Giustizia, 2015. Tecnica mista su tela.
  • 04 Mar 2016 18.11

La Siria oltre la guerra in centoquaranta opere d’arte

04 marzo 2016 18:11

La collezione di opere d’arte Imago Mundi, promossa sotto l’egida della Fondazione Benetton studi ricerche, raccoglie tele provenienti da tutto il mondo (circa 14.488 opere da 107 paesi) secondo una formula estremamente vincolante: per ogni paese 140 tele di altrettanti artisti di formato dieci per dodici centimetri.

Per una curatrice, una quantità così importante di opere rappresenta una sfida. Come creare una vera narrazione artistica con 140 artisti diversi?

Nel caso della Siria prima della guerra – un incredibile mosaico di diversità culturale, religiosa e geografica – questo format di partenza costrittivo diventa un’opportunità ed evita le limitazioni, altrettanto restrittive, del quadro puramente nazionale.

Con l’implosione del paese a causa del conflitto, l’immagine del mosaico si trasforma in uno specchio rotto e giustifica ulteriormente l’idea di una raccolta destrutturata che mescola i mezzi espressivi: nella collezione Syria off frame (La Siria fuori dall’inquadratura) ci sono pittori, illustratori, fumettisti, fotografi, poeti, calligrafi, attori e registri teatrali, street artist e videomaker provenienti da tutte le regioni della Siria, dalle grandi città come Damasco o Aleppo, ai luoghi più periferici come Raqqa o Suweida. Le tele provengono dalle comunità armene o curde di Siria, ma anche dai luoghi dell’esilio forzato come Berlino, Istanbul o New York.

La collezione unisce anche le differenti generazioni: propone opere di pittori affermati come l’artista pop Khaled Takriti o il pittore Mohannad Orabi accanto a quelle dei giovani studenti di belle arti.

Come spiega la curatrice Donatella Della Ratta, l’intenzione era quella di raccontare una Siria al di là dei confini della percezione comune e delle notizie d’attualità:

L’inquadratura è l’arte della scelta, la capacità di restringere uno spazio, di determinare cosa sta fuori e cosa invece dentro, dando a ciò che sta dentro il potere assoluto della parola, mentre la parte esterna resta in silenzio. (…) Proprio l’altrove dell’immagine è oggetto della mostra Syria off frame. Si tratta di una presenza che incombe, che anche se non si vede, c’è. Off frame suggerisce che l’immagine, in realtà, continua, estendendosi al di là dei confini di ciò che vediamo, e abita uno spazio esterno che si trova da qualche parte al di fuori della cornice.

Prima della guerra Donatella Della Ratta si occupava principalmente di media nelle sue ricerche in Siria. Se ora ha deciso di occuparsi di arte per parlare di un paese che ama profondamente non è un caso. L’umanità che si ritrova nelle opere artistiche non ha paragoni:

Con questo progetto ho ritrovato la Siria che conosco. Si è formata una collettività di artisti. Nessuno ha chiesto chi c’era o chi non c’era, non si è fatta discriminazione di generazione o appartenenza religiosa. Questo vuole dire che c’è ancora uno scopo comune.

Il catalogo della collezione, più che con un’inquadratura, comincia con un’assenza. Il primo danno della guerra è certamente la scomparsa, il “Cancel” che campeggia nell’opera omonima dell’artista Rolita Ali sulla copertina del volume, come spiega Della Ratta: “Questa parola ci ricorda l’assenza delle persone: quella di chi stava sotto assedio a Ghouta e non poteva mandare le sue tele, o quella di chi stava in prigione o stava cercando di attraversare il Mediterraneo. Questo Cancel ci parla di tutti coloro che hanno dovuto cancellare la loro partecipazione alla mostra”.

St. Dilar, 2015. Inchiostro su carta su tela.

Fortunatamente in molti ci sono riusciti, e la loro umanità si traduce con immediatezza in molti modi diversi: grida in silenzio, perde sangue, porta il nero della vedova, o ancora soffoca, ma sempre e comunque resiste.

Dodici quadri della mostra fanno parte del progetto teatrale “Da Amman a Homs, arte come resistenza”. Nel progetto le scene erano interpretate da bambini siriani rifugiati in Giordania, oppure – via Skype – da bambini nascosti in un luogo segreto nella città siriana di Homs sotto assedio. L’artista Jean Yves Bizien ha creato il set con cartoni riciclati, e ha poi dipinto dodici tele ispirandosi alle riposte dei piccoli attori ai quali ha rivolto la stessa domanda: “Di che colore vedi il cielo? Che cosa vorresti vederci scritto sopra?”.

L’installazione Syria pixel, costituita da 35 cortometraggi girati con dispositivi mobili e presentati su smartphone collocati ciascuno in una tela con cornice, testimonia di una nuova generazione di videomaker, che spesso ha scoperto il suo futuro mezzo di espressione artistica durante le proteste del 2011, quando ha cominciato a filmare le manifestazioni a Damasco.

Sul retro dei quadri gli artisti hanno aggiunto firme e scritte, come messaggi nella bottiglia lanciati in mare

Molti di loro hanno fatto strada, come Sarah Fattahi che con il suo film Coma è stata premiata al festival Visions du réel di Nyon, in Svizzera, o Ahmed Primo che nel suo video Raise your revolutionary flag mette in scena due soldati che vorrebbero stringersi la mano: fanno il movimento ma non ci riescono perché uno di loro ha perso la mano in guerra. O ancora, Avo Kaprealian che presenta il suo lavoro Houses without doors, parte di una lunga riflessione sulla vita di una famiglia armena di Aleppo e sulla sua graduale trasformazione con il perdurare della guerra.

Il retro dei quadri (visibile sul sito cliccando sulle tele) è affascinante: gli artisti hanno aggiunto firme e scritte, come messaggi nella bottiglia lanciati in mare. Anche il retroscena della collezione è commovente: i 140 quadri sono stati raccolti in un paese in piena guerra, in meno di tre mesi tra la primavera e l’estate del 2015. La maggior parte è arrivata in Italia tramite amici siriani, o amici italiani di passaggio in Libano: “Una vera catena umana, senza la quale non avremo mai potuto creare la collezione in così poco tempo”, ricorda Della Ratta. Gli aneddoti sono tanti: “Un amico ha raccolto molte tele portandole lui stesso da Damasco a Beirut. C’è anche un giovane artista, Wissam al Jazairy, che ha mandato la sua opera sotto forma di foto digitale a un artista a Berlino, il quale a sua volta l’ha stampata e messa su tela”.

Senza titolo, 2015. Ceramica e acrilico su tela.

Per gli artisti, la motivazione era fortissima: era importante far sentire che ci sono anche loro, e non soltanto i jihadisti, i militari e la distruzione. Inoltre “c’era anche la forza simbolica di un luogo artistico importante come la Biennale di Venezia”.

Adesso molti di questi artisti sono scappati dalla Siria, la maggior parte si è rifugiata a Berlino. Alcuni sono diventati ancora più conosciuti, come per esempio Tammam Azzam, che ha raggiunto la fama con la foto di una sua opera, diventata virale nel 2013, che rappresentava “Il bacio” di Gustav Klimt riprodotto sul rudere di un palazzo bombardato. Ma tutti, noti e meno noti, rappresentano la resistenza vitale di un paese, e il suo futuro.

Il volume “Syria off frame. Contemporary artists from Syria” sarà presentato il 10 marzo 2016, alle ore 18.30, presso l’Associazione della stampa estera, in Via dell’Umiltà 83/C, Roma.

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