John Lurie a New York nel 1986.
  • 20 Gen 2016 20.42

L’universo (a colori) di John Lurie

20 gennaio 2016 20:42

“Quando una porta si chiude, tutte le altre porte ridono di te”. S’intitola così uno dei tre libri che John Lurie vuole pubblicare nei prossimi cinque anni. Libri? Sì, Lurie confessa di scrivere “esageratamente”, un’attività che si aggiunge a quella ormai consolidata di artista visivo, diventata negli ultimi quindici anni il veicolo principale della sua espressione artistica.

Possiamo supporre che il titolo sia autobiografico e che, in perfetto stile luriano, racconti una mezza verità, o meglio che ricalchi quel gusto per il paradosso, per la convergenza di reale e fantastico, con cui ama raccontare le cose umane.

Perché se è vero che dal 2002 la malattia di Lyme lo ha costretto a chiudere la porta della musica, è altrettanto vero che contestualmente se n’è aperta un’altra, quella che lo ha portato a esporre le sue opere in giro per il mondo e, per la prima volta in Italia, a Milano alla M77 Gallery, dove più di sessanta acquerelli sono in mostra fino al 20 febbraio 2016.

Charles was a saint so he didn’t understand anything here, 2014.

Un’occasione ghiotta per immergersi nelle visioni fantastiche di un artista il cui percorso multidimensionale – come leader dei Lounge Lizards, attore nei film di Jim Jarmusch, regista e protagonista della miniserie televisiva Fishing with John e autore di colonne sonore, solo per citarne le tappe più note – ha sempre stabilito un sistema di vasi comunicanti tra suono e immagine. Ed è stato questo l’oggetto principale della nostra conversazione avvenuta a ridosso dell’apertura della mostra.

John Lurie è sbarcato a New York a metà degli anni settanta nel bel mezzo di una scena creativa punk, irriverente e molto indisciplinata. “Venivo dal jazz e studiavo sassofono ogni giorno, ma lo facevo di nascosto per non farmi prendere in giro. Parallelamente cominciai a girare dei filmini in super 8”. Musica e immagine, ma soprattutto colore, con un’identità percettiva che Lurie fa risalire all’adolescenza:

Quando ho cominciato a suonare, da ragazzino, prendevo lsd, fumavo marijuana, ascoltavo Jimi Hendrix e vedevo con assoluta chiarezza i colori che trasmetteva quella musica. Ricordo di essermi detto che dovevo tenermi stretta quella capacità, che al di là del grado tecnico e teorico che avrei raggiunto, al di là di quanto avrei imparato sulla musica, dovevo tenere a mente che il colore era l’elemento più importante. Ed è la stessa cosa con la pittura, i quadri migliori li senti, hanno una loro musica.

Se è così, ogni acquerello esposto a Milano ha una tonalità d’impianto, un colore che suona preponderante, il punto di partenza con cui Lurie cerca di ipnotizzarsi e di perdersi in un mondo infantile e magico, cinico e osceno, con l’ironia sarcastica, sovversiva e a tratti sibillina che lo contraddistingue.

Fishing with John


Nei tanti segni che affollano i quadri, falsi ideogrammi o geroglifici, si ritrova il senso di spiazzamento, la voglia di rivoltare i significati o di interrogarli che rendeva il “fake jazz” dei Lounge Lizards tanto speciale quanto genuino e incisivo. “Voglio sottolineare però che nulla di tutto ciò è programmatico, tipo: ora suono un tango, ci aggiungo qualche sonorità pigmea e faccio un po’ di casino. Non penso mai in questo modo e la stessa cosa vale per i miei quadri”. La musica è lontana, eliminata a forza dal dolore provocato dalla malattia – “per me ascoltare musica era diventato come sentire il suono delle unghie sulla lavagna” – ma nella conversazione il visivo e il sonoro non hanno soluzione di continuità.

“Penso che ogni titolo debba raccontare la sua piccola storia, altrimenti mi sembra di barare. Non so perché, ma è quello che mi serve per concludere un quadro”. Sull’importanza da assegnare ai titoli dei suoi quadri John Lurie vacilla. Poco prima ne aveva minimizzato il valore stigmatizzando la scarsa capacità delle persone di guardare un quadro per quello che è. Ma poi si entusiasma: “King Pig turned flowers into language. This was later seen as a mistake (Il re Maiale trasformò i fiori in linguaggio. Questo fu poi considerato un errore) è un titolo di cui vado molto fiero”.

Ha ragione Michele Bonuomo, curatore della mostra milanese, la scrittura di Lurie serve da complemento alla pittura. Non la spiega né la racconta, ma ne è la sorprendente controparte. E ancora una volta è piena di musica.

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