Fabio Savi e il fratello Roberto Savi (dietro) al tribunale di Bologna, il 26 marzo 1996.
  • 19 Ott 2016 12.59

Le storie di Fabrizio Corona e Fabio Savi dimostrano che il carcere è inutile

Christian Raimo
19 ottobre 2016 12:59

Due notizie di cronaca ci riportano a parlare di galera. Qualche giorno fa Fabrizio Corona è stato sospeso dall’affidamento in prova ai servizi sociali ed è tornato in carcere, a San Vittore, perché sembra aver commesso un altro reato (intestazione di beni fittizi per tre milioni e passa di euro); da una settimana Fabio Savi, uno dei killer della Uno bianca e attualmente detenuto nel carcere di Uta (Cagliari), è in sciopero della fame – protesta per poter ottenere un computer e un lavoro da svolgere all’interno dell’istituto.

Corona e Savi sono probabilmente tra i personaggi pubblici più odiosi che si possono menzionare. Il primo è uno sbruffone, un piccolo delinquente recidivo. Il secondo è uno degli assassini più feroci della storia italiana, tra la fine degli anni ottanta e la metà dei novanta con i suoi fratelli Alberto e Roberto – entrambi poliziotti – ha messo a segno decine di rapine ma soprattutto ha ucciso 24 persone e ne ha ferite un centinaio, incarnando fino all’arresto un incubo per chiunque viveva in Emilia-Romagna.

Se si riascoltano un paio di interviste televisive con Corona e con Savi se ne ricava un senso di profonda inquietudine.

A Maurizio Costanzo che gli chiede della sua condizione fisica, Corona racconta che non ha più i denti – li ha persi, ci fa capire, in una rissa in prigione – e si toglie una placca artificiale che ha in bocca.


A Franca Leosini, in una delle puntate più toccanti di Storie maledette, Savi prova a inserire una logica nel furore stragista che ha caratterizzato le azioni della banda della Uno bianca: “Io non volevo uccidere per uccidere, lo facevo per soldi”.


Per entrambi l’avidità di denaro ha eliminato qualunque scrupolo morale. Le loro autonarrazioni – entrambi hanno scritto diversi libri su di sé in carcere – sono piene di un’autoindulgenza stucchevole oltre che repellente.

Eppure. Eppure il punto di vista su di loro cambia radicalmente quando parlano delle condizioni di vita in carcere e dei diritti dei detenuti. Il non senso della vita in cella viene espresso con una lucidità che entrambi non dimostrano per nessun altro tema. Come si è visto, il carcere non ha mutato il carattere di Corona, ma – se possibile – ne ha esaltato gli aspetti di alienazione, regalando ai suoi stessi occhi uno stigma da fuorilegge e un’aura di vittimismo che hanno solo indurito la spacconaggine.

Il caso Corona
All’inizio di Abolire il carcere (il libro scritto da Luigi Manconi, Federica Resta, Valentina Calderone e Stefano Anastasia) si legge:

È stata Belén, all’anagrafe María Belén Rodríguez, a esprimere le considerazioni più pertinenti a proposito della condanna a tredici anni e due mesi di carcere inflitta a Fabrizio Corona. […] ‘Lui ha un problema, ha fatto degli errori, ma in realtà l’unico problema che ha sono i soldi’. E ancora: ‘Secondo me la condanna che dovevano dargli è una grandissima multa salata e basta. Lui è in galera perché ha una malattia per i soldi’ afferma Belén in una intervista al settimanale Oggi, il 22 dicembre 2014. Nelle parole della donna c’è l’eco (poco importa se inconsapevole) della più avanzata dottrina penalistica e della più ragionevole pedagogia per l’età adulta. Entrambe le ispirazioni tengono conto, nel ponderare qualità ed entità della sanzione per chi infrange le regole, della personalità del reo e dell’esigenza di rendere la pena effettivamente deterrente – dunque utile alla società – oltre che non inutilmente vessatoria nei confronti del condannato. Ed entrambe intendono sottrarre la misura punitiva al cupo e ottuso automatismo del ‘chiudere la cella’ per tot anni o per sempre e ‘gettare via la chiave’. E, infatti, nel caso di Corona, solo un tipo di sanzione capace di intervenire efficacemente sulla sua ‘patologia’, la dipendenza dal denaro, può rispondere a quanto previsto dalla Carta costituzionale e dal nostro ordinamento. Può, cioè, sia svolgere una funzione preventiva – ovvero dissuaderlo dall’acquisire illegalmente risorse economiche – sia perseguire una finalità rieducativa, inducendolo a riflettere criticamente sulle conseguenze della propria dipendenza dal denaro.

Letto alla luce dell’ultimo provvedimento contro Corona – il quale pare sia riuscito a procurarsi, anche mentre stava scontando la detenzione, più di tre milioni di euro con varie attività illecite e a nasconderli in un conto in Austria e in un controsoffitto di un appartamento a Milano – non viene da dare ragione a Belén? A che scopo metterlo in galera? Non si sarebbe potuto semplicemente multarlo pesantemente, interdirlo dalla possibilità di gestire società, penalizzarlo in altri modi, più incisivi per la sua patologia criminale e più utili per la società? Quale deterrente, quale riabilitazione, quale rieducazione gli sta dando la galera?

Il caso Savi
Il caso di Fabio Savi è più delicato. Gli omicidi della Uno bianca sono stati una ferita enorme: la ferocia fino all’arresto e la consapevolezza che gli assassini appartenevano alle forze dell’ordine hanno germinato un forte bisogno di autodifesa in chi ha subìto questa lunga serie di omicidi.

Rosanna Zecchi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della banda della Uno bianca commentava ieri le richieste di Savi con: “Mi dispiace per lui, non c’è niente che mi faccia pena”.

Il sindaco di Bologna Virginio Merola già nel 2014 – di fronte alla richiesta di allora di una tramutazione dell’ergastolo in una pena a trent’anni attraverso il ricorso al rito abbreviato – dichiarava: “È irricevibile. Non si tratta di escludere il fatto che la pena serve anche e soprattutto a recuperare chi ha commesso dei reati. Il problema è che il reato che hanno commesso queste persone è enorme. Per noi di Bologna equivalgono al 2 agosto [anniversario della strage alla stazione ndr] e a cose di questo tipo. Non è possibile che noi si accetti qualche sconto di pena per queste persone”.

L’interrogativo serio che bisogna continuare a porsi è quello sull’utilità della detenzione

Se è impossibile non essere toccati dalle parole di Merola, allora bisogna ammettere però la sconfitta sempre rinnovata dello stato di diritto, di fronte alle eccezioni, alle enormità, al trauma inguaribile.

Un particolare dà forse il senso di questo fallimento: nelle carceri italiane le persone che lavorano sono solo l’11 per cento, e nella maggior parte dei casi svolgono lavori che riproducono la dimensione carceraria – spazzini, portalettere interni. Sono un’assoluta minoranza coloro che realizzano prodotti o servizi utili per l’esterno.

L’interrogativo serio che allora bisogna continuare a porsi è quello sull’utilità della detenzione per come è prevista e ancora di più per come è attuata in Italia. Le altre opzioni non solo dovrebbero essere più facilmente disponibili – comprese cure di tipo psichiatrico – ma soprattutto occorre considerare dati concreti sull’efficacia delle pene alternative, nell’eliminare le recidive per esempio.

La nostra coscienza procede incerta, ma non possiamo non domandarci: è possibile che per ricucire queste ferite laceranti inferte al corpo sociale, l’unica modalità sia escludere vita natural durante i responsabili da ogni possibilità di recupero?

È immaginabile praticare una qualche forma di giustizia riparativa, anche in casi estremi come quelli della Uno bianca, invece di un’infinita esecrazione?

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