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Paul Kennedy

Nato nel 1945 a Wallsend, in Gran Bretagna, è professore di storia alla Yale University.

Obama a Teheran

  • 3 luglio 2009
  • 15.22

Nel bel mezzo della crisi iraniana, che potrebbe portare il paese alla guerra civile, i repubblicani accusano Obama di essere troppo “esitante e passivo”. Il presidente infatti non ha condannato abbastanza duramente la violenta repressione delle proteste di Teheran.

Gli Stati Uniti, che si considerano la guida del mondo libero, non dovrebbero forse essere i primi a criticare quello che sta succedendo? Parlando della crisi iraniana alla conferenza stampa del 23 giugno, Obama è sembrato un modello di prudenza. Presto rischiamo di sentir pronunciare di nuovo una parola che molti temono: appeasement. Ma ci sono due motivi per cui l’atteggiamento guardingo della Casa Bianca potrebbe essere sensato.

Il primo è di tipo pratico: cosa può fare l’America per aiutare a risolvere la situazione iraniana senza creare altri problemi? Nulla. La cosa peggiore che Washington possa fare è offrire alle autorità iraniane la possibilità di dire che l’opposizione è manovrata dagli Stati Uniti.

Qualsiasi americano con un po’ di buon senso lo capisce. E questo ci porta alla questione più importante. Nonostante i suoi problemi, l’America è in grado di intervenire in quasi tutte le zone del pianeta.

Lo ha sempre fatto fin dal 1917, quando decise di prendere il posto dell’Europa al centro della politica internazionale. Intervenne nella prima guerra mondiale e, in modo più deciso, nella seconda.

Ma dopo il 1945 la sua strategia generale è cambiata. Invece di intervenire per ultima nei conflitti (con forze più fresche), ha assunto il ruolo opposto, si è schierata in prima linea lungo i nuovi confini dell’insicurezza: Berlino, il Mediterraneo, la Corea, il sudest asiatico. Mentre le legioni inglesi e francesi si ritiravano, gli americani avanzavano.

Alcune di queste scelte avevano un senso (la dottrina Truman, la creazione della Nato, l’intervento in Corea), altre erano assurde (gli interventi in Vietnam, in Iran e in America Centrale).

Ma con il tempo tutti hanno cominciato a pensare che in ogni crisi internazionale le decisioni più importanti venivano prese a Washington. Immaginare che un presidente degli Stati Uniti possa osservare le convulsioni politiche di un altro paese senza proporre una soluzione è diventato inconcepibile. Sia i più accaniti avversari degli Stati Uniti sia i più fervidi patrioti danno per scontato che l’America debba essere in prima linea.

A mio parere, quest’idea che gli Stati Uniti debbano sempre guidare la carica della cavalleria e intervenire anche nei luoghi più remoti del mondo è delirante oltre che disastrosa. Parte sempre dal presupposto che le cose si metteranno nel modo peggiore: l’Iran lancerà un attacco nucleare contro Israele, la Corea lancerà missili atomici contro il Giappone, i taliban faranno saltare in aria lo Yankee Stadium.

Ma è impossibile organizzare una società civile sull’ipotesi che c’è sempre una catastrofe incombente: non siamo più ai tempi della battaglia d’Inghilterra, con le navi naziste schierate dall’altra parte della Manica. Siamo in un mondo in cui esiste un piccolo numero di regimi impazziti o instabili e gli Stati Uniti farebbero bene comunque a tenere d’occhio la situazione.

Non mi sembra, però, che l’amministrazione Obama non l’abbia capito. Sono invece i suoi avversari a non voler capire che ci sono anche altri giocatori in campo e che altri paesi rischiano più dell’America per il bizzarro comportamento di alcuni stati canaglia.

Se, per esempio, il prossimo inverno la Russia di Vladimir Putin sarà così folle da ricattare i suoi vicini occidentali minacciando di interrompere le forniture energetiche, dovrebbe essere l’Unione europea a risolvere il problema. Se la situazione in Pakistan dovesse peggiorare, dovrebbero essere India, Russia, Cina, Arabia Saudita e gli altri stati vicini a preoccuparsi.

Se la Corea del Nord dovesse implodere, sicuramente il paese che ne subirebbe le conseguenze più dirette, oltre alla Corea del Sud, sarebbe la Cina. Perché mai l’America dovrebbe essere la prima a parlare e a sentirsi costretta a fare qualcosa?

Negli anni settanta e ottanta dell’ottocento, ci fu una serie di conflitti nei Balcani che costrinse la Russia a minacciare un intervento, e l’Austria a prevedere una reazione. Ma tutti volevano prima sapere cosa avrebbe fatto il cancelliere tedesco Bismarck.

La sua politica, saggiamente, fu quella di non dire nulla, perché così sapeva che avrebbe lasciato gli altri nell’incertezza, rendendoli più prudenti. Nel frattempo ordinò di rafforzare l’esercito prussiano. Fu la combinazione tra le pressioni internazionali e la forza militare a funzionare.

Forse nell’America di oggi, dove i talk show ospitano deputati e senatori che invitano all’azione, questa moderazione bismarckiana non è possibile. Ma per Obama non è il momento di mostrarsi “più deciso” con l’Iran, perché gli Stati Uniti non devono decidere nulla. È invece il momento di seguire le orme di uno dei suoi più grandi predecessori, Theodore Roosevelt: evita di alzare la voce, ma porta con te un grosso bastone.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 802, 3 luglio 2009

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