Dopo un bombardamento delle forze governative ad Aleppo, in Siria, il 17 settembre 2015.
  • 29 Gen 2016 09.22

False speranze in Siria

Bernard Guetta
29 gennaio 2016 09:22

Con quattro giorni di ritardo rispetto alla data prevista, oggi cominciano a Ginevra i negoziati tra siriani. L’Onu ha forzato la mano inviando gli inviti per la conferenza, ma davvero possiamo coltivare una speranza di pace?

La risposta, purtroppo, è no, o almeno non ancora, perché davanti ai rappresentanti di Bashar al Assad ci saranno solo leader dell’opposizione tollerati dal regime, alcuni rispettabili e altri meno. L’insurrezione armata, quella con cui bisognerebbe parlare per trovare un compromesso indispensabile per portare la pace, non sarà presente a Ginevra, per quanto si fosse preparata all’appuntamento serrando i ranghi e formando una delegazione.

Un rifiuto prevedibile

Dopo giorni passati a valutare i pro e i contro, i ribelli hanno deciso il 28 gennaio di non presentarsi a Ginevra, perché non intendono avviare una trattativa con un regime che continua ad affamare le città prese d’assedio e a sganciare barili esplosivi sui quartieri residenziali. I ribelli hanno fatto presente che partiranno solo quando la situazione sul campo cambierà. Il problema è che al momento nessuno sa quanto bisognerà aspettare.

È più facile invocare questa lucidità strategica dall’esterno che sul campo

Il rifiuto dei ribelli non è una sorpresa. Dall’inizio della settimana sapevamo che la scelta finale sarebbe stata questa, anche se non è detto che sia la migliore dal punto di vista tattico.

Senza dubbio i ribelli avrebbero fatto meglio a recarsi a Ginevra per dire pubblicamente ai rappresentanti di Assad che il regime deve mettere fine a questa barbarie prima di sedersi al tavolo delle trattative, impegnandosi a restare a Ginevra pronti a cercare un compromesso una volta soddisfatte le loro richieste iniziali.

Ma questa lucidità strategica è più facile invocarla dall’esterno che sul campo, dove la cosa più importante è la fine dei bombardamenti e degli assedi.

In sé questi negoziati non dovrebbero portare a niente, e tra l’altro l’essenziale non è quello che accadrà a Ginevra, ma arrivare a un accordo tra Iran, Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, ovvero le potenze da cui dipende l’esito della crisi.

I sauditi non vogliono che Assad resti al potere perché per loro incarna il dominio di Teheran sulla Siria. Gli iraniani non intendono lavorare a un compromesso prima di risolvere le divergenze interne tra riformatori e conservatori. I russi non potranno continuare in eterno a sostenere il regime bombardando i ribelli perché lo stato della loro economia non glielo permette, mentre gli americani scommettono sull’ineluttabile passo indietro di Mosca per imporre un compromesso tra Washington e il Cremlino.

La situazione non spinge all’ottimismo, ma è ancora possibile che tutte le forze in campo si ritrovino a Monaco l’11 febbraio per tentare un riavvicinamento. Anche perché questa guerra è durata davvero troppo, per tutti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

pubblicità

Da non perdere

La malnutrizione danneggia il sistema immunitario
Banchieri centrali, poteri smisurati. La nuova copertina di Internazionale
La magia di Calcutta va salvata dalla speculazione edilizia

In primo piano