La mostra su Hugo Pratt al festival internazionale del fumetto di Angoulême, il 30 gennaio 2016.
  • 15 Feb 2016 19.03

I fumetti del festival di Angoulême in mostra

15 febbraio 2016 19:03

Un segno grafico veloce e guizzante come il lazo di un cowboy: così potremmo sintetizzare l’aspetto comune alle esposizioni presentate al festival, tanto più giusta per Morris, il disegnatore del cowboy che spara più veloce della sua ombra, ma ottima anche per il disegno-scrittura altamente evocativo di Hugo Pratt, e del suo Corto Maltese, o per la curiosa ma intrigante esposizione sull’universo di Lastman, il manga francese che uno degli astri giovanili del nuovo fumetto d’autore francese più vicini al mondo odierno degli adolescenti, Bastien Vivés, ha portato al grande successo assieme a due colleghi, senza dimenticare quella dedicata JC Menu, dove l’underground e l’avanguardia sono inscindibili.

A margine del palmarès del festival internazionale del fumetto di Angoulême, tra i più importanti al mondo, piccolo viaggio con video sulle principali esposizioni del festival, da Morris ai giapponesi.

L’art de Morris


L’art de Morris (museo del fumetto di Angoulême, dal 28 gennaio al 18 settembre 2016). Per tanto tempo custodite gelosamente in cassaforte, ecco per la prima volta esposti 150 esempi del lavoro grafico di Morris, tra tavole originali, disegni e bozzetti preparatori, lavori dal forte impatto visivo, appese a muri e cassoni.

Quest’ultimi sono allestiti con tavole di legno, come quelli visibili in gran quantità nelle storie western di Lucky Luke, accompagnato dal suo inseparabile cavallo bianco Jolly Jumper, spalla irresistibile per innumerevoli sequenze comiche. Al contempo sottolineatura delle ambientazioni e scenografia teatrale, vi sono affissi frontalmente anche gli ingrandimenti, piuttosto ben scelti, di singole vignette. Vignette ingrandite da cui emerge come un secondo respiro della vignetta, dovuto al disegno e allo stile del disegnatore Morris, che creò il personaggio nel 1946 (René Goscinny, contrariamente ad Asterix, s’inserì in un secondo momento come sceneggiatore, anche se con esiti straordinari).

Quest’ultimo, è foriero nel fumetto della messa in scena grafica, dell’interpretazione della realtà. Il linguaggio del disegno, fin nei suoi movimenti minimali, accresce infatti ulteriormente la forza del linguaggio del fumetto nei suoi elementi più strutturali, e questa mostra è un esempio di presa di coscienza nell’ambito di un evento rivolto al grande pubblico. Accresciuto, tra l’altro, dal gigantesco libro, fortemente illustrato, col titolo omonimo alla mostra e pubblicato come accompagnamento.

La grande precisione del tratto, i movimenti perfetti e, come detto in apertura, guizzanti, pieni di slancio di vita, nel delineare espressioni, movimenti, o la collocazione nello spazio di personaggi e scenari, combinata a un senso del particolare inimitabile, sono strumenti per Morris anche finalizzati a saldare insieme la possibilità di amplificare la verosimiglianza delle ambientazioni con l’amplificazione della dimensione umoristica, l’attenzione ai particolari essendo spesso rovesciata in questa chiave.

Nel caso di Lucky Luke, l’umorismo burlesco non è però solo al servizio di una parodia del western ma anche volto a un rilettura ironica e piuttosto fine della storia moderna, a cui il senso del dettaglio e le ricerche storiche sia di Morris sia dello sceneggiatore Goscinny, portano appieno a compimento l’intenzione di Goscinny di parlare del passato per parlare del presente.

Lucky Luke, che fu personaggio popolarissimo anche in Italia negli anni sessanta e settanta, sta tornando ora nel nostro paese con successo nelle librerie e nelle edicole (anche grazie all’iniziativa di La Gazzetta dello Sport e del Corriere della Sera che raccomandiamo).

Hugo Pratt


Hugo Pratt. Non meno guizzante, ma anzi capace di sintesi fortemente inattese, sciogliendo più linee derivanti da più ricerche stilistiche in un organismo grafico personale, è l’opera grafica del creatore di Corto Maltese.

Un’esposizione relativamente piccola, rispetto ad altre recenti, ben più ampie, ma molto ben allestita quanto gestita nel dover operare importanti salti cronologici nel ripercorrere il periodo argentino, dove Pratt era una star ma doveva lavorare su sceneggiature di altri, e il periodo europeo, dove Pratt era sconosciuto e dovette ricominciare da capo, divenendo nuovamente una star ma lavorando su testi propri.

Si coglie bene la sua poliedricità, la sua ricerca metafisica diretta all’essenzialità, o meglio verso l’essenza, la sua capacità di evocare e poi rielaborare suggestioni e archetipi provenienti dall’inconscio, il suo senso dello spazio concettuale nel gestire i bianchi e i neri (quest’ultimi nel tempo sempre più rarefatti), la forza del suo disegno-scrittura, chiaramente figlio della concezione calligrafica orientale. E, infine, la constatazione di quanto Pratt fosse politico, parlando dell’uomo mediante l’avventura.

Esposizione opportuna nel momento in cui Corto Maltese è rilanciato da una nuova coppia di autori, con esiti interessanti, come l’argentino Ruben Pellejero (disegni) e lo spagnolo Juan Diaz Canales (sceneggiatura) e si appresta finalmente allo sbarco negli Stati Uniti.

Lastman: Universe


Lastman: Universe. È l’esposizione dedicata a uno degli esperimenti seriali più originali degli ultimi anni. Bastien Vivès, pubblicato anche qui da noi con buoni esiti, è certamente tra gli autori più interessanti del fumetto francese (e non solo) di romanzi a fumetti, che ha fatto del racconto della vita quotidiana e dell’intimo dei giovani di oggi la propria caratteristica autoriale, e con successo crescente, soprattutto nella madrepatria.

Con questa capacità di accedere al pubblico giovanile, Vivès varia la sua bibliografia sempre più con opere diverse rispetto al suo percorso, opere di genere, ma dalle modalità originali. Con Michaël Sanlaville e Balak, Vivès esprime la sua poliedricità con la saga di Lastman, sorta di manga alla francese, giunta in Francia nello scorso gennaio all’ottavo volume, e ora in corso di pubblicazione in Italia per Bao publishing (ma traduzioni sono in corso in Asia e negli Stati Uniti). I tre autori, per poter mantenere il ritmo di pubblicazione di venti tavole al giorno, si suddividono il lavoro: sceneggiatura, découpage e disegni.

S’ispirano alle serie tv e al manga per i modi narrativi, ma le fonti d’ispirazione sono altre, come i film di Spielberg, soprattutto degli anni ottanta e novanta. Non c’è insomma una vana replica delle serie di successo tv o del fumetto giapponese.

La serie, se in libreria è proposta in formato manga, è però partita sul web, cioè su Delitoon, che l’ha proposta con grande successo in formato webtoon, come si dice, fino a raggiungere oltre cinquecentomila letture. Il webtoon è un nuovo formato che proviene dalla Corea del Sud, e Delitoon ad Angoulême ha fatto grande battage sulla nuova formula della sua piattaforma.

Ma se c’è un elemento debole, assieme a grandi pregi sia chiaro, nel fumetto giapponese e, più in generale d’estremo oriente, è quello di un disegno troppo spesso inamidato, con le dovute eccezioni. Vivès inietta nella generazione manga quello che nel manga troppo spesso è assente: il lato jeté, come dicono i francesi, gettato, guizzante, il segno che cerca di cogliere e interpretare in maniera intuiva la realtà. La velocità odierna, paradossalmente, diviene anche veicolo, in una certa misura, di una dimensione spirituale. E rovescia l’attuale estetica omologante dell’ipercolorato, del levigato, del fosforescente.

L’esposizione sull’universo di Lastman è quindi un curioso ma interessante ibrido, che forse gli autori dovrebbero far girare: da un lato le tavole originali in bianco e nero dove si fa capire al giovane lettore che il segno nella sua nudità è portatore di magia, dall’altro un viaggio colorato tra i luoghi della saga mediante una ricostruzione scenografica, e la possibilità di scoprire in anteprima sia il videogioco sia l’episodio pilota della serie animata tratta dal fumetto. Ci auguriamo che l’esposizione giri altrove, magari anche all’estero.

Jean-Cristophe Menu


Jean-Cristophe Menu (hotel Saint-Simon, dal 28 gennaio al 28 febbraio 2016). Ancora quasi inedito da noi, Menu si rivela sempre più un grande autore, che la sua lunga attività di editore per molto tempo ha parzialmente oscurato.

C’è una poesia reale, autentica, proveniente direttamente dall’infanzia del fumetto, con una prossimità spirituale della medesima ricerca sull’infanzia in chiave contestataria, propria al dadaismo, nell’opera a fumetti di uno dei fondatori di l’Association, la mitica casa editrice indipendente (Marjane Satrapi, l’autrice più famosa) che ha rilanciato la produzione di fumetti d’autore francofona dalle convenzioni in cui stava sprofondando tra gli anni ottanta e i novanta.

Menu, che ne è stato tra i fondatori assieme ad autori come David B, Mattt Konture e Lewis Trondheim, salda anche lui tra loro delle antitesi in una mirabile sintesi. C’è una vasta e notevole fusione di tanto fumetto angloamericano o francese, surreale al punto da essere spesso, per così dire, anche fuori delle valvole. Ma con una vera lettura assieme poetica e non sensica dell’esistenza.

Per fare un esempio, ben più di tanti autori americani contemporanei, Menu ci pare incarnare con forza e originalità lo spirito anarchico degli autori della mitica rivista Mad, e l’umorismo poetico, stralunato, non sensico di autori francesi da noi ancora incredibilmente sconosciuti, ma grandi davvero, come Fred. Basta leggere un raccontino di due pagine come La Menu Lune, per rendersi conto che non è il sopravvalutato Joann Sfar, il quale pensa che copiando autori come Fred e Sempé si è per questo loro eredi, ma piuttosto chi ha la capacità di reinventarli in maniera originale.

Le tavole e le opere esposte permettono di cogliere bene l’effervescenza creativa quanto il percorso dell’autore, peraltro anche penetrante (e polemico) teorico del mezzo.

Li Chi Tak


Per chiudere, l’estremo oriente. In uno spazio unico, il festival propone la scoperta dell’autore più importante del vasto mercato di Hong Kong, Li Chi Tak, ammiratissimo dai colleghi.

Bravissimo anche nell’uso del colore, come nella nuova serie visionaria di The beast, ambientata in una sorta di gigantesca città-container. Realizzata assieme allo sceneggiatore francese Jean Dufaux (autore, tra le innumerevoli serie che ha firmato, della bella serie storica Murena, edita anche da noi), per Jean-Pierre Dionnet, sceneggiatore e direttore della rivista Métal Hurlant, è il libro a fumetti dell’anno. Sicuramente un autore da seguire e che speriamo di vedere tradotto in italiano. Bella e pedagogica l’esposizione sulla rivista di manga Hibana. Forse per la prima volta si chiariscono al grande pubblico le modalità di produzione, davvero uniche, del fumetto nipponico. E si è potuto scoprire la straordinaria varietà di stili grafici e di approcci narrativi, insite nella nuova generazione di manga-ka, facendo scoprire in particolare una nuova rivista, che ci pare notevole, non quando è storicizzata (maniera elegante per dire che è defunta) ma quando è ancora operativa. In vita.

Omaggio a Otomo


Omaggio a Otomo. Se l’incontro con un vero grande autore, come Katsuhiro Otomo, al teatro di Angoulême, è stato una rivelazione, per intelligenza e intensità, non altrettanto si può dire per quella collettiva fatta in suo omaggio (purtroppo non erano disponibili tavole originali di Otomo). Tanti gli autori convocati, tra cui gli italiani Francesco Cattani, Luigi Critone, Manuele Fior, Tanino Liberatore. Difficile saper reiventare in maniera convincente, ma autori diversi come Liberatore, Stan e Vince o Hugues Micol, ci sono riusciti. Comunque i ragazzi, oltre a fare la fila per ascoltare Otomo, si sono certamente molto divertiti a farsi fotografare sulla moto rosso-fuoco del protagonista di Akira. Chi infatti non ha sognato di correre su quella moto dopo aver letto il manga o visto il film dello stesso Otomo?

Esposizioni notevoli quest’anno, in conclusione, ma per il futuro il festival dovrebbe trovare la maniera di collegare meglio il fumetto classico a quello d’autore o d’avanguardia. Constatando un aspetto semplicissimo: che il fumetto “classico”, quando ha personalità, è pieno di autorialità e anche di elementi avanguardistici. Le nostre istituzioni, infine, dovrebbero imparare come si fanno esposizioni sul fumetto.

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