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In fuga uno degli attentatori di Bruxelles

Tre attentatori sono stati identificati. Ibrahim el Bakraoui e Najim Laachraoui si sono fatti esplodere all’aeroporto di Zaventem. Khalid el Bakraoui, fratello di Ibrahim, si è fatto esplodere nella stazione della metropolitana Maelbeek. Un quarto terrorista presente all’aeroporto di Bruxelles, non ancora identificato, è in fuga. Negli attentati del 22 marzo sono morte 31 persone, i feriti sono 270.


I controlli di sicurezza fuori dalla stazione della metro Midi, a Bruxelles, il 22 marzo 2016.
  • 22 Mar 2016 19.19

Attacco al cuore debole d’Europa

Gian-Paolo Accardo
22 marzo 2016 19:19

“Quello che temevamo si è verificato”, ha detto il premier belga Charles Michel poche ore dopo gli attentati suicidi rivendicati dal gruppo Stato islamico (Is) che hanno provocato più di trenta morti e circa 230 feriti nell’aeroporto e in una fermata della metropolitana di Bruxelles. Le forze dell’ordine erano in stato di allerta sin dall’operazione antiterrorismo della settimana scorsa, culminata nell’arresto dell’ultimo superstite degli attacchi di Parigi del 13 novembre, Salah Abdeslam.

La domanda non era infatti “se”, ma “quando” il terrorismo avrebbe colpito il Belgio. Il paese è uno dei principali nodi dell’internazionale jihadista in Europa. Il mondo ne ha preso brutalmente coscienza dopo gli attentati di Parigi, quando è apparso che gli autori erano partiti dall’ormai celebre quartiere di Molenbeek, a Bruxelles, dove godevano di numerosi appoggi logistici e familiari.

Un nodo ma anche un anello debole della lotta al terrorismo, per motivi storici e politici. E allo stesso tempo un bersaglio privilegiato: Bruxelles ospita le principali istituzioni europee (commissione, parlamento e consiglio) e la sede della Nato; il Belgio inoltre è impegnato nella coalizione internazionale contro l’Is in Iraq. Il fatto che nessun attentato avesse ancora colpito i palazzi dell’Unione europea, protetti ma non inviolabili, poteva dare un falso senso di sicurezza. Un primo campanello di allarme è suonato dopo l’attentato contro il Museo ebraico di Bruxelles del 2014, compiuto da un cittadino francese.

Le autorità belghe erano state accusate di non prendere sul serio la minaccia terroristica

Un attentato a Bruxelles della portata di quello di oggi era atteso nei giorni immediatamente successivi agli attacchi di Parigi: all’epoca il governo belga aveva decretato il livello di allerta 4 e il “lockdown” della capitale, trasformata in città fantasma per cinque giorni. L’attentato alla fine non ci fu e le perquisizioni compiute in mezzo a un dispiegamento di forze dell’ordine senza precedenti non produssero risultati determinanti: il “nemico pubblico europeo numero uno”, Salah Abdeslam, non venne catturato e la sua fuga è durata altri quattro mesi.

Da allora l’inchiesta sugli autori degli attacchi di Parigi è andata avanti, di pari passo con le polemiche sulle carenze dei servizi di intelligence e di sicurezza belgi e sull’indulgenza – se non sull’incompetenza – delle autorità locali e nazionali belghe. Le autorità e la stampa francesi, in particolare, hanno più volte accusato i responsabili belgi di non prendere sufficientemente sul serio la minaccia terroristica e di aver lasciato che si sviluppassero delle sacche di radicalizzazione a Bruxelles e ad Anversa.

I foreign fighters belgi in Siria

Per molto tempo quest’ultima è stata considerata il centro del radicalismo islamico in Belgio: è qui infatti che era nato Sharia4Belgium, un gruppo salafita i cui dirigenti sono stati processati nel 2014. Il gruppo è stato sciolto nel 2012, ma le autorità ritengono che abbia continuato a funzionare come base di reclutamento per i jihadisti diretti in Siria. Qui i combattenti belgi sono il gruppo più numeroso in rapporto alla popolazione tra tutti quelli provenienti dall’Europa occidentale (solo albanesi, bosniaci e macedoni li superano). Diversi attentati attribuiti a combattenti belgi tornati dalla Siria sarebbero stati sventati, secondo le autorità belghe.

La scelta dei bersagli colpiti oggi – l’aeroporto principale del paese, una fermata della metropolitana situata a metà strada tra i palazzi del potere europeo e belga – e il metodo usato – uno o più kamikaze armati con cinture esplosive e kalashnikov – dimostrano che i gruppi jihadisti presenti a Bruxelles disponevano ancora di capacità operative, malgrado i recenti arresti frutto della (tardiva) collaborazione tra forze di sicurezza belghe e francesi. La grande quantità di armi e di esplosivi rinvenuti negli ultimi mesi lasciavano intuire le dimensioni della rete terroristica.

Dopo essere rimasto a lungo ai margini del fenomeno terroristico, il Belgio entra nel gruppo di paesi che hanno subìto attentati su grossa scala e si prepara, dopo aver creduto troppo a lungo di esserne immune, a convivere con la minaccia di nuovi attacchi. Con la differenza che le autorità belghe non hanno finora usato i toni marziali dei loro vicini.

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