Le proteste dei sostenitori di Maryse Narcisse, candidata del partito di sinistra Fanmi Lavalas, a Port-au-Prince, il 28 novembre 2016.
  • 02 Dic 2016 09.44

Un nuovo capitolo nella storia tormentata di Haiti

Bernard Guetta
02 dicembre 2016 09:44

È un paese che sembra destinato alla sventura. Devastata sette anni fa da un terremoto le cui ferite sono ancora aperte, Haiti è nuovamente sprofondata nel caos dopo le presidenziali dello scorso 20 novembre. Le strade sono invase da manifestanti e soldati. La tensione continua ad aumentare, scrivendo un nuovo capitolo nella storia tormentata del paese.

Dopo che Cristoforo Colombo scoprì questa isola meravigliosa, battezzata con il nome di Hispaniola, la corsa all’oro impose la schiavitù sulla popolazione indigena, rapidamente decimata dalla fatica, dalla barbarie degli invasori e dalle malattie arrivate dall’Europa.

Quando l’oro nella parte occidentale finì, la Spagna si rivolse alla parte orientale dell’isola, l’attuale Repubblica Dominicana, lasciando il controllo del territorio attualmente occupato da Haiti alla Francia, che alla fine del sedicesimo secolo ha sfruttato la nuova colonia per coltivare tabacco, produrre indaco e ammassare enormi ricchezze grazie all’esportazione dei suoi poveri a cui prometteva terreni e all’importazione di schiavi africani.

La prima repubblica nera del mondo
In seguito lo zucchero e il caffè si aggiunsero al tabacco. Nel 1789 Haiti contava 500mila schiavi contro i 32mila bianchi e altrettanti meticci e schiavi liberati, ma il vento della rivoluzione raggiunse anche l’isola. Guidati dai meticci e dai liberati, gli schiavi si rivoltarono. Nel 1804 Haiti diventò la prima repubblica nera e il più antico stato indipendente delle Americhe dopo gli Stati Uniti.

Questo passo avrebbe dovuto segnare il trionfo della giustizia, e invece la Francia di Bonaparte tentò di cancellare questa pagina con la forza mentre gli schiavi non poterono opporre altro che la loro miseria e la loro cultura. Le vittime non erano necessariamente cittadini esemplari e pronti a prendere in mano la loro esistenza, e da quel conflitto è emerso un antagonismo sociale e razziale profondo tra neri e meticci, tra i dannati di questa terra e i bianchi a metà più istruiti, più ricchi e decisi a regnare sulla plebe.

Tra l’indigenza della maggioranza, le ricchezze della minoranza e la battaglia tra le due classi, Haiti ha sofferto fino a oggi le conseguenze della schiavitù, un problema secolare che spiega la sua cronica instabilità e due secoli di colpi di stato, rivolta permanente, dittature ridicole e brevi momenti di speranza, regolarmente disattesa.

Il paradosso haitiano è che questo concentrato di sventura non lascia indifferente nessuno, né l’Africa decolonizzata a cui Haiti aveva indicato la strada con 150 anni d’anticipo, né il mondo cattolico (la religione degli haitiani), né la Francia (ad Haiti si parla francese e la sua intellighenzia è tra le più brillanti della francofonia), né gli Stati Uniti che vengono invasi dai profughi a ogni crisi haitiana. Il problema è che nonostante non lasci indifferente nessuno, questo dramma radicato nella storia continua a perdurare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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