Il dibattito tra Donald Trump e Hillary Clinton all’università Hofstra a Hempstead, New York, il 27 settembre 2016.
  • 03 Ott 2016 12.32

Sappiamo confrontare idee diverse? Forse sì, e forse no

Annamaria Testa
03 ottobre 2016 12:32

Le elezioni statunitensi saranno l’8 novembre. Il referendum costituzionale italiano sarà il 4 dicembre. Questo vuol dire che abbiamo di fronte una raffica di dibattiti politici e un’ulteriore, e con ogni probabilità maggiore, raffica di dibattiti sull’esito dei dibattiti. Alla fine, dovremmo tutti avere idee chiarissime. O, forse, no.

Facciamo un passo indietro: in quanti modi possiamo parlare di una questione controversa? Be’, ne discutiamo se intendiamo esaminarne ogni aspetto in modo approfondito. Ne dibattiamo per mettere a confronto idee e posizioni diverse, per poterle valutare e per poterci schierare per l’una o per l’altra. Se scegliamo invece di dialogarne, allora l’obiettivo è raggiungere un accordo, minimizzando le diversità e superandole.

Dunque, lo scopo di chi partecipa a un dibattito è rimarcare le differenze e prevalere, offrendo al pubblico argomentazioni più forti o più suggestive di quelle della parte avversa e convincendolo a schierarsi. Questo risultato si può ottenere sostanzialmente in due maniere: presentando argomentazioni che appaiano migliori di quelle dell’avversario, o facendo in modo che le argomentazioni dell’avversario sembrino peggiori, o più deboli, delle proprie.

La differenza è sottile, ma c’è. Nel secondo caso, per esempio, si può ottenere il risultato anche attraverso attacchi personali volti a diminuire la credibilità dell’avversario e a delegittimarlo minandone la reputazione, e mettendone in dubbio la buona fede, la preparazione, l’onestà…

Una variante è sabotare materialmente l’avversario, interrompendolo o coprendo la sua voce con la propria, o insultandolo. Si può perfino sabotare l’intero dibattito producendo sproloqui privi di senso.

Il bias consiste nella propensione a cercare dichiarazioni e fatti che confermino le nostre opinioni

Nell’Arte di ottenere ragione, Arthur Schopenhauer elenca una serie di stratagemmi interessanti e tutt’ora efficaci. Poiché scrive in tempi precedenti la televisione, trascura del tutto l’importanza del linguaggio del corpo, che pure conta molto: un’espressione annoiata, scandalizzata o sbalordita può funzionare quanto (e anche più) di un’obiezione ben formulata.

Dovrebbe essere implicito che chi, dibattendo, usa di preferenza (o soltanto) questi stratagemmi in realtà dispone di argomentazioni deboli: stateci attenti.

Dovrebbe anche risultare evidente che i dibattiti servono soprattutto a orientare le persone indecise e influiscono molto poco sulle tifoserie consolidate. Il motivo è semplice, e il suo nome è bias di conferma.

Il bias di conferma è forse la più potente e diffusa delle trappole cognitive, cioè dei modi in cui ci inganniamo da soli. Il bias è ampiamente noto, non solo agli scienziati ma a chiunque si occupi di dinamiche della comunicazione, e perfino agli algoritmi che scelgono che cosa mostrarci su Facebook. Consiste nella propensione a cercare dichiarazioni e fatti che confermino le nostre opinioni pregresse e le nostre credenze, e a ignorare tutto il resto, non importa quanto evidente o convincente sia.

Come cambiare idea in modo intelligente
Torniamo agli indecisi. E arruoliamo tra gli indecisi anche le persone che hanno un’opinione, ma sono onestamente e coraggiosamente disposte a verificarne la fondatezza. Negli Stati Uniti, la National public radio (Npr) pubblica alcune dritte su come guardare un dibattito scansando i bias. Sono interessanti e ve le riassumo, aggiungendo qualche commento.

Prima di tutto, cercate di non farvi troppo influenzare dall’aspetto fisico. Per esempio, nella percezione comune le persone più alte tendono ad apparire più autorevoli. Questo fatto, ovviamente, conta assai meno se i contendenti sono seduti.

Non facciamoci fuorviare dall’autorevolezza implicita nel ruolo o nella storia personale

Anche gli stereotipi di genere hanno un peso, ed è stato dimostrato: non dimentichiamoci, per esempio, che all’inizio della sua campagna elettorale Hillary Clinton è stata oggetto di attacchi feroci e indecenti per il suo aspetto.

Un altro esempio: l’assertività è giudicata positivamente quando l’assertivo è un uomo, mentre lo stesso comportamento, in una donna, può essere etichettato come aggressivo o arrogante. Una buona sintesi si trova in questo spot filippino.

Poi: tendiamo a ricordare di più l’inizio e la fine di qualsiasi cosa (uno spettacolo, una cena, una vacanza, e anche un dibattito) e a trascurare quanto succede nel mezzo. Anche i resoconti dei mezzi d’informazione ricalcano questa tendenza. Su, state attenti e cercate di intercettare lo sviluppo del dibattito nel suo insieme.

Con parole nostre
E ancora: spesso gli argomenti di cui si dibatte sono complessi. Noi che ascoltiamo presumiamo di saperne abbastanza, ma non sempre è vero. Per verificare che abbiamo capito di che si tratta, proviamo a spiegarli con parole nostre a qualcun altro, o anche a noi stessi. Aggiungo che sarebbe bello se anche i giornali facessero sempre così.

Infine: non facciamoci ingannare dal grado di convinzione con cui le cose vengono dette (e, spesso, ripetute), dalle certezze dichiarate e ribadite senza evidenza, dall’ostinazione e dalle esagerazioni. E non facciamoci fuorviare dall’autorevolezza implicita nel ruolo o nella storia personale.

Se leggendo quest’ultima frase vi viene automaticamente in mente qualcuno, domandatevi se per caso non avete un bias contro il qualcuno che vi è venuto in mente e, chiunque sia, disponetevi ad ascoltarne le ragioni con un di più di attenzione.

Toni morbidi
A proposito di ciò che invece convince – o meno – le persone, il Washington Post pubblica un bellissimo articolo, che dà conto dei risultati sperimentali ottenuti osservando l’andamento di una serie di dibattiti online. È un testo che anche chi partecipa a dibattiti farebbe bene a leggersi, perché alcune conclusioni possono, credo, essere generalizzate.

Risulta che, per esempio, le obiezioni tempestive sono più efficaci di quelle tardive. Che insistere a lungo sullo stesso argomento, ribadendo troppe volte le proprie posizioni, non è convincente. Che risposte articolate convincono più delle risposte brevi. Che fare esempi specifici è d’aiuto, mentre non aiuta porre domande retoriche o citare autorità esterne. Che parlare in prima persona singolare (io) è più convincente che usare la prima persona plurale (noi). E che essere cortesi e usare toni morbidi funziona meglio.

Se vedo che questo argomento vi interessa, o se ricevo qualche domanda specifica, lo riprenderò ancora.

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