San Francisco, ottobre 2013.

Il clitoride d’America

San Francisco, ottobre 2013.
30 marzo 2017 17:00

Costeggiamo la baia di San Francisco in automobile, accanto all’oceano Pacifico. Al volante c’è Anne Sprinkle, con il suo cane Butch, mentre io faccio da copilota. Gli alberi millenari ci ricordano che questa terra è stata un tempo abitata dai popoli amerindi, prima che venisse loro strappata dai coloni spagnoli nel diciottesimo secolo. Mentre in Europa scoppiavano le rivoluzioni del 1848, San Francisco diventava uno stato americano. Ci fermiamo sulle spiagge, in un ristorante sul mare. Mangiamo una zuppa di vongole e del pesce fritto. Annie mi parla della sua vita di attrice porno, della sua esperienza di attivista per i diritti dei lavoratori sessuali, della sua trasformazione in artista, delle opere che ha realizzato in collaborazione con Beth Stephens.

Arriviamo a San Francisco: le strade sono ondulate come schiene di foche rivolte verso l’oceano, le case signorili moderniste e vittoriane si mescolano ad altre che ricordano l’architettura dei garage, delle stalle e dei ranch. Passiamo da Castro, vediamo la casa di Harvey Milk. Questa è la città della “Summer of love”, delle rivolte di Compton, il luogo dove la dissidenza di genere è diventata un movimento politico, il luogo dove, si diceva, ci sono più lavoratori sessuali e attivisti di genere per metro quadrato.

Annie dice che San Francisco è “il clitoride d’America”, l’organo più piccolo e più potente del paese: 121 chilometri quadrati ultraelettrificati da cui partono le reti di silicio che collegano il mondo. Un tempo c’era la febbre dell’oro. Oggi c’è la febbre cibernetica. Sesso e tecnologia. Sole e dollari. Attivismo e neoliberismo. Innovazione e controllo. Google, Adobe, Cisco, Ebay, Facebook, Tesla, Twitter e così via. In questi 121 chilometri quadrati si concentra un terzo del capitale di rischio degli Stati Uniti.

L’appello a uno sciopero generale e internazionale delle donne segna l’inizio di un processo d’insurrezione di genere e sessuale

È l’8 marzo, ma tra le nostre deviazioni e le conversazioni non arriviamo a San Francisco in tempo per partecipare alla manifestazione. Portiamo entrambe una sciarpa rosa, ma confidiamo l’uno all’altra di non aver mai particolarmente amato la festa della donna. Non siamo mai stati dei buoni candidati per questo casting. Lei lavoratrice sessuale. Io per lungo tempo lesbica radicale, e oggi trans. Che senso può avere celebrare una giornata delle donne in un regime binario d’oppressione di genere? Equivale a celebrare una giornata dello schiavo nel regime delle piantagioni: sarebbe come sfilare in catene. Eppure quest’anno qualcosa sembra essere cambiato: l’appello a uno sciopero generale e internazionale delle donne segna l’inizio di un processo d’insurrezione di genere e sessuale. Non celebrazione, ma disobbedienza e rivolta.

In qualità di onesti punk del femminismo, Annie e io decidiamo di festeggiare questa giornata andando a comprare dei vibratori. Nella città-clitoride, si trovano i migliori fabbricanti di tecnologie sessuali e per la masturbazione. Entriamo in uno dei più famosi negozi di Mission District: fondato dalla terapeuta ed educatrice sessuale Joani Blank, fu uno dei primi a dedicarsi esclusivamente al piacere femminile e lesbico. In seguito fu venduto alle lavoratrici, venendo infine rilevato dalla figlia di un magnate californiano del porno. Ciononostante, numerose attiviste ed educatrici sessuali di lungo corso della città, come Carol Queen, continuano a lavorarci.

Di fronte al negozio alcuni manifestanti denunciano l’omicidio di Amilcar Perez, un ventenne emigrato dal Guatemala ucciso dalla polizia. All’interno siamo ricevuti da Jukie Sunshine, che mi ricordo di aver visto in cima alla collina di Seven Sisters, su una foto di LaGrace Volcano. Entrare a Good Vibrations con Annie Sprinkle è come entrare con Messi in un museo del calcio. Tutti i sex toys sembrano vibrare al suo passaggio.

Un souvenir della Silicon Valley
Scopriamo i nuovi modelli di vibratori prostetici, realistici, in silicone, senza ftalati e ipoallergenici. Mi consulto con Annie: dice di preferire il colore “caramello” a quello “vaniglia”. “Sarà come se avessi preso il sole completamente nudo in California”. Quando proviamo i sex toys l’unica domanda che fa Annie è: “può anche massaggiare il collo?”. Davanti al nostro sguardo perplesso, Annie spiega: “Dopo la menopausa, la sessualità è post-genitale”. Alla fine opta per un accessorio eco-sessuale: un paio d’orecchie da gatto che si fissano ai capelli come una spilla. Alla cassa Jukie ci ricorda che “tutti i sex toys sono assicurati per ogni evenienza e a vita”, anche se sono esclusi i danni provocati dalle “ex fidanzate e dai cani”. Annie mi offre una “pompa da clitoride”, “come souvenir della Silicon Valley”.

Uscendo dal negozio passeggiamo su Clarion Alley, i cui muri sono ricoperti di pitture e graffiti, una sorta di museo della protesta a cielo aperto: “Blacks are murdered with impunity” (i neri vengono uccisi nell’impunità), “Evict Google” (sfrattiamo Google), “Put your guns down” (giù le armi). In una di esse, qualcuno ha sostituito le stelle della bandiera statunitense con dei teschi e le strisce bianche e rosse coi nomi, scritti in bianco e nero, di alcune persone assassinate dalla polizia: 67 omicidi “legali” di migranti latinoamericani dall’inizio dell’anno. L’ultimo nome è quello di Amilcar Perez ma ci sono anche Samuel Duboce, Miriam Carey, Brendon Glenn, Antonio Zambrano, Jessica Hernandez e via dicendo, scritti in maiuscolo, senza virgole né punti, come se la morte avesse trasformato tutti questi nomi in un unico nome. “Rise in power brothers and sisters” (Prendiamo il potere fratelli e sorelle). Alla destra della bandiera, accanto a una scritta “R.i.p.” tridimensionale, un orso caca un arcobaleno.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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