” sono già finite in gabbia, come l’ex capo dei servizi di sicurezza Zhou Yongkang e tutta la sua “cricca”, nemici del presidente Xi all’interno del partito. Adesso bisogna fare pulizia soprattutto nell’esercito e nei ranghi più bassi della struttura di potere. Poi, chissà, si può addirittura pensare a un’amnistia.

Ed ecco che esce la serie tv, entra nelle case, cerca di creare un nuovo “senso comune”. Ma non solo: induce i cinesi a collaborare. Nel 2015, ultimo anno di cui ho trovato i dati, sono arrivate alla commissione centrale di disciplina e ispezione – l’agenzia anticorruzione del partito – 128mila “soffiate” attraverso l’apposito sito web e le app create ad hoc. È, questa, la versione contemporanea delle grandi campagne di massa del maoismo: la delazione istituzionalizzata.

Così, tra controllo diffuso, innovazione tecnologica e una fiction tv che tenta di spostare sottilmente il senso comune, la Cina cerca di risolvere i suoi problemi.

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